
HOME EDUCATION, UN INTERESSANTE ESORDIO HORROR
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Home Education
USCITA ITALIA: 30 novembre 2023
REGIA: Andrea Niada
SCENEGGIATURA: Andrea Niada
CON: Julia Ormond, Lydia Page, Rocco Fasano
GENERE: horror, thriller, fantastico
DURATA: 90 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Classe '91, nato in Italia ma cresciuto a Londra, Andrea Niada esordisce al lungometraggio, dopo una serie di sceneggiature e di corti, adattando ed ampliando proprio uno dei suoi lavori più interessanti. Home Education è una pellicola parimenti interessante, forte di un lavoro meticoloso sul sonoro e sull'invisibile filmico, ma anche di un casting efficiente, a partire da un'intensa Julia Ormond, vero cuore inquietante ed affabulatorio del racconto.
Più che Le regole, vi è il suono del Male al centro di Home Education, l’esordio sul grande schermo che Andrea Niada (classe ‘91, nato in Italia, ma cresciuto a Londra) trae, alla stregua di come si usa oltreoceano, da uno dei suoi cortometraggi. Dare voce all’orrore, a quello che, di più recondito, oscuro ed inquietante può esistere in natura, nel profondo di un bosco o nella mente umana; è difficile tanto quanto dargli un volto, delle fattezze fisiche.
Ebbene, buona parte delle atmosfere su cui può contare questa (ennesima) storia sul sottile limite che divide e connette il mondo dei vivi con quello dei morti; di resurrezione e strani riti e credenze cabalistiche (trattate però dai protagonisti come fossero una pseudo-scienza sorretta da basi logiche e provate, regole pragmatiche per l’appunto), ma soprattutto di crescita forse maligna, attraverso il dubbio di qualcosa che viene insegnato come assoluto ed irrefutabile - ambientata fra le radure e le foreste di aghifoglie e latifoglie dell’Altopiano della Sila, in Calabria, in quel profondo, sperduto, mai propriamente scoperto Sud Italia, che una (ahinoi) ancora piccola schiera di registi nostrani sta valorizzando come eccellente patria di orrori arcaici, di esoterismi e superstizioni vari, dunque di un grande potenziale mitico, immaginifico ed iconico - è data proprio dai suoni che Niada e la sua squadra inventano per l'occasione. Specie per quel che riguarda l'effetto disturbante ed evocativo con cui Rachel - la ragazza introversa e molto ingenua che finirà per imparare queste cosiddette regole del male a cui fa riferimento il sottotitolo del film - tenta di richiamare a sé l’anima del padre, da poco spirato.
Ciò detto, il lavoro meticoloso che, in Home Education, si compie sull'invisibile filmico funge da motore principale ed esempio irrefutabile di una costruzione e di un racconto che, le sensazioni di tensione, raccapriccio, spavento che vuole instillare nello spettatore, le trova in tutto ciò che è sotteso, non-verbale e non-narrativo, in precipue scelte registiche; più nella reazione dei personaggi e della messa in scena ad uno stimolo invisibile ed ignoto, che non nell’azione tipicamente agghiacciante.
Tra le scelte di cui sopra, è d’obbligo menzionare quantomeno il casting, curioso, azzeccato ed efficace, a partire da Julia Ormond, senz’altro il nome più di rilievo del terzetto attorno a cui ruota fondamentalmente la vicenda. La sua prova intensa e molto precisa - che riecheggia qua e là l’imprevedibilità, l’instabilità mentale e i raptus della Kathy Bates di Misery non deve morire - funge, in primis, da forte veicolo affabulatorio al fine di coinvolgere ed interessare il pubblico nelle prime fasi dell’intreccio, ma evita per di più che il suo personaggio e la sua parabola risultino, a lungo andare, sciapi ed anonimi. Ella è insomma l’anima e il valore aggiunto di Home Education; la variabile che permette alla pellicola di Niada di ottenere pure qualcosa in più del risultato in cui altrimenti avrebbe potuto sperare.
Al suo fianco, vi sono poi l’altra grande intuizione registica: la giovanissima esordiente Lydia Page, nei cui occhi magnetici e per certi versi animaleschi, tanto puri quanto carichi, violenti, illeggibili, sta il cuore della sua Rachel e della sua interpretazione, così come del senso stesso del film; e il nostrano Rocco Fasano che torna, sempre un po’ vampiresco e metal dopo Non mi uccidere, ad un territorio estetico e narrativo che rientra spiccatamente nelle sue corde.
Interessante, Home Education, lo è senz’altro. In particolare, per il modo in cui tenta di sperimentare e giocare col genere, in termini sia di strumenti filmici, sia di tono e registro, superando i paradigmi dell’horror e del thriller psicologico per combinarsi con temi e motivi del romanzo di formazione (maligna, sia beninteso di nuovo) e con una quota ironica e farsesca sempre maneggiata con cura e misura, senza mai rompere la tensione, anzi quasi amplificando la cifra ripugnante dell'operazione. E, in tal senso, l'esordio di Niada va a collocarsi comodamente in uno spazio attiguo al neonato e purtroppo inesaudito cinema - da un lato folk-horror, dall’altro metaforico ed anti-spettacolare - di Roberto De Feo e Paolo Strippoli.
Semmai il più grande limite della pellicola è il suo darsi non tanto in un’impronta chiara e ben definita, quanto piuttosto in un coacervo di spunti ed intuizioni, in un cumulo di buone sequenze (si pensi al confronto tesissimo di tanti sguardi e parole giuste che precede il ribaltamento sul finale). Il che, seppur comunque stimolante, non basta a giustificare e soddisfare del tutto il respiro e il passo, le misure e gli equilibri di un lungometraggio.
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