Gli anni più belli, un film che non è un film

Dopo A casa tutti bene, Gabriele Muccino torna al cinema con una pellicola che non si allontana moltissimo dai propri standard stilistici e narrativi. Dialoghi imbarazzanti, evoluzione e caratterizzazione inesistente dei personaggi, banalità e scontatezze varie per un film, in cui gli elementi migliori sono la canzone omonima di Claudio Baglioni, la colonna sonora e gli ultimi venti minuti

Nel 2016, Gabriele Muccino dirige L’estate addosso, film con Brando Pacitto e Matilda Lutz, ispirato dall’omonima canzone di Jovanotti, su un liceale, di nome Marco, che, compiendo un viaggio a San Francisco, stringe amicizia con una coppia di giovani gay ed approfondisce la propria conoscenza con un sua (bigotta) compagna di classe. Due anni dopo, esce nelle sale italiane, A casa tutti bene, pellicola che si basa sempre sulle relazioni ma si allarga ai rapporti e scontri familiari. La convivenza forzata di una famiglia su un’isola porta questi ultimi ad un inevitabile confronto, riaccendendo vecchi dissapori, gelosie, amori e paure mai risolte e veramente sepolte. Oggi, 13 febbraio 2020, 01 Distribution e Rai Cinema distribuiscono l’ultima fatica di Gabriele Muccino, Gli anni più belli. Il film unisce, in una sorta di trilogia ideale – che io chiamerei dell’esperienza e della vita -, il leit motiv delle ultime produzioni del regista romano, mischiando ed intrecciando temi come amore, delusione, amicizia, tradimento, ambizione, crescita, formazione e seguendo, parallelamente, la storia del nostro paese – e non solo – dagli anni ’80 fino ai giorni nostri. Giulio, Paolo, Riccardo. Questi i nomi dei tre protagonisti della pellicola, sulle cui vite e rapporti, si incentra la narrazione e il racconto del film. Giulio è figlio di un meccanico abbastanza burbero, manesco, miserabile e dai comportamenti criminali. Determinato e di mentalità abbastanza quadrata e rigorosa, egli è amico, da una vita, di Paolo, ragazzo sensibile e molto intelligente, appassionato di uccelli e di letteratura. Un giorno, mentre i due passano un pomeriggio in discoteca, fuori, per le strade della città, scoppia una rivolta, che sembra studentesca, ma non viene specificata. Ben presto, la situazione degenera e gli studenti iniziano ad attaccare, con dei sassi, le forze dell’ordine, giunte per sedare e calmare gli animi. Usciti dalla discoteca per assistere alla violenta schermaglia, i ragazzi soccorrono Riccardo – loro coetaneo, coinvolto nella dura lotta e colpito, per sbaglio, da un proiettile -, portandolo all’ospedale. Da quel momento, Giulio, Paolo e Riccardo – che prende, per l’episodio, il nomignolo di Sopravvissuto – diventano inseparabili. I tre amici passano insieme intere giornate, divertendosi, costruendo rifugi per uccellini, facendo il bagno e sognando il futuro e l’età adulta, vivendo e pensando la vita come farebbe un qualsiasi adolescente.

Da sinistra, i protagonisti nei loro volti giovanili: Riccardo (Matteo De Buono), Giulio (Francesco Centorame), Paolo (Andrea Pittorino)
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A scuola, Paolo conosce Gemma e i due si innamorano perdutamente l’uno dell’altra. La ragazza diventa la seconda new entry del gruppo di amici e i quattro passano l’estate in modo solare, libero, ricchi di vitalità e vivacità. Paolo e Gemma sono inseparabili e la loro relazione viene vissuta molto bene, con gioia, dagli altri due. Purtroppo, un lutto nella famiglia della ragazza la costringe a trasferirsi, nel capoluogo campano, dalla zia, abbandonando, perciò, Paolo e il loro fidanzamento. A Napoli, Gemma cambia completamente atteggiamento, diventando la ragazza più popolare e più corteggiata della città. Si fidanza con Nunzio – giovane nettamente diverso da Paolo -, va a vivere con lui e sembra aver completamente dimenticato il suo precedente amore. Tuttavia, durante una gita a Roma con lo stesso Nunzio, la ragazza rincontra, dopo anni, ormai cresciuto e maturato, il suo primo fidanzato. Si riaccendono, così, per Gemma, i vecchi ricordi e la passione, da tempo sopita, per Paolo. Intanto, Giulio si è laureato in legge ed è diventato un abile avvocato, con svariati contatti nell’establishment e nella politica del paese, mentre Riccardo è rimasto quello di sempre – prima, comparsa, poi, critico di cinema costantemente al verde, sognatore, sempre speranzoso. Quest’ultimo si innamora e si fidanza con Anna – interpretata da un’Emma Marrone che urla per quasi tutto il tempo -, collega sul set, con la quale deciderà in seguito di mettere su famiglia. Il passato e il presente, tuttavia, ritornano e si intrecciano insieme, rigenerando vecchie passioni, vecchi dissapori, verità e giudizi insabbiati, per un film che, appunto, coadiuva i temi e i tratti principali dell’ultimo Muccino. Va bene, nel modo in cui l’ho raccontato, non sembra così male, ma credetemi, Gli anni più belli è veramente il male incarnato. Qui, in veste di regista e sceneggiatore, Gabriele Muccino confeziona un film che, fin dall’incipit, non risplende sicuramente per originalità ed innovazione; una pellicola a metà tra romanzo di formazione, cronistoria del nostro paese, racconto di vita e di esperienza e film romantico spicciolo ed insipido. Gli anni più belli è un lungometraggio che chiamare ridicolo sarebbe solamente riduttivo; una testimonianza ed una prova diretta di come non bisogna caratterizzare dei personaggi e scrivere una sceneggiatura. L’opera patetica di un regista che non ha fatto altro che riesumare il suo film precedente e ricopiarlo con lo stampino.

