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            22 Marzo 2024
            May December Julianne Moore Natalie Portman Recensione Cinemando
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            MAY DECEMBER È UNA LEZIONE DI SOTTIGLIEZZA

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: May December
            USCITA ITALIA: 21 marzo 2024
            USCITA USA: 17 novembre 2023
            REGIA: Todd Haynes
            SCENEGGIATURA: Samy Burch
            CON: Natalie Portman, Julianne Moore, Charles Melton, Cory Michael Smith, Elizabeth Yu
            GENERE: drammatico, sentimentale, thriller
            DURATA: 113 min
            Candidato all'Oscar per la miglior sceneggiatura originale

            VOTO: 8.5

            RECENSIONE:

            Candidato all'Oscar per la miglior sceneggiatura originale, May December di Todd Haynes lavora su due livelli paralleli e coevi. Se il primo si rivolge ad un pubblico ben definito, risponde ad urgenze più cinefile e poetiche, il secondo è capace di parlare a tutti indistintamente ed è quello che infine rende la pellicola un gioco degli specchi seducente e tremendamente divertente. Una magistrale lezione di sottigliezza con due interpretazioni superbe.

            Funziona su due livelli, May December, il nuovo film di Todd Haynes - tra le voci più rare ed eccezionali del panorama moderno e contemporaneo, statunitense ed internazionale, reduce dall’incompreso e sottovalutato Cattive acque e dal documentario sui Velvet Underground.

            Il primo si esaurisce in quello che la pellicola e la sua sceneggiatura - scritta da Samy Burch, su soggetto suo e di Alex Mechanik - vogliono raccontare. Dunque, nelle logiche conseguenze dello spunto narrativo e nell’espressione vernacolare del titolo [si dice “May-December romance” quando qualcuno/a che si trova nel maggio, nella primavera, in piena età giovanile, si innamora di qualcuno/a nel dicembre, nell’inverno della propria vita].

            Più concretamente, seguendo i passi di un’attrice, di nome Elizabeth Berry e dal curriculum bizzarro, formatasi alla Julian ed esordita a teatro, poi abbandonato per la televisione, in cui ha preso parte a serial popolari ma di dubbia qualità, e spot pubblicitari). Al lavoro sul suo prossimo ruolo, ella si reca a Savannah per osservare da vicin(issim)o e scoprire tutto quel che può su Gracie Atherton, una donna che vent’anni prima, trentaseienne, è finita su tutti i giornali per aver avuto una relazione intima col tredicenne Joe, uno dei compagni di scuola del figlio. Una volta che quest’ultima ha scontato il suo tempo dietro le sbarre (dove ha dato alla luce la loro primogenita), i due si sono sposati e hanno avuto una coppia di gemelli, ormai prossimi al diploma. È appunto la discussa, scandalosa, famigerata relazione di Gracie e Joe il soggetto del film di cui Elizabeth sarà appunto la protagonista. Quest’ultima ottiene il nullaosta della coppia e - domanda dopo domanda, passo dopo passo - si addentra nella loro intimità, finisce per invadere il loro spazio quotidiano, fino al punto da scardinare l’apparente nuovo e quieto equilibrio che, negli ultimi anni, erano riusciti a creare.

            In termini strettamente autoriali, May December è esattamente quel che appare o che comunque ci si potrebbe aspettare da una storia di simili fattezze; una storia, per essere precisi, dichiaratamente metatestuale, autoreferenziale ed autoriflessiva sin dal principio, dagli interessi, intenzioni, ossessioni annessi, connessi e parimenti inevitabili. È quello che si offre subito agli occhi dello spettatore, l’ennesimo testo a vedersela con la finzione nella e della realtà, e viceversa (la realtà nella e della finzione), ma anche con la fictionalizzazione del vero. Un testo, insomma, puntualmente intonato con le inquietudini, preoccupazioni e dilemmi della contemporaneità: la post-verità, l’ineludibile ambiguità, la perpetua indefinitezza, l’imprendibilità della forma rispetto al contenuto, per non parlare dello stretto, assoluto, spasmodico controllo sulla propria immagine, l’autopercezione di sé e i modi in cui desideriamo sembrare, apparire, in cui “performiamo” agli occhi degli altri. In poche parole, il cinema debitore della vita e il vivere - va da sé - asservito ad un certo cinematismo, ad un'evidente cinematicità, spesso ripiegando sui suoi stessi strumenti in un tutt'uno di ruoli e mestieri (si è quindi insieme attori, sceneggiatori e registi di sé).

