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            1 Dicembre 2023
            Cento domeniche Antonio Albanese Recensione Cinemando
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            CENTO DOMENICHE, IL SINCERO DRAMMA DI ALBANESE CHE RICORDA KEN LOACH

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Cento domeniche
            USCITA ITALIA: 23 novembre 2023
            REGIA: Antonio Albanese
            SCENEGGIATURA: Antonio Albanese, Piero Guerrera
            CON: Antonio Albanese, Donatella Bartoli, Liliana Bottone, Sandra Ceccarelli, Elio De Capitani
            GENERE: drammatico
            DURATA: 94 min
            Presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2023

            VOTO: 6+

            RECENSIONE:

            Antonio Albanese torna dietro la macchina da presa con il dramma di un uomo comune (ad esempio di tanti) la cui esistenza viene completamente travolta dal crac della banca di paese in cui ha messo tutti i risparmi di una vita. Un film sincero, generoso di sentimenti, che l'attore e regista lecchese dirige mettendosi completamente al servizio della storia, ed interpreta con cuore e misura, rendendo molto bene l'angoscia e la vergogna di una simile situazione. Peccato soltanto per il finale.

            Dalla visione di Cento domeniche, il nuovo film co-scritto e diretto (oltre che interpretato) da Antonio Albanese, si esce con un peso umano, un fardello emotivo che può essere più o meno greve a seconda dei casi e delle sensibilità, ma che non può semplicemente svanire nel nulla. Su questo non ci sono dubbi. Allo stesso tempo, bisogna però riconoscere il motivo, definire chi sia la fonte principale e forse l’unico responsabile e veicolo drammaturgico di una simile suggestione. Che è ovviamente lui, Antonio. O meglio, loro: l’attore e il personaggio in cui questi scivola.

            È la storia di un operaio in pre-pensionamento, Cento domeniche; di un uomo come tanti, ordinario, comune, gentile, sempre indaffarato e con una buona parola per tutti, il cui più grande peccato è proprio questa sua cordialità, che spesso può tramutarsi in ingenuità, in credulità. La sua è un’esistenza semplice e tranquilla, tra partite di bocce con gli amici di una vita, piccoli lavoretti domestici, l’assistenza dell'anziana madre e l’amore sconfinato per l’unica figlia, di cui sta organizzando il matrimonio. Un'esistenza che tuttavia, da un momento all’altro, viene letteralmente investita e logorata poco a poco, giorno dopo giorno - e poi goccia dopo goccia (di ansiolitici) - dal crac della banca di paese su cui - fidandosi dalla presunta professionalità degli impiegati e dei tanti direttori succedutisi negli anni - ha investito i risparmi di anni di lavoro, fatica e sacrifici.

            Un piccolo, grande dramma che si tinge immancabilmente di tragedia, e che Albanese, depuratosi di qualsiasi traccia divistica e surrealista e residuo paratestuale, interpreta con cuore e misura, con trasporto e rigore, con ironia ma anche con gravitas, affidando allo sguardo e a piccole variazioni espressive il disegno di un’angoscia che si amplifica di pari passo con i segni delle occhiaie e le pieghe che assumono il suo viso; la percettività e sensibilità di un disagio esistenziale che può raggiungere profondità abissali, di una vera e propria discesa negli inferi di un capitale che è oggi quanto di più sfuggente, impalpabile e mutevole esista. Qualcuno direbbe post-socialismo o tardocapitalismo, ma, pur aderendo inequivocabilmente ad un cinema di impegno sociale, al regista, sceneggiatore e attore lecchese poco importa di lanciare messaggi politici o fare filosofia, quanto piuttosto di onorare le centinaia di Antonio là fuori, attraverso la scrittura e il racconto per simboli ed icone del cinema, che oggi è forse l'ultimo, grande cantore dei più sfortunati, degli ultimi, dei dimenticati.

            Cento domeniche è infatti un tipo di film che la produzione europea d’autore ha incrociato tante volte, specie nel panorama francese, per non parlare delle sinfonie umane di un cineasta come Ken Loach. E proprio sulla falsariga della vecchia quercia inglese e dei suoi film, sembra muoversi quest'ultimo tentativo di Albanese, con passo perlopiù sobrio, composto, educato, mettendosi a completo servizio della storia, ma introiettando pure i maggiori vizi di questo specifico filone. Come, innanzitutto, una scrittura troppo abbottonata, candida, agiografica, allineata ed accorata al suo protagonista, che assume se non inconsapevolmente, quantomeno con facilità (soprattutto nella tresca con una donna più agiata e facoltosa di lui, che lo utilizza) il ruolo di martire, di esemplare vittima degli eventi.

            D’altra parte, quel peso umano ed emotivo menzionato in apertura è sì dovuto al lavoro abilissimo e molto funzionale di Albanese di fronte - piuttosto che dietro - alla macchina da presa, ma deriva in buona parte anche dal modo in cui questi (impegnato al soggetto e al tavolo di scrittura insieme al sodale Piero Guerrera) sceglie di sviluppare e concludere l’odissea (infine stra)ordinaria, intima ed estenuante di Antonio. Ovvero con un segmento finale, a cui si arriva molto artificiosamente (bisogna riconoscerlo), il quale costituisce per chi scrive forse il più smaccato dei difetti di Cento domeniche.

            Un epilogo che, in nome di un intento teoricamente sacrosanto, cerca la catarsi, ma finisce solo per sacrificare le possibilità di uno slancio riflessivo, di una sintesi, e spezzare la sincerità del racconto e della messa in scena dei piccoli gesti e momenti quotidiani (come quelli agrodolci con l’anziana madre, in un primo stadio di demenza, amorevolmente interpretata da Giulia Lazzarini), concedendosi ad un sensazionalismo grossolano, prevedibile, retorico e molto, forse troppo, comodo.


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