
CARACAS CEDE AL SUO STESSO INCANTESIMO, MA È QUESTO IL BELLO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Caracas
USCITA ITALIA: 29 febbraio 2024
REGIA: Marco D'Amore
SCENEGGIATURA: Marco D'Amore, Francesco Ghiaccio
CON: Marco D'Amore, Toni Servillo, Lina Camelia Lumbroso, Marco Foschi
GENERE: drammatico, thriller, crime
DURATA: 110 min
VOTO: 7-
RECENSIONE:
Al suo terzo lungometraggio da regista, Marco D'Amore, il fu Ciro l'Immortale di Gomorra, traspone il romanzo Napoli Ferrovia di Ermanno Rea e si reimmerge in quella Napoli magica, sospesa tra realtà, mito e immaginazione, evanescente, imprendibile, che aveva ben raccontato nel precedente lavoro. Una Napoli di puro cinema poiché di pure immagini. Che diventano perciò il tramite principale della sostanza della pellicola, della scrittura effettiva di vicende, personaggi, luoghi, sentimenti, ma soprattutto il fondamento capace di rendere Caracas un'operazione interessante, al di là di tutti i limiti e le derivazioni.
Napoli Magica. Napoli Ferrovia. Il primo è il titolo del secondo lungometraggio da regista di Marco D’Amore - il fu Ciro l’Immortale di Gomorra - in cui questi si aggira e perde, con piglio anche documentaristico e presenza divistica, tra le strade e i vicoli della metropoli campana, per poi tuffarsi nel suo cuore profondo, scomparire nelle sue viscere, nei suoi tunnel sotterranei, e ritrovarne le vestigia, sospese tra mito e leggenda: dalla Sirena di Partenope alla maledizione della Gaiola, dal mito di Iside al diavolo della Pietrasanta, dalle Compagnie della Morte ai cori perduti delle fate. Il secondo è invece il titolo del romanzo di Ermanno Rea da cui lo stesso attore e neocineasta prende ispirazione per Caracas, il suo nuovo lavoro dietro la macchina da presa, dove quella Napola Magica - da che era la destinazione, la meta di un viaggio perlopiù realistico ed empirico - è già sprigionata, ammanta, riempiendo, saturando ogni singola inquadratura.
È la storia di un ménage à trois, il Napoli Ferrovia di Rea e, di conseguenza, quello di D’Amore, i cui protagonisti sono l’uno complementare, essenziale all’altro. È la storia di un uomo dal passato misterioso, forse in gran parte immaginato e artefatto, e dal presente paradossale, conosciuto come Caracas, cresciuto e così piegato dall’odio da vedere nella violenza l'unico mezzo per emergere e sopravvivere, nello sciovinismo il solo credo, e nella figura di un certo Duce un padre eterno, in sostituzione di uno mai conosciuto. Un naziskin, per farla breve, che tuttavia, posto di fronte all’abiezione, alla crudeltà, all’odio cieco, incendiario, incontrollato, si ribella, ne paga le conseguenze, salvo poi venir soccorso dalla fede ritrovata e abbagliante in un altro padre eterno, il Dio Allah. Caracas si converte all’Islam per amore, per Yasmina (nel libro, Rosa La Rosa), un legame puro in certi sensi e, in quanto tale, inevitabilmente portato verso il dolore, la desolazione, le corruzioni che la vita ha in serbo per ciascuno.
L’altro protagonista è Giordano Fonte (un alter ego dello stesso Rea), un autore di fama internazionale che ha trascorso quasi cinquant’anni della sua vita all’estero, rifacendo capolino a Napoli sempre per cose di poco conto, un fugace saluto agli amici, la propria presenza a qualche veglia funebre, degli impegni sporadici. Allo stesso tempo nei suoi libri gli pare non aver scritto altro che di questa città. Di essa, gli sembra aver percorso in lungo e in largo i posti, decantata l’atmosfera, descritte le persone, omaggiata la storia. A tal punto che ora crede sia giunto il momento di mettere un punto. Di smetterla proprio con lo scrivere e la letteratura.
Eppure, l’incontro fortuito, quasi magico appunto, con Caracas, una personalità e un uomo a lui diametralmente opposto, risveglia qualcosa di imprevedibilmente vitale, di mai sopito. E, una volta che Giordano torna tra quelle strade, magari per rimanerci, un turbinio di ricordi si innesca in lui. Sensazioni, epifanie, suggestioni, filate e affilate dalla terza e ultima protagonista, che - va da sé - è proprio quella Napoli magica, evanescente, deserta, imprendibile, talora concreta e topografica, altre volte astratta, metafisica, un (non-)luogo della mente.

