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            24 Agosto 2021
            sweet girl recensione film netflix
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            SWEET GIRL È L'ENNESIMO FILM NETFLIX MEDIOCRE

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Sweet Girl
            USCITA ITALIA: 20 agosto 2021
            USCITA USA: 20 agosto 2021
            REGIA: Brian Andrew Mendoza
            SCENEGGIATURA: Philip Eisner, Gregg Hurwitz, Will Staples
            GENERE: azione, thriller
            PIATTAFORMA: Netflix

            VOTO: 4

            RECENSIONE:

            Un amorevole padre di famiglia si mette in viaggio alla ricerca di giustizia, quando la moglie, malata di cancro, muore per colpa della BioPrime, una delle maggiori Big Pharma del mondo, e del suo CEO, che decide di ritardare la produzione di un farmaco salvavita.
            Il sodale produttore di Jason Momoa, Brian Andrew Mendoza, fa il suo esordio alla regia con un action thriller in cui il suo beniamino regala forse una delle sue peggiori interpretazioni, arrivando addirittura a soffocarne le possibilità affabulatorie. Ciò nonostante, è anche vero che, dal canto suo, Sweet Girl non presenta di fatto una componente, un elemento o una qualsivoglia intuizione che lo faccia emergere dalla massa di prodotti simili e possa dunque colpire uno spettatore che, già a 30 minuti dall’inizio, non vede l’ora che compaiano i titoli di coda. Il trio di sceneggiatori Philip Eisner, Gregg Hurwitz e Will Staples firmano un racconto completamente orientato ad un improponibile twist alla Shyamalan che, nel tentativo di rifare e di equipararsi ai grandi successi del filone, è praticamente una lista della spesa di tutto ciò che detestiamo della catena di produzione hollywoodiana. Quello di Andrew Mendoza è uno degli esordi più pavidi ed incerti degli ultimi tempi e il suo Sweet Girl è di sicuro una delle pellicole più brutte di questo 2021 cinematografico.

            UNO DEI FILM PIÙ GOFFI E SBAGLIATI DELL'ANNO

            Jason Momoa produce ed è protagonista di Sweet Girl, esordio (action thriller) alla regia da parte di Brian Andrew Mendoza, sodale produttore dell’interprete. Un film ed un racconto, Sweet Girl, in cui la partecipazione e l'interpretazione dell'Aquaman del DCEU non solo influiscono in maniera quasi nulla sulle sorti finali della pellicola, bensì arrivano addirittura ad affossarne (in parte) le possibilità affabulatorie. Bisogna però riconoscere che, se anche Momoa l'avesse assistito o migliorato con una prova attoriale convincente, seppur espressivamente stantia e prevedibile, dal canto suo il film non presenta di fatto una componente, un elemento o una qualsivoglia intuizione che lo faccia emergere dalla massa di prodotti simili e possa dunque colpire uno spettatore che, già a 30 minuti dall’inizio, non vede l’ora che compaiano i titoli di coda.

            Sì, perché Sweet Girl non è solo un action thriller sciapo, furbo, povero ed essenzialmente brutto, quanto forse uno dei prodotti più goffi e sbagliati che avrete e abbiamo avuto il (dis)piacere di guardare quest’anno.
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            SWEET GIRL: UN FILM DALLA PREMESSA POCO ORIGINALE...

            Nel film, Jason Momoa recita la parte (contemporaneamente muscolare e bonaria, perfettamente cucita attorno alla sua immagine divistica e al suo personaggio pubblico) di un padre di famiglia, di nome Ray Cooper, che si imbarca con la figlia Rachel (Isabel Merced) in un viaggio alla ricerca di una sorta di giustizia - che pian piano si trasforma in vendetta - per la morte della moglie. Quest’ultima, infatti, malata di cancro, è venuta a mancare qualche anno prima, poiché la direzione della BioPrime, una delle più note ed influenti Big Pharma del mondo, decide di ritardare l’arrivo sul mercato di un farmaco che avrebbe potuto salvarle la vita.

            Sulle tracce dei Cooper però, si mette ben presto un sicario (Manuel Garcia-Rulfo), la cui missione, oltre all’uccisione di padre e figlia, è eliminare tutti coloro che potrebbero rivelargli la verità riguardo ad una cospirazione che, se portata alla luce, potrebbe far cadere molte teste importanti.