Eravamo tutti così affamati di vita!

Gemma (Micaela Ramazzotti) nel film
Da sinistra, Giulio (Pierfrancesco Favino), Paolo (Kim Rossi Stuart), Gemma (Micaela Ramazzotti) e Riccardo (Claudio Santamaria)

Ma andiamo con ordine. Muccino prende per mano lo spettatore e lo accompagna in questa “avventura”, attraverso la sua regia e la sua macchina da presa. Nel film, il pluri-premiato regista dimostra una delle prove registiche più piatte e scialbe, non solo della sua carriera, ma anche del panorama cinematografico italiano recente. La regia de Gli anni più belli è veramente monotona, anticlimatica, poco coinvolgente, cateterizzata, scontata, banale, poco ispirata. Se Muccino non si fosse adagiato sugli allori, cercando di confezionare una direzione quanto meno soddisfacente, la pellicola non sarebbe completamente da buttare, perché oltre alla sceneggiatura (ora ne parliamo perché semplicemente non si può), il resto sarebbe sì piatto e grigio, ma almeno decente. Invece, questo approccio adagiante e tradizionale di Muccino non fa che rendere questo film ancora più noioso di quello che già è – caratteristica che sarebbe potuta essere ribaltata da una direzione ed una costruzione delle sequenze, quanto meno, curata e trascinante. In più, in alcune sezioni più movimentate e frenetiche (anche se poche), il cineasta romano opta per una soluzione a dir poco controproducente. Egli decide di usare la camera a spalla, inseguendo e pedinando letteralmente gli attori tra il caos e la confusione – sia effettiva e reale che sentimentale. Il risultato? Una sequela di inquadrature in piano-sequenza mosse, con un effetto, sullo spettatore, che ricorda quello delle montagne russe. Ma i guai, purtroppo, non finiscono qui. Come affermato sopra, Muccino firma, insieme a Paolo Costella, la sceneggiatura e il soggetto – ripeto, banalissimo – di questo scempio di film. E qui, iniziano i veri dolori.

