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            23 Gennaio 2024
            The Holdovers Paul Giamatti Alexander Payne Oscar Recensione Cinemando
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            THE HOLDOVERS USA LA NOSTALGIA PER RIFLETTERE SUL PRESENTE

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Holdovers
            USCITA ITALIA: 18 gennaio 2024
            USCITA USA: 27 ottobre 2023
            REGIA: Alexander Payne
            SCENEGGIATURA: David Hemingson
            CON: Paul Giamatti, Dominic Sessa, Da'Vine Joy Randolph, Carrie Preston
            GENERE: drammatico, commedia
            DURATA: 133 min
            Golden Globes come miglior attore protagonista e come miglior attrice non protagonista in una commedia

            VOTO: 8.5

            RECENSIONE:

            Il premio Oscar Alexander Payne punta ad un'altra brillante stagione dei premi con The Holdovers, dramedy che recupera, ripropone, conserva il sapore, gli odori, il gusto e la maniera del cinema americano anni '70, per avanzare prospettive attualissime, per parlare in realtà del presente. Un Paul Giamatti impegnato in una lezione di intensità e versatilità recitativa, una finissima Da'Vine Joy Randolph e un Dominic Sessa magnetico sono e non potevano che essere i volti di questo piccolo, grande film che racconta con straziante dolcezza il paradiso amaro da cui veniamo e verso cui siamo eternamente diretti..

            The Holdovers di Alexander Payne è un po’ come una bottiglia di vino, regalata sotto Natale magari e a lungo conservata. O, se preferite, di Cognac Rémy Martin Louis XIII. Ossia un distillato di puro cinema anni ‘70, più precisamente della Nuova Hollywood, lasciato maturare, invecchiare, affinare per anni e anni, reso ogni giorno più pregnante e prelibato, fino al momento speciale - solo la prima delle molte citazioni che faremo a Sideways, uno dei migliori lavori del regista premio Oscar. Uno che, stappato e gustato oggi, non soltanto conserva, ma restituisce con ancor più intensità tutto ciò che, col tempo, abbiamo scoperto e imparato ad amare di quel cinema lì.

            Già dai titoli di testa, anzi ben prima: dal logo d’epoca della Universal, dal cartello di licenza, dal font utilizzato; arrivando poi alla fotografia granulosa, ruvida, materica di Eigil Bryld, all’effetto 35 mm (applicato in post-produzione sulle riprese in digitale) nel formato 1.66:1, alla musica e al suono sporco, da puntina di vinile; e ancora, ai lenti zoom e de-zoom, alle vedute contestuali su paesaggi innevati, alle dissolvenze incrociate, è possibile sperimentare o quasi un’esperienza cinematografica elegiaca. D’altronde, il cinema è, per antonomasia, l’arte del tempo (delle immagini in movimento), dell’ellissi e della sintesi, così come della dilatazione, della divagazione e, in questo senso, anche un po’ del riflusso, della conservazione. Detta altresì, della nostalgia. E, nostalgico, The Holdovers lo è innanzitutto in questa sua ipersensibilità delle immagini: nelle luci che modellano gli ambienti, negli odori plausibili che questi ultimi conservano o, meglio, potrebbero conservare, al di là della lettura storica, filologica che se ne può trarre, e dei riferimenti attraverso cui si possono (ri)leggere.

            Viene spontaneo allora pensare che quella di Payne sia giusto l’ultima arrivata di una lunga stirpe di opere che si rifugia nella polvere della soffitta e dei ricordi (cinematografici) andati perché incapace di pensare ed immaginare qualcosa di nuovo, o in quanto disilluso e scoraggiato dalla contemporaneità - in materia filmica e non.

            The Holdovers Paul Giamatti Alexander Payne Oscar Recensione Cinemando

            Ebbene, come sempre avviene nel caso di pellicole di tale specie, dall'apparente ma assennato calligrafismo (si pensi, ad esempio, a Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson), assolutamente nulla di ciò che racconta è eccezionale, raro, curioso, inedito per così dire. E The Holdovers non fa eccezione nel seguire le vicende di tre “trattenuti” (letteralmente, holdovers), di un trio di disgraziati. Di tre isole per tre solitudini diverse, eppure molto simili. Di tre anime abbandonate a sé stesse e al proprio dolore. Chi per un segreto di cui si vergogna, e che tenta di perdonarsi bevendo e di mascherare dietro un atteggiamento misantropo, schivo, repulsivo, burbero, cinico e spietato. Chi per una difficile storia familiare e un rapporto ostile con i propri genitori. Chi invece per una perdita incolmabile, a cui si somma un immarcescibile fatto di etnia.

            Loro sono rispettivamente il professore di storia antica - con assortimento di metafore dalla cultura romana e citazioni latine, occhio di vetro, trimetilaminuria e iperidrosi - Paul Hunham, Angus Tully, uno dei suoi alunni più brillanti, ma non certo meno ribelli, e Mary Lamb, capo-cuoca afroamericana dell’istituto, afflitta dalla morte nella giungla vietnamita dell’unico figlio che aveva; e sono gli avanzi umani delle festività natalizie alla Barton Academy. Quelli di cui pare non importare nulla a nessuno, che si troveranno pertanto costretti a condividere le settimane di vacanze a stretto contatto, fra le “quattro mura” della scuola. Inutile dire che, dopo qualche frizione e screzio iniziale (soprattutto tra professore e allievo) e pur pensando di non avere davvero nulla da spartire, finiranno pian piano per aprirsi ai propri compagni di “prigione”, come la definirà qualcuno. A mettersi a nudo, a rivelare “entre eux” i fantasmi del proprio passato e così svelare man mano un’umanità dolente, sofferente, triste, solitaria appunto, ma anche molto sventurata, ma allo stesso tempo un calore dato dalla mutua compassione, dalla solidarietà reciproca e da una crescente autoconsapevolezza della propria storia.