Una città - come la osserva D’Amore e disegna la fotografia (tanto impressionista e forte, quanto purtroppo calligrafica e derivativa) di Stefano Meloni, ma soprattutto come la tratteggiavano le parole di Ermanno Rea - in cui passato, presente e futuro semplicemente coesistono, si accumulano gli uni sugli altri, in senso quasi archeologico. Che negli anni “non è affatto mutata. Questa è una città-spugna, in grado di ridurre alla propria misura chiunque la scelga per casa”. Inghiotte, “metabolizza fingendo di farsi essa stessa straniera”, divora la Napoli di Caracas, che, della controparte cartacea - questa, risalente a più di quindici anni fa -, carpisce la storia e il peso letterario, mitologico e di immaginario. Il suo essere passaggio intermedio, anello di congiunzione tra il fondamentale Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese e la visione e versione della città, prima savianica, poi gomorrense, quale ideale successora di New York e, quindi, nuova meta pop del crime, “infernale paradiso criminale”.
Una storia iconologica e iconografica di cui, come sopra, lo stesso D’Amore è stato elemento centrale e anche registico, tra gli episodi della serie Sky e lo spin-off cinematografico L’Immortale, e che torna perciò nel trasporre la storia di questo magico incontro, specie nei suoi momenti più spettacolari, per quanto ridotti davvero all’indispensabile e sempre funzionali. Molto più presente è invece Nostalgia di Mario Martone - non a caso sempre tratto da un racconto di Rea - nel quale un uomo torna anch’egli in una Napoli tortuosa e labirintica, elegiaca e pericolosa, talora cupa e spaventosa, altre volte affettuosa ed accogliente, dopo quarant’anni di vita all’estero, e lentamente inizia a ripercorrere i propri passi, a rivivere i momenti dei suoi primi anni di vita, ritrovando il suo miglior amico di adolescenza, il compagno con cui ha sfiorato il destino della criminalità. Un Cuore di tenebra de noantri; un film sospeso, evanescente, disarmante, magnetico, immersivo che, al pari di Caracas, pone all’attenzione dello spettatore un’idea di crogiolo di culture, influenze, popoli, da sempre contemplata e inclusa nella genetica del capoluogo campano.
Un tentativo, quello di Martone, senz'altro più riuscito - forse perché più esile, semplice, asciutto - di quello di D'Amore, il quale riconferma cionondimeno l’indubbio pregio di avere una chiara idea di cinema, di silenzi, musica, interpretazioni e movimento; di saper lavorare di sole immagini, che diventano perciò il tramite principale e decisivo della sostanza della pellicola, della scrittura effettiva di vicende, personaggi, luoghi, sentimenti. Riconoscibili già agli esordi, le sue sono una messa in scena e una regia che paiono regolarmente naturali e spontanee, sincere e sentite, anche quando vi è e si scorge un grosso impegno produttivo alla base.
Sono queste capacità a cui notoriamente, e purtroppo, il nostro - ormai didascalico, per non dire didattico - cinema italiano non sembra più essere avvezzo, e che contribuiscono a rendere Caracas quantomeno interessante, pur con tutti i limiti e i difetti del caso. Nonostante scelga, per essere precisi, la strada più confortevole per tradurre su schermo il romanzo di Rea, prediligendo l’affresco cittadino dai risvolti immancabilmente lirici e poetici e sacrificando gli altri due, tre personaggi, di cui appiattisce invero la complessità tematica e dialettica, spegne i conflitti interiori e profondi e pure il fascino complessivo, non fosse per le prove di un Toni Servillo sonnambulo, consunto, versatilissimo, di un D’Amore sulle prime ingombrante, ma solidissimo, di una splendida Lina Camelia Lumbroso e di un perfetto Marco Foschi. Malgrado non riesca mai a far emergere come vorrebbe, a far sembrare fresco o singolare il proprio sguardo su Napoli. Anzi, rimanendo soffocato tra i rioni di un’immagine di Napoli di cui il nostro Ciro può appunto considerarsi co-autore, aedo, cicerone. E ancora, pur addentrandosi in questo suo dedalo audiovisivo ipnotico, in questa ragnatela infida e lentamente perturbante, alla strenua ricerca di qualcosa che manca all’appello, magari inesistente, di un altrove filmico, di un nuovo potenziale risvolto, tanto da arrivare guastare l’equilibrio iniziale, da smarrire il nucleo, un centro, un focus ben preciso, il proverbiale filo per ritrovare poi l’uscita… Insomma, tanto da perdersi lui in primis.
Ma forse è proprio questo: l'abbandonarsi al fluviale scorrere delle immagini; il bello (seppur effimero) della visione di Caracas. La storia di due uomini che si fagocitano, si mangiano a vicenda fino ad assumere un’inconsistenza fantasmatica, a diventare sbiadite fotografie od ombre che si aggirano per i rioni. Perché, in fondo, sono un tutt’uno inscindibile. Uno, nessuno, centomila Caracas in una città (ossimorica, parimenti proteiforme, che è "il mondo, un barrio, una favela o una baraccopoli") in cui si sa come e per quale motivo ci si arriva, ma da cui non si sa come, né si riesce a fuggire.
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