
CON CHI SEGNA VINCE, TAIKA WATITI CHIEDE UN SECONDO TEMPO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Next Goal Wins
USCITA ITALIA: 11 gennaio 2024
USCITA USA: 17 novembre 2023
REGIA: Taika Waititi
SCENEGGIATURA: Taika Waititi, Iain Morris
CON: Michael Fassbender, Oscar Kightley, Kaimana, Will Arnett, Taika Waititi, Elisabeth Moss
GENERE: commedia, drammatico, sportivo
DURATA: 104 min
Presentato in anteprima al Toronto Film Festival
VOTO: 6/7
RECENSIONE:
Taika Waititi sceglie di adattare il documentario Next Goal Wins e così raccontare la storia della peggiore squadra di calcio professionistico nel momento più indicato e (ad essa) affine della sua carriera. Naufrago della barca Thor: Love and Thunder ed incapace di tradurre la prestigiosa vittoria di un Oscar per Jojo Rabbit, l'autore neozelandese ci dice, con Chi segna vince, che esiste sempre un secondo tempo e ci chiede di concedergliene uno pure a lui. Tuttavia, malgrado nasca come commedia dura e pura, in pieno stile waititiano, la pellicola funziona meglio quando scopre ed asseconda un'anima dramedy e melò preziosissima. Quando, insomma, riscopre un'essenzialità di racconto ed una sincerità nella scrittura dei personaggi.
È lo sport del calcio o il gioco del calcio? Forse il primo, forse il secondo, forse tutti e due, o forse nessuno dei due. Magari è qualcosa che va oltre lo sport, il gioco e addirittura il calcio stesso, fino a diventare una filosofia di vita, un sentire, un modo d'essere e di affrontare le cose della vita che può pure tradursi in un secondo momento nel dover o, meglio, nel voler calciare una palla a pentagoni bianchi e neri dentro una rete.
È di questo che parla Next Goal Wins, un apprezzato documentario britannico del 2014 che ripercorre le vicende dalle premesse ridanciane e dagli imprevisti risvolti appassionanti, sentiti ed ispirazionali della nazionale di calcio delle Samoa Americane, passata alle cronache per essere stata tra le più scarse, se non la peggiore squadra professionistica al mondo, e del suo tentativo, dopo innumerevoli disfatte (talune, al limite del parossismo, come la sconfitta 31 a 0 contro l’Australia), di qualificarsi per i mondiali di calcio del 2014, sotto e grazie alla rinnovata direzione tecnica dell'allenatore olandese-americano Thomas Rongen, anch’egli reduce da una serie di batoste e nel pieno di una violenta crisi personale e professionale. Ed è (inevitabilmente) sempre quello il fulcro dell’omonima trasposizione - che, nell’edizione italiana, risponde invece al titolo di Chi segna vince - firmata dal premio Oscar Taika Waititi, il quale incrocia questa storia nel momento più indicato e (ad essa) affine della sua carriera.
Non molto tempo fa golden boy della fucina hollywoodiana (che, appena conosciuto, è arrivata a riconoscergli appunto quella statuetta tanto ambita), il comico neozelandese approda sulle coste delle Samoa Americane, da un lato, naufrago della nave battente a prua Thor: Love and Thunder: un relativo fiasco commerciale, ma soprattutto una cocente e rumorosa delusione per migliaia di aficionados delle avventure del Marvel Universe, che sul film hanno sprigionato (talora ingiustamente) tutta la frustrazione e il disincanto esacerbati e riscaldati dalla visione del precedente Ragnarok; dall’altro, incapace di tradurre quella prestigiosa vittoria in un marchio, in una cifra capace di connettersi col grande pubblico. Basti pensare alle sue due creature televisive: lo spin-off del suo What We Do In The Shadows e la sentimental-piratesca Our Flag Means Death.

In sintesi, alla stregua di quel che spesso avviene con nuove personalità che si affacciano sul panorama hollywoodiano con intenzioni anche innovative e traumatiche, ma, in particolar modo, con coloro che l’industria nordamericana sceglie di incoronare sensazionalmente come promesse (od acquisizioni pregiate di un cinema indipendente d’autore che rende perciò mainstream), Taika Waititi è stato divorato dalla grande macchina. La responsabilità, in parte, è anche sua. Si è lasciato lisciare, tritare e digerire, e, malgrado il suo passato di vittorie, oggi è un perdente e lo ammette, sì, con un po’ di iniziale, giusto imbarazzo, ma in fondo dimostrando una ferma e sana autoconsapevolezza, riscrivendo e raccontando la propria come una storia di fallimenti (il trailer che denuncia la sconfitta “per il premio Oscar al miglior film” ne è un manifesto esemplare) e, in tal senso, prendendosi beatamente in giro.