            Non solo, servendosi di un copione (candidato all’Oscar) minuzioso e ottimamente congegnato, Haynes orchestra e organizza, con solita raffinatezza e pulizia, un contenitore filmico - tipicamente postmoderno, tanto quanto fatalmente derivativo - votato a trasmettere tutta la vaghezza, la sfuggevolezza e la vertigine della sostanza narrativa e discorsiva attraverso un pastiche di rielaborazione di generi, estetiche, linguaggi. Il film è allora, e allo stesso tempo, un giallo svuotato di tutto: del cadavere, dell’arma del del delitto, del delitto stesso; ad eccezione del detective (la stessa Elizabeth), dei testimoni, delle vittime (più numerose di quel che si immagina) e, in particolare, del mistero e della suspense; e un melò patinato sulla scia del cinema di Adrian Lyne e di un gusto anni ‘80, tra risvolti psicologici, erotismo e ritmi thriller. Una provocante dark comedy sulla naturale forma delle cose, sul parimenti naturale corso della vita e sulle singolarità che lo vanno a scomodare; e un noir dislocato con una, forse due femme fatale e tanti, tantissimi specchi come indicato da Pier Maria Bocchi nella sua recensione. E poi anche un omaggio affezionato all'opera esistenzialista e figurativa di Ingmar Bergman (una sequenza, nello specifico, è tratta direttamente dal suo Persona).

            May December Julianne Moore Natalie Portman Recensione Cinemando

            Tornando però ai due livelli (paralleli e coevi) lungo cui si districa May December: laddove il primo parla ad una platea ben specifica e segue urgenze più prettamente cinefile e di poetica (in quanto nuovo inserto di una filmografia d’identità e artifici), il secondo si rivolge a tutti indistintamente, è il migliore dei due e quello che alfine rende la pellicola davvero seducente e interessante.

            “I knew I should create a sensation" scriveva l'Oscar Wilde haynesiano in Velvet Goldmine. Citazione, quest'ultima, che il cineasta losangelino prende qui praticamente alla lettera, compiendo un'operazione a suo modo sovversiva. In un presente soffocato da quello stesso velo di apparenze che Elizabeth, l'attrice, vorrebbe all'apparenza squarciare, egli sceglie infatti di affidare all’elemento epidermico dell’esperienza audiovisiva, alla sua visceralità, alla maniera, alla forma e quindi al puro gesto cinematografico; il senso ultimo e più efficace dell'opera.

            May December è pertanto una magistrale lezione di sottigliezza, che scivola e si insinua sottotraccia, nel tentativo di cristallizzare, di "immaginare" (nel senso etimologico di "dare immagine" ad) un sentimento e, al contrario, di permeare ogni singola inquadratura di quella stessa sensazione. L’inquietudine, il dubbio, l’angoscia accompagnano lo spettatore dal primo all’ultimo minuto, lasciandolo col fiato sospeso, anche se, nei fatti, non succede nulla di più di quanto già espresso nel soggetto; seppur - quantomeno in superficie - il racconto resti tutto in potenza, nell’eventualità e nell'attesa di un colpo di scena che non arriva mai.

            Il merito è da attribuirsi alla colonna sonora così sfrontatamente suggestiva di Marcelo Zarvos (composta riadattando e rielaborando quella di Michel Legrand per il dimenticato Messaggero d’amore di Joseph Losey), al montaggio a regola d’arte di Affonso Gonçalves, imprescindibile nell’esecuzione di una cadenza e di un passo ipnotici, e ad un casting su misura, che non poteva essere più esatto, fondamentale a sua volta nel favorire una serie di interpretazioni superbe.

            Parliamo ovviamente di Julianne Moore (volto feticcio del cinema haynesiano) e di Natalie Portman (genitrice del progetto e sua co-produttrice, in un involontario slancio di autofiction), ingaggiate in un'incessante gara di bravura, affabulazione, seduzione incondizionate; entrambe muse ammaliatrici, sirene irresistibili, ciceroni. Sfinge di un'indagine che, sì, arriverà pure a scandagliare i desideri e traumi più reconditi, repressi e inconfessabili della società occidentale - che strisciano, crescono, si incrisalidano nelle sue gabbie senza però mai sbocciare. O a parlare di successo, fama, desiderio e piacere dell’idolatria, del vano tentativo di alienazione e invenzione, preferibili alla certezza di una grigia mediocrità e di una donna “sicura”. Un'indagine che, ciò nondimeno, ci chiama in causa da un’altra prospettiva ancóra, in forma diretta.

            Mediante il riflesso bergmaniano di Elizabeth e Gracie, May December finisce così per rifletterci e riflettere sulla nostra percezione, sul rapporto che intratteniamo con quelle vite mediate e rappresentate - sotto forma di storie e vicende - su schermo, sul nostro posto, possibilmente scomodo, all’interno di una doppia finzione: una esterna e immediata, l’altra sotterranea e più complessa. Lo spettatore dunque non può che prendere le parti di Joe, il baricentro di sincerità e comprensibile umanità del racconto. Gli sta a lato e, come lui - costretto per tutt’altri motivi a crescere frettolosamente - viene ridotto ad una naïveté sensibile, disarmato di ogni protezione, lasciato in balia di due poli di fatale, cinica, sgradevole attrazione, messo a diretto contatto con questo gioco degli specchi epistemologico, trasformista, serpentino. Eppure, tremendamente divertente.

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