
ESISTONO DUE ROMEO È GIULIETTA, E ABBIAMO VISTO IL PEGGIORE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Romeo è Giulietta
USCITA ITALIA: 14 febbraio 2024
REGIA: Giovanni Veronesi
SCENEGGIATURA: Giovanni Veronesi, Pilar Fogliati, Nicola Baldoni
CON: Sergio Castellitto, Pilar Fogliati, Geppi Cucciari, Maurizio Lombardi, Domenico Diele, Margherita Buy
GENERE: commedia
DURATA: 112 min
VOTO: 6
RECENSIONE:
Giovanni Veronesi rinsalda, dopo Romantiche, il sodalizio con l'attrice comica Pilar Fogliati in Romeo è Giulietta, ennesima rivisitazione della leggendaria pièce di Shakespeare. Durante la visione, emerge l'impressione che esistano due versioni del film, quello che avrebbe dovuto essere: migliore, con Pilar Fogliati davvero protagonista e lo slancio originario integro; e quello che è arrivato ai nostri occhi: peggiore, tanto canonico quanto confusionario, con un Sergio Castellitto lasciato a briglia sciolta che si mangia inevitabilmente il tutto.
La cosa più arguta e brillante di Romeo è Giulietta, il nuovo film di Giovanni Veronesi, è anche la più immediata, facile. È il suo titolo (forse opera del correttore automatico?), che in sé concentra tutta la sostanza del soggetto e della sceneggiatura, co-firmati dalla protagonista Pilar Fogliati, assieme a Nicola Baldoni e allo stesso regista. O meglio, sintetizza quello che, almeno nella teoria, avrebbe dovuto essere la pellicola.
Vale a dire la riconferma di un felice sodalizio, quello tra il regista pratese e la spiritosissima e splendida attrice alessandrina - spalleggiati dai produttori Fabrizio Donvito, Benedetto Habib, Daniel Campos Pavoncelli e Marco Cohen -, cominciato con Romantiche, anche esordio dietro la macchina da presa di lei: una collezione di ritratti talora acerba, eppure sublimata dalla sua impronta comica e dalla cura del dettaglio del mondo che va a costruire, e dotata di una sensibilità fresca riguardo alla percezione spettatoriale.
Non solo, Romeo è Giulietta è o dovrebbe essere soprattutto un racconto dalla spinta rivoluzionaria, sovversiva, idealmente anticonformista. Più concretamente, la storia di Vittoria, un’attrice spiantata, rinnegata, cancellata (un velato alter ego di Asia Argento, amica di lunga data di Veronesi, che compare in una scena e a cui è dedicato il film), ma di buone speranze che, per vendicarsi di tal Federico Landi Porrini, spietato, sgradevole ed eccentrico regista teatrale che ne ha stroncato il provino per una rivisitazione della nota tragedia shakespeariana, addirittura prendendola a male parole, si presenta sotto fattezze maschili, col nome di Otto Novembre, al provino per il ruolo di Romeo. Fin qui tutto bene, non fosse che Porrini si innamora a tal punto delle sue fattezze, della sua presenza scenica, della sua interpretazione dimessa e fragile, da sceglierla/lo per essere la/il protagonista della sua rappresentazione.
Parliamo quindi di un testo (dai risvolti ovviamente comici) che, da Shakespeare, si estende fino al meta-teatro di pirandelliana memoria, ripercorrendo le più note variazioni cinematografiche sul tema (del mascherarsi, del cambiare sesso per essere riconosciuti in quanto artisti e attori) che si sono succedute negli anni, com’è il caso, ad esempio, di Shakespeare in Love o, ancora prima, di Tootsie. Purtroppo, questo film, quello che le nostre parole hanno appena illustrato sarebbe stato possibile se, ad avere il controllo primario su regia e sceneggiatura fosse stata Fogliati, giacché affidare il timone a Veronesi significa virare decisamente verso un tipo di commedia, di prodotto e di discorso del tutto diversi, antitetici, di cui il manifesto à la Love Actually è, neanche a dirlo, manifesto. Significa virare, in altre parole, su un progetto sì ambizioso, ma solo nelle dimensioni e negli scopi produttivi, nella sua natura mainstream, piuttosto che nella sostanza. E così dar vita a tutt’altro film, che cammina in precario equilibrio sul finissimo confine che separa arguzia e anonimia, verve e vecchiaia, sagacia e sicurezza, o - per dirla con la sceneggiatura - una minestra fresca e una riscaldata.
Allora, Romeo è Giulietta conserva solo un briciolo dello slancio contenuto, espresso, relegato perlopiù a quel titolo, in stralci di dialogo e intuizioni interpretative che, quando non paiono, sono concretamente merito dell’energia di Fogliati. Se in Romantiche era vorticosa, incontentenibile, magari pure rischiosa per l’equilibrio della pellicola, quest'ultima appare qui in parte tenuta a freno, assimilata e soffocata dalle scelte e soluzioni di una commedia degli equivoci tanto canonica quanto caotica, confusa, scomposta, spesso stonata, che ne reprime alfine il protagonismo - quest’ultimo giusto e coerente, del resto, con le intenzioni di quel titolo. Fin dalla primissima sequenza dopo i titoli di testa, Veronesi sposta infatti la propria attenzione sul personaggio del vecchio regista idiosincratico, brontolone, nevrotico e finito, portato in scena da un Sergio Castellitto a briglia sciolta, assecondato nei suoi violenti exploit e in una recitazione fisica molto accentuata. Inevitabilmente, egli, seppur bravissimo ed esilarante, da interprete famelico, carismatico e gravitazionale qual è sempre stato, si mangia tutto, a partire - diegeticamente - dal caustico articolo di un critico nemico per approdare sul film in sé e per sé, che diventa perciò di(!) Castellitto.
Un film in cui, malgrado la sintonia e la simpatia che si percepisce nelle interazioni tra gli attori, Fogliati deve lottare con qualsiasi mezzo a propria disposizione per farsi notare e, di conseguenza, ricordare dallo spettatore. Cosa che potrebbe anche essere prevista e congrua all’argomento della pellicola, non fosse per le imperizie evidenti che è impossibile non notare: le illogicità nello sviluppo dell’intreccio, le cadute di stile nella conduzione del gioco degli equivoci, l’impossibilità dunque di sospendere l’incredulità. Ma anche l’andatura quasi episodica, a ritmo di siparietti, gag (alcune fiacche, come quella del fuck) o personaggi e sottotrame banalmente inutili (leggasi la presenza, alla stregua di un cameo, di Margherita Buy). O ancora, il montaggio sconclusionato di Patrizio Marone, la scenografia poco ispirata di Veronica Rosafio, le musiche pieraccionesche di Andrea Guerra.Tutto questo contribuisce per l’appunto ad alimentare la sensazione che, in fondo, e un po’ come nel caso di Vittoria e Otto, esistano due Romeo è Giulietta: quello che è arrivato ai nostri occhi e quello che, nonostante tutto e tutti, tenta invano di emergere e farsi sentire da dietro le quinte. Di togliersi la maschera a cui è stato costretto.
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