Lo fa, al pari di molti grandi registi di commedia, attraverso un primo alter ego, non a caso un personaggio impegnato in un ruolo di coordinamento e direzione: il Thomas Rongen di un Michael Fassbender biondo-crinito che sostituisce l’originario Armie Hammer e abbraccia, con le dovute misure, il suo primo ruolo leggermente meno abbottonato (anch’egli è impegnato dunque in una riscrittura!). Alter-ego che, subito dopo essersi a sua volta sdoppiato, moltiplicato, decuplicato in vari, in una squadra, nell’ennesima famiglia waititiana di losers, inetti e strambi, si tramuta alfine nell’idea che non importa vincere, né tantomeno perdere, bensì il modo in cui si riescono ad affrontare (insieme) i più grandi falli che la vita commette nostro malgrado. L’idea ottimistica, di assoluta speranza che vi sia sempre un secondo tempo, se solo si rimane sé stessi accettandosi, nel bello, nel buono, ma soprattutto nel brutto e nell'avverso. La stessa morale o, come lui stesso lo definirebbe, un lifestyle che può manifestarsi nel gioco(!) libero, spontaneo, disinibito del pallone, ed informa una pellicola onesta e generosa di buoni sentimenti, eppure non meno bislacca e fallace dei suoi protagonisti, che funziona più quando gioca sui toni del melò, del dramedy, che non della commedia dura e pura, pungente e stravagante, assurda, post-moderna ed ipertestuale.
Pare strano a dirsi dell’ultimo film di un cineasta che, con Jojo Rabbit, col e nel suo piccolo, grande mondo scorretto ed irriverente di (im)possibili compagni di gioco, ha davvero fatto scuola e dato vita ad una favola tenerissima e potentissima; ad una delle parabole più lucide, ispirate ed intelligenti non solo su uno dei periodi più bui della nostra storia, ma più generalmente sulla violenza e la disumanità. Ma sì, Chi segna vince funziona meglio e arriva molto più in profondità nei momenti in cui Waititi mette da parte ogni riferimento e citazione metatestuale (Karate Kid, Matrix, Predator…), il non-sense gratuito, che rischia in molte occasioni di soffocare il ritmo generale, una comicità purtroppo fine a sé stessa (e raccolta perlopiù attorno ad un troppo abbozzato sottotesto post-capitalista), oltre a qualche esercizio di stile autoindulgente ed autoreferenziale. Quando, in breve, egli si mette da parte, ponendosi al servizio della storia di queste due isole, di queste due solitudini diverse eppure speculari, così come del suggestivo, idilliaco, quasi utopico contesto socio-culturale delle Samoa Orientali, e dei suoi amabilissimi personaggi.

Nonostante qualcuno sia a malapena accennato, ridotto a cameo (come avviene a quelli interpretati da amici e sodali quali Will Arnett, Rhys Darby e Luke Hemsworth) o ad una mera funzionalità (leggasi Elisabeth Moss), il punto luce della pellicola è colei che i suoi conterranei definiscono "fa’afafina" e che, seguendo la tradizione, considerano alla stregua di un essere altro, superiore, da venerare. Il suo nome è Jayah Saelua ed è passata realmente alla storia in qualità di prima giocatrice transgender a partecipare ad un torneo sancito dalla FIFA. Il rapporto quasi paterno che ella intrattiene con l’allenatore è forse il passaggio, il tratto migliore, più sensibile e coinvolgente della sceneggiatura di Waititi e Iain Morris.
Un po’ come faceva già in Boy (la sua sottovalutatissima opera seconda), il cineasta neozelandese si abbandona, si concede, torna così ad un'essenzialità di racconto, ritrovando tensione, emozione, quella sincerità pseudo-favolistica che lui stesso, nel ruolo di un santone strafumato, promette allo spettatore in un buffo proemio della vicenda, e permettendo, seppur proverbialmente, a Chi segna vince di fare centro nel cuore.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





