
YANNICK È COSÌ (SUR)REALE CHE BISOGNA VEDERLO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Yannick
USCITA ITALIA: 18 gennaio 2024
REGIA: Quentin Dupieux
SCENEGGIATURA: Quentin Dupieux
CON: Raphaël Quenard, Pio Marmaï, Blanche Gardin, Sébastien Chassagne
GENERE: commedia, drammatico
DURATA: 67 min
Vincitore dell'Europa Cinemas Label al Festival di Locarno 2023
VOTO: 7
RECENSIONE:
Ad una prima occhiata, Yannick potrebbe apparire come il più ordinario dei film del surrealista Quentin Dupieux. Ed è verissimo, ma non come si crederebbe, non nell'idea che innesca il tutto, quanto piuttosto nei modi, nell'attenzione per la scrittura dei personaggi, specie di colui che presta il proprio nome al titolo, e nei discorsi, assolutamente contemporanei, sotto ai riflettori. Perché, purtroppo o per fortuna, Yannick siamo noi, nella volgarità e nell’imprevisto sentimentalismo, nella presunzione e nella fragilità, nell’assurdità e nel prevedibilissimo destino.
Forse non tutti hanno ben presente chi sia Quentin Dupieux, meglio e più conosciuto come Mr. Oizo, nato dj e produttore musicale, divenuto poi regista di videoclip e, solo in un secondo momento, di cinema, con pellicole come Réalité, Doppia pelle e Mandibules - Due uomini e una mosca, ad oggi il suo migliore. Titoli, questi, che chi bazzica il cinema d’essai e da festival conosce molto bene. Così come ha ormai imparato a conoscere e, con tutta probabilità, ad amare la cifra profondamente surrealista di questo artista davvero eclettico che, ad ogni nuovo lavoro, alza ancor più la proverbiale asticella e la posta in gioco, volge il suo sguardo verso situazioni e idee ogni volta più assurde, riponendo dunque enorme fiducia allo spettatore e alla sua capacità di sospensione dell’incredulità, se non proprio del senso della realtà.
Ecco perché vedere Yannick potrebbe risultare disorientante per chi, appunto, ha bene a mente il lavoro e il percorso artistico di Dupieux. Lo potrebbe essere, sconcortante, soprattutto se lo si confronta col successivo (presentato fuori concorso all’ultimo festival di Venezia, ma tuttora inedito nelle sale italiane) Daaaaaalí!, il quale, già dal titolo, palesa un’ennesima riconferma del suo stile, della sua firma e delle sue inclinazioni, nonché un chiaro e programmatico omaggio al padre indiscusso del surrealismo. Anche nel caso di Yannick, quel che, all’apparenza, vi è da sapere lo si ritrova nel titolo o, meglio, nella scelta dell’edizione italiana di accompagnarlo con l’utile e descrittivo sottotitolo La rivincita dello spettatore.
Difatti, ad intitolare il film è, appunto, tal Yannick. Pettinatura improbabile, maglioncino di lana grigio, faccia puntuta, guardiano notturno di professione: insomma, un tipo che sembra proprio uscito da una storia buffa o inquietante. Stravagante, ambiguo, forse non del tutto sano di mente o forse semplicemente in cerca di attenzioni, questi decide, colto da un misto di noia, delusione e frustrazione, di interrompere furiosamente lo spettacolo teatrale a cui sta assistendo - per di più inveendo contro gli attori e minacciando loro e gli altri spettatori con una pistola - e di scrivere e portare in scena lì per lì il proprio, di spettacolo. Di inscenare una storia che dice molto più di lui di quanto lui stesso penserebbe, abbastanza becera, raffazzonata, non particolarmente brillante, eppure capace di risultare più sincera di quella che ha sabotato, di arrivare al cuore delle persone, addirittura di indurre uno dei tre attori a riflettere su di sé e sulle proprie scelte di vita.

È quasi più lungo a dirsi che a vedersi, Yannick, in quanto, come ben ci ha abituati Dupieux, dura a malapena un’ora. E in questo rappresenta un’altra invidiabile (oggi come non mai) lezione di sintesi ed essenzialità. In primis, per quel che riguarda il soggetto, apparentemente in linea con l’umore e il passo delle altre opere del regista, e il suo sviluppo, il quale al contrario viene portato avanti dal nostro in una maniera tale che, ad un certo punto, quasi ci si dimentica da dove, cosa e soprattutto come si è partiti. Questo perché, pur essendo il solito film di Dupieux - e quindi giocando tutto sul soggetto, su una singola, buonissima idea portata alle estreme conseguenze (qui più che altro emotive, di crescendo) e resa plateale, netta nella sua irrealtà e pretestuosità - esso, come il suo protagonista, mira ad infrangere, annullare quella barriera della finzione che concede allo spettatore una posizione comoda e confortevole.
Interpretato da un Raphaël Quenard perfetto, Yannick vuole aprire un dialogo, sfida apertamente tutto e tutti, rompe la quarta parete e, nel farlo, chiama in causa sé stesso e, va da sé, la categoria spettatoriale di cui si fa portavoce. Il vero interesse di Dupieux non è allora la tensione o la suspense (molto tipiche, dal canto loro), né tantomeno il mero gioco di potere o il ribaltamento di ruoli. Questi sono solo un veicolo, una maniera come un'altra di parlare, con freschezza e ingegnosità, di qualcosa di assolutamente contemporaneo.
Come il consumo spettacolare e il processo di transazione economica che lo informa. E quindi, il rapporto che instauriamo con ciò che guardiamo; quello che ricerchiamo convinti e serissimi - a costo di sembrare insani, strambi - nei modi e mezzi di intrattenimento per cui talora sacrifichiamo più di quello che otteniamo in cambio. Il patto non scritto che lega spettacolo e spettatore, rappresentazione e rappresentato. O ancora, il sistema delle aspettative che spesso diventa l’unico parametro di giudizio delle opere che fruiamo. Ma anche - fenomeno dell’ultimo minuto - la delusione, l’insofferenza, l’insoddisfazione che, servendosi del potere egualitaristico della rete, delle piazze social, delle petizioni e plebisciti, ci porta a stravolgere, cambiare, trasformare, secondo il nostro gusto, arbitrariamente, qualcosa che riteniamo sbagliato o mal fatto, diventandone pressoché co-produttori, coautori, fautori, ma gonfiando in parallelo e inavvertitamente pure l’ego, il potere, l’auto-indulgenza e -convinzione di quelli che, autori, lo sono de facto.
Yannick siamo noi, purtroppo o per fortuna, nella volgarità e nell’imprevisto sentimentalismo, nella presunzione e nella fragilità, nell’assurdità e nel prevedibilissimo destino: una (presa di) consapevolezza scomoda e che quindi va sequestrata. Ebbene, tutto questo lo si poteva intuire già dal titolo, ma solo assistendo ai 67 densi e garbati minuti lungo cui si dipana ci si può rendere conto di come un incipit di chiaro stampo surrealista possa diventare tutto il contrario. Qualcosa di reale e perturbante. Un posto in platea nella banale e amara commedia dell’oggi. Nella nostra commedia di eterni personaggi in cerca di qualcosa che ormai possiamo trovare solo nella finzione.
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