
ALTRO ROAD HOUSE, STESSA STORIA DI SEMPRE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Road House
USCITA ITALIA: 21 marzo 2024
USCITA USA: 21 marzo 2024
REGIA: Doug Liman
SCENEGGIATURA: Anthony Bagarozzi, Charles Mondry
CON: Jake Gyllenhaal, Daniela Melchior, Billy Magnussen, Jessica Williams, Conor McGregor
GENERE: azione, commedia, thriller
DURATA: 114 min
PIATTAFORMA: Prime Video
VOTO: 6+
RECENSIONE:
Libera rivisitazione, omaggio, aggiornamento del cult movie con protagonista il compianto Patrick Swayze, Road House di Doug Liman è sintesi delle derive odierne del genere action, a partire dalla scelta di Jake Gyllenhaal come protagonista. Un divertissement con una regia efficace, tutt'al più un giusto titolo da libreria streaming, quasi un inserto apocrifo del franchise di Fast & Furious.
Era il 2001 quando un giovanissimo attore di buone speranze, pronto ad entrare nel firmamento divistico hollywoodiano, e un’icona immarcescibile del cinema degli anni ‘80 e ‘90 - sex symbol per generazioni di spettatori, la cui carriera si trovava tuttavia in una fase discendente - si incontravano sul set di un film che sarebbe stato dapprima un flop, per poi assurgere al grado di cult movie. Il suo titolo era Donnie Darko, e quei due attori così agli antipodi erano rispettivamente Jake Gyllenhaal e Patrick Swayze, che di lì a sette anni sarebbe disgraziatamente scomparso per un tumore incurabile, lasciando dietro di sé una scia di immagini e tanti ruoli mitici, impressi nell’immaginario collettivo, nel bene e nel male.
Tra i tanti, come non citare James Dalton, meglio noto (italicamente) come il duro del Road House, protagonista dell'action datato 1989, prodotto da Joel Silver, per la regia di Rowdy Herrington. Degenerazione scollacciata, iperbolica perversione, forse epigono finito e finale di una riconoscibilissima estetica patinata, testosteronica, perlescente: un film teoricamente assurdo ma con un cuore grande quanto basta da potergli perdonare (quasi) tutto.
Solo e semplicemente Road House s’intitola invece la libera rivisitazione, l’omaggio, l’aggiornamento, sempre a marchio Silver, scritto da Anthony Bagarozzi, Charles Mondry e da David Lee Henry (uno degli sceneggiatori originali) e diretto da Doug Liman, in cui - e questo è il centro di tutto questo nostro ragionamento - proprio un Jake Gyllenhaal oggi quarantenne (più o meno l'età che aveva Swayze nel 1989) si ritrova a vestire i panni che erano del Dirty Dancer. I panni di un altro Dalton, di nome Elwood, non più solo un buttafuori stravagante nella sua allure, nella sua caratterizzazione e nel suo curriculum: laureato in filosofia, stranamente appassionato di arti marziali; bensì un ex campione dei pesi medi UFC, che ha abbandonato l’ottagono dopo un match mortale.
Già solo la precipua scelta di affidare a Gyllenhaal il testimone di Swayze dice molto sul tipo di operazione, come anche testimonia la scelta di chiamare “il Roadhouse” il locale in cui il nostro dovrà servire come buttafuori, oppure ancora alcuni stralci di dialogo riguardo le radici, le connotazioni e i codici western della storia ideata allora da Lee Henry. Da una parte, quindi, quello di Liman vuole essere un frivolo testo paracritico, un continuo gioco e cortocircuito metacinematografico nei confronti della matrice, nonché un commento sulle consuetudini del filone.
Tuttavia, per sua fortuna, esso riesce meglio nella descrizione - più o meno volontaria - dell’attuale stato dell’arte dell’eroe action hollywoodiano. Di nuovo, il casting di Gyllenhaal diviene sintomo emblematico, per la cifra divistica di antieroe fragile, dolente, traumatizzato che ne accompagna ogni sguardo e movimento in scena, malgrado l’importante massa muscolare e gli addominali scolpiti (qui esposti non appena se ne ha l’occasione).

Non solo: Road House si propone a sua volta come sintesi delle derive odierne del genere, come già era catalogo del suo tempo il film del 1989. Si riprende perciò un brand caduto nello scantinato della nostalgia e se ne aggiorna la trama di base - che rimane nei fatti praticamente la medesima, ad eccezione del finale - secondo gli standard iconografici, socio-politici e narratologici su cui oggi deve regolarsi la macchina statunitense: da un femminile molto più attivo, mai relegato alla sola presenza fisica o alla geometria del corpo, ad una CGI impiegata oltre che artificiosamente, in maniera proprio sfacciata (nemmeno si trattasse di un videogioco), fino ad arrivare alla nuova idea di B-movie. Un’idea spuria per un progetto che aderisce alla bizzarria, al carattere ridanciano per non dire ridicolo, un po’ naif nell’anima (qui ancor più consapevolmente rispetto al prototipo), eppure curato, affettato, ponderato in termini produttivi, di realizzazione e intenti commerciali.
Non deve stupire pertanto il paragone con un qualsiasi capitolo della saga di Fast & Furious, al pari di un suo inserto apocrifo. Non ci saranno le corse in auto (pian piano estintesi, d’altronde, anche in quelli di marca), cionondimeno il tono è esattamente lo stesso. E lo è anche il disegno editoriale che giustifica il coinvolgimento del lottatore Conor McGregor, qui al suo debutto sulle scene cinematografiche (utile in quanto legame e gancio pubblicitario con gli aficionados UFC, ma esagerato e stonato pure in un prodotto tanto iperbolico) in una sorta di crasi ideale tra Dwayne “The Rock” Johnson e Jason Statham, entrambi volti di punta della familia di Vin “Dominic Toretto” Diesel.
Qualora si volessero però lasciare da parte tutte le dietrologie e le riflessioni possibili, e focalizzarci sul lato più immediato e spettacolare di Road House, bisogna riconoscere che Gyllenhaal porta molto bene, con sicurezza, solidità e talora divertimento, i (rinnovati) panni a lui ascritti, e dar conto, al contempo, dell’efficienza e del mestiere di un film-maker esperto ed estremamente intuitivo come Doug Liman. Reduce dai malriusciti Locked Down e Chaos Walking, egli torna qui su un terreno a lui più consono, adottando una regia molto dinamica e movimenti di macchina che flirtano anch’essi col virtuale e l'estetica videoludica, ponendosi quale salda spina dorsale e sicura muscolatura tutt'al più per un divertissement, per una proposta streaming senza infamia e senza lode. Non di certo - va da sé - lo schiaffo capace di rendere davvero fresco un intreccio di situazioni, formule e modelli “che sembra uscire da un vecchio romanzetto western anni 50”.
Del resto, come diceva qualcuno, tutto è già stato inventato. Ed è appunto questa l’impressione che si ha nel vedere le (fin troppo generose) due ore di Road House: più che l’irritazione necessaria a creare qualcosa di romantico, quella che ne preclude ogni possibilità.
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