            ... CHE È TUTTO QUELLO CHE DETESTIAMO DI HOLLYWOOD

            Come potete constatare da voi, fin da queste premesse, Sweet Girl non si rivela essere certo il più originale o singolare dei titoli. Il che non sarebbe affatto un problema, se solo a svilupparlo in sede di sceneggiatura vi fosse stato qualsiasi altra penna all’infuori di quella dei tre screenwriter effettivi: Philip Eisner, il fumettista Gregg Hurwitz e Will “Senza rimorso” Staples; i quali sembra abbiano firmato lo script non tanto per una vera affezione al progetto e alle sue sorti, quanto più per soldi.

            Protagonisti “caratterizzati” in modo squilibrato, talora incoerente, altre volte mediocre, quando non del tutto inconsistente, villain ridotti a macchiette, che devono essere cattivi perché così richiedono azione e racconto, argomenti dalla trattazione potenzialmente interessante, affidate tuttavia al più bieco pressapochismo e ad una banale funzionalità drammaturgica, ed un intreccio per l’appunto retorico ed anonimo, nonché sterile in termini meramente intrattenenti, che punta tutto su un twist finale alla Shyamalan, il quale però appare più come un artificioso cerchiobottismo (meglio conosciuto come paraculaggine), che come una folgorante e rasserenante (rispetto agli esiti della pellicola) illuminazione di scrittura: la sceneggiatura di Sweet Girl altro non è che una lista della spesa di tutto ciò che detestiamo della catena di produzione hollywoodiana.

            Il passato è come un sogno.

            Ray Cooper (Jason Momoa)

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            UN FILM CHE VUOLE (RI)FARE JOHN WICK

            Come anticipato sopra, i toni non si attenuano né migliorano neppure se ci si trasferisce sul fronte tecnico. Difatti, l’esordio alla regia di Brian Andrew Mendoza è probabilmente uno dei più pavidi ed incerti che si siano visti in questi ultimi mesi. Non basta manco un candidato al premio Oscar (per The Hurt Locker) ed uno dei collaboratori storici di Ken Loach, Barry Ackroyd, per risollevare la messa in scena di una pellicola che vorrebbe equipararsi o quantomeno richiamare grandi successi action thriller come Nikita, Léon, Taken, John Wick o Atomica Bionda, pur non presentando gli ingredienti necessari per favorire un simile paragone.

            Tra questi, è d'obbligo citare un’evidente insicurezza nei movimenti di macchina e in molte delle scelte estetiche e compositive (come i micro zoom totalmente a caso), che finisce inevitabilmente per ridurre tutte quelle sequenze più prettamente action ad un’ipertrofia di montaggio confusionaria e fin troppo caotica per definirsi godibile; ma anche e soprattutto la mancata rappresentazione e la risicata importanza, in termini registici, dello spazio e della sua comunicazione con gli attori e le coreografie. In queste occasioni infatti, la macchina da presa preferisce rimanere focalizzata sui personaggi, dunque apparendo fin troppo statica e contrastando pesantemente con il dinamismo di questi ultimi e dell’azione mostrata. Anonimia e staticità che per un action che vuole (ri)fare John Wick rappresentano la "mazzata" definitiva.

            E la situazione non migliora di certo nelle sequenze di dialogo, in cui un occhio svogliato, pigro e apatico corrobora in peggio un ensemble di interpretazioni piatte e fastidiose, all'interno del quale (tanto per dire) Momoa risulta essere il più convincente.

            CONCLUSIONI

            Finiti gli aggettivi e, soprattutto, i dispregiativi, non serve quindi dilungarsi nell'analisi di un montaggio grossolano e problematico, di una colonna sonora inesistente e di alcune delle scenografie più tristi viste quest’anno sullo schermo, grande o piccolo che sia; per convincervi di quanto scadente, misero e modesto sia Sweet Girl, un action thriller manchevole di tutti i requisiti utili anche solo ad inquadrarlo all'interno del proprio filone d'appartenenza.

            Mancano la tensione e la cospirazione, mancano una spettacolarità incisiva e di carattere ed un racconto coinvolgente, mancano dei personaggi in cui il pubblico possa immedesimarsi e di cui possa condividere la crociata, manca una visione lucida e chiara di quello che si vuole dire e si vuole mostrare… Ad un certo punto, arriva pure a mancare Momoa (o forse questo non avremmo dovuto dirlo?) e il film perde anche tutte le speranze di confezionare un finale quantomeno soddisfacente, puntando, anche a detta della stessa Isabela Merced, verso un qualcosa che (speriamo) non possa mai vedere la luce.


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