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            3 Settembre 2023
            Venezia 80 The Theory of Everything Recensione Cinemando
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            VENEZIA 80

            THE THEORY OF EVERYTHING, CINEMA FOR DUMMIES

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Die Theorie von Allem
            USCITA ITALIA: 2023
            REGIA: Timm Kröger
            SCENEGGIATURA: Roderick Warich, Timm Kröger
            CON: Jan Bülow, Olivia Ross.
            GENERE: thriller
            DURATA: 118 minuti
            In concorso alla 80ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 4

            RECENSIONE:

            Il direttore della fotografia Timm Kröger firma The Theory of Everything (Die Theorie Von Allem), un racconto dall’atmosfera lynchiana, con echi nolaniani e hitchcockiani, tra relatività temporale, doppelgänger, fisica quantistica e universi paralleli. Ma la pellicola non sorprende, né funziona più di tanto, imprigionata e frenata proprio da questa sua derivazione che ne fa un film insufficiente per uno spettatore del 2023.

            Dovrebbe fermarsi e riflettere un po’, magari porsi qualche domanda, chi sceglie di imporsi sul grande schermo con pellicole come The Theory of Everything - da non confondere col biopic su Stephen Hawking con Eddie Redmayne.

            Film come questo, per chi scrive, sono infatti nientemeno che una conferma ed un monito rispetto alla crisi di idee che alberga nel panorama contemporaneo, specie - anche se è difficile da credere - nel cinema d’autore. Un deprimente eterno ritorno, un deprimente ripiegarsi in quello che è stato, nella nostalgia, nel mero rimando.

            Solo e soltanto questo conosce il secondo lungometraggio del direttore della fotografia tedesco Timm Kröger, che sceglie di raccontare una storia ad ambientazione alpina che include e tenta di “rileggere” a proprio modo una delle maggiori tendenze dell’oggi cinematografico: il multiverso. Immaginate pertanto un racconto dall’atmosfera e dal surrealismo lynchiano e dagli echi nolaniani (non solo Following, ma anche Oppenheimer), che inanella relatività temporale, doppelgänger che si muovono nello spazio-tempo, fisica quantistica, universi paralleli, misteriosi fenomeni, calamità spaziali, condite il tutto con un accenno agli esperimenti nazisti, ed infine pensatelo fotografato come un thriller dell’Hitchcock anni ‘40 o, se preferite, un noir classico.

            Qualora questa sintesi non dichiarata di una qualsiasi stagione di Dark; questo pastiche e recupero di generi, influenze, riferimenti, estetiche, da solo, riesce a ammaliarvi, se non addirittura a conquistarvi, allora, con tutta probabilità, apprezzerete lo sforzo filologico e cinefilo di Kröger. Perché altrimenti, se considerato come qualcos’altro rispetto ad un autoindulgente esercizio di stile, The Theory of Everything è uno sgarbo alla consapevolezza e all’intelligenza dello spettatore contemporaneo, privo di una reale idea o intuizione alla base. La sceneggiatura, scritta a quattro mani dallo stesso regista in compagnia di Roderick Warich, ha infatti davvero pochissimo da offrire in termini contenutistici e discorsivi, specie ad un pubblico più smaliziato, il quale non riesce, né può accontentarsi di un Lynch, un Hitchcock, oppure un Welles, un Hawks, un Mario Bava (di cui si riprende esplicitamente Sei donne per un assassino), se non addirittura di un Ben Wheatley di sottomarca.

            Sarebbe forse bastata una maggior capacità di rielaborazione personale del materiale di partenza, o forse un intreccio più coinvolgente, che prevedesse ed integrasse il concetto di multiverso in questa sua idea nostalgica, iper-citazionista ed idealmente atemporale del linguaggio e della pratica cinematografica. Al contrario, la storia di Johannes (il volto è quello, armonicamente hitchcockiano e lynchiano, di Jan Bülow) e dell’oscura cospirazione in cui si ritrova invischiato, procede a colpi di rivelazioni (oltre che, appunto, di immagini) riciclate e proverbiali, con un ritmo del tutto assente, un’inquietudine ed una tensione che, una volta constatate la insipidità e banalità dei propositi, lasciano spazio alla noia, e traccia la via per un finale che si abbandona ad una didascalica, forzata e deleteria voce narrante onnisciente, annientando ogni possibilità e speranza di uno strato di lettura più alto, di un'ambizione latente.

            Un’idea, quest’ultima, tutto sommato a dir poco utopica ed improbabile. Come lo è, d’altronde, l’iscrizione di The Theory of Everything al concorso (non a qualche sezione parallela) della 80ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Da teoria del tutto a teoria del nulla (cinematografico), è un attimo.


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