            Ed è proprio qui, nel rapporto con la storia (che può essere con la s maiuscola o minuscola), che The Holdovers giunge ad una sublimazione, ad un’elevazione fondamentale. Difatti, pur dando vita non a uno, ma a tre esempi paralleli, incantevoli e ineccepibili, come scrivevamo, la storia che raccontano lo sceneggiatore David Hemingson e lo stesso cineasta è una che, bene o male, abbiamo già visto, e non soltanto nel cinema settantino. A dirla tutta, come ha fatto notare Ilaria Feole, la pellicola è un insospettabile cripto-remake di Vacanze in collegio del 1935. Per non parlare del personaggio del prof. Hunham: una riproposizione fedelissima del classico protagonista del cinema di Alexander Payne.

            The Holdovers Paul Giamatti Alexander Payne Oscar Recensione Cinemando

            Come insegna il già citato Licorice Pizza, a fare la differenza è inevitabilmente il modo in cui tale vicenda diventa discorso filmico ed è messa in scena. Superati i convenevoli e la graduale immersione in questo tiepido, mesto, malinconico mondo e nelle peripezie del trio protagonista, The Holdovers lascia intuire la reale motivazione alla base di questa ricomposizione e riproposizione fedele, ma apocrifa ed idealizzata (il regista aveva solo dieci anni al tempo, ndr) di atmosfere ed immaginario. Che si sostanzia in un paio di dialoghi pari a dichiarazioni d’intenti, riassumibili a loro volta in una manciata di frasi.

            Ecco spiegato il riferimento a Sideways, l'opera cardine per quanto riguarda la poetica, la filosofia o - per dirlo col sottotitolo dell’edizione italiana - le lezioni di vita di Alexander Payne e, di conseguenza, anche il film più affine ed attinente all’operazione di somma che quest’ultimo sceglie di portare avanti. Torna, per la precisione, l’idea, citata esplicitamente da Mr. Hunham, che non vi è nulla di nuovo nell’esperienza umana. Nella pellicola del 2004, parafrasando e ribaltando quello che diceva un altro, eterno solitario, ma dalla storia inconsapevolmente più avventurosa - figlio di una sincerity anni ‘90 a cui The Holdovers si riallaccia in maniera subliminale -, la vita è come una bottiglia di vino, sai sempre quello che ti aspetta. Essa è quindi una costante, un movimento ciclico, indolente ed inevitabile: ci saranno periodi fortunati, annate di grandi gioie e prosperità, così come altrettante più sfortunate, insipide, di ordinaria mediocrità.

            Qui, sono le anfore in ceramica lasciateci in eredità dai greci, a testimoniare la scioccante, ma in fondo più banale delle verità: l’eterno e ineludibile ritorno dell’uguale, con buona pace di Nietzsche. Solo che l’umanità è nota per la sua memoria corta e la sua fallibilità. Ma The Time Has Come Today, come cantano i Chamber Brothers in colonna sonora: bisogna allora (ri)cominciare dal (cinema del) passato, fare i conti con la propria storia (del cinema), se si desidera fare diversamente da una collettività, società, nazione che, più che ad una metabolizzazione, riflessione, riscatto di ciò che è stato, oggi si limita a falsificare il suo retaggio. Pare spinta sempre più verso la medesima deflagrante morsa autodistruttiva.

            È questa la via di fuga, la nota di speranza ed ottimismo che Payne concede e affida a questo racconto (che, immancabile, si combina col road movie) in cui egli porta ai massimi livelli il suo documentarismo di finzione, la sua regia asciutta, ponderata, ritmata, adeguata all’accento, alle minime variazioni di tono e genere, al fluire di ogni singolo momento, naturalmente cinematografica, attenta al ruolo della musica, del montaggio e, va da sé, delle interpretazioni. Tutti i riflettori sono infatti su un Paul Giamatti impegnato in una lezione di intensità e versatilità recitativa, su una finissima Da'Vine Joy Randolph e su un Dominic Sessa magnetico col suo sguardo malizioso ed un corpo d’attore alla stregua di un set piece d'epoca.

            Solo e soltanto loro potevano essere i protagonisti di questo piccolo, grande film sulla dignità, sulla gentilezza e le ferite che celiamo agli altri, a cui tentiamo invano di fornire una giustificazione, quando basterebbe solo accettarle. Che non sbandiera subito, né rivela i suoi temi e le sue urgenze ad occhi e orecchie indiscrete. Che usa con grande intuito, quasi fosse una bugia bianca, il passato e il mezzo filmico per inserire qualcosa di molto attuale, per lasciar emergere il presente. Che racconta con straziante dolcezza il paradiso amaro da cui veniamo e verso cui siamo eternamente diretti.


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