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Partiamo dall’elemento che, probabilmente, mi ha dato più fastidio di quest’ultima fatica del regista de La ricerca della felicità: la caratterizzazione dei diversi personaggi che si alternano sullo schermo. Le scelte, le reazioni, i pensieri, la psicologia di ognuno di loro risultano fin troppo sconclusionate, a volte quasi inumane, poco credibili, plausibili ed addirittura incomprensibili. Oltre ad essere di una piattezza che ha dell’impressionante, la scrittura di Paolo, Giulio, Riccardo, Gemma e di tutte le altre figure de Gli anni più belli pecca di una mancata evoluzione e crescita effettiva di suddetti caratteri. Per esempio, Giulio parte, da un punto di vista filmico, con quel carattere, quelle convinzioni, quel modo di fare e di essere e, durante il corso della pellicola, non cambia di una virgola, nonostante intercorrano più di quarant’anni tra inizio e fine. La caratterizzazione fallimentare dei personaggi passa attraverso, in particolare, i dialoghi, gli scambi di battute, i confronti, le confessioni che questi si rivolgono durante la vicenda. Piatti, banali, scontanti, insulsi, degni della migliore frase dei Baci Perugina, le battute del film di Muccino sono al limite del cancerogeno e della melassa, seriamente. Moltissimi sono i momenti ridicoli ed imbarazzanti, per lo spettatore, con situazioni veramente da denuncia (la sequenza di masturbazione in macchina con la frase di Riccardo che non è che la ciliegina sulla torta, oppure la prima volta di Paolo e Gemma, sospesa tra imbarazzo e surrealismo. Muccino dimostra un particolare attaccamento al sesso nel film) e frasi fin troppo sdolcinate, eccessivamente costruite e poco plausibili, se messe in bocca ad un personaggio che dovrebbe essere, prima di tutto, umano e credibile, non un poeta di qualche secolo fa, per dire. Tra tutti, la figura filmica che più soffre questo pressapochismo nella caratterizzazione è Gemma – interpretata da una quanto mai irritante e sgradevole Micaela Ramazzotti (si nota che sta recitando, non appare naturale e spontanea) – che, per tutto il lungometraggio, non perde mai un’occasione per rimangiarsi quello che ha confessato ed affermato precedentemente e per non essere coerente con sé stessa, con il suo passato e i suoi sentimenti, diventando – detto papale papale -, ad un certo punto, una vera e propria zoccola (scusate il francesismo). Subito dopo, però, Muccino si affretta a giustificarla, a farla diventare una persona corretta – attraverso quelle bruttissime e patetiche rotture della quarta parete, di cui il film è pieno -, moralmente etica, che soffre, umana e addolorata (quando, qualche minuto prima, ha dimenticato completamente i suoi sentimenti ed il suo attaccamento a Paolo, non esitando a tradirlo e a tradire la promessa che aveva fatto qualche anno prima).

E non venitemi a dire che tutto questo può essere interpretabile con un messaggio di fallibilità dell’essere umano, perché si tratta, soltanto, di una banalissima costruzione precaria del personaggio. Questo film riesce, inoltre, – tra tutte le forzature, i buchi di logica e di trama – in un’impresa che, fino all’altro giorno, non avrei mai ritenuto possibile. Gli anni più belli e la sua scrittura riescono nell’arduo compito di rendermi antipatico e leggermente insopportabile Pierfrancesco Favino e il suo personaggio, appunto, quello di Giulio Regeni. Un mix di seduzione, maschilismo, narcisismo e determinazione; Favino veste i panni di un avvocato abbastanza arrogante e falso che, a quanto pare, non riesce a rimanere fedele ad una persona per più di due minuti. La sua linea narrativa è fatta di costanti errori, rimpianti, per poi culminare in una falsa e fallita redenzione. Tutti gli attori coinvolti nel progetto tentano di risollevare, inutilmente, uno script di per sé disastroso, banale e a dir poco imbarazzante. Abbiamo il “sottone” e “sfigato” Paolo, interpretato da un inespressivo Kim Rossi Stuart, che ricade costantemente nello stesso errore e nelle stesse fissazioni di quando era soltanto un adolescente. Forse però, la sua è l’unica figura in cui si nota una, seppur lieve, evoluzione. Infine, a completare la schiera di protagonisti di questo Gli anni più belli, troviamo l’insipido e bonario Riccardo, i cui panni sono vestiti da un Claudio Santamaria che risulta sottotono e trattenuto, a causa, molto probabilmente, della sceneggiatura sconcertante.

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Per chiudere questo cerchio di mediocrità, che è l’ultima pellicola di Gabriele Muccino, è bene menzionare la fotografia di Elio Molì che, in molti momenti, ricorda l’eccessiva patinatura ostentata di certi film action alla Zack Snyder o Michael Bay. Non vuole e non riesce ad esprimere nulla e risulta, di certo, peggiore ed inferiore rispetto agli esempi di fotografia che si possono trovare, oggi come oggi, in certi videoclip musicali o, addirittura, in alcune serie televisive. Senza dubbio, ciò che si salva, di tutta quest’accozzaglia piatta e monotona, sono la colonna sonora, costituita da brani d’epoca – proprio per dare quell’impronta storica e di ricordo dei bei vecchi tempi, come Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds o Mille giorni di te e di me – ed anticipata dalla, romantica, emotiva e veramente ben prodotta, canzone omonima di Claudio Baglioni, posta durante i titoli di coda del film; e gli ultimi venti minuti della pellicola che sarebbero veramente commoventi, se non fosse per quello che viene prima, e che si presentano come un insieme di sequenze ben costruite e riuscite. Muccino tenta di ripetere l’azione di marketing e pubblicitaria che aveva compiuto nel lontano 2012, per l’uscita di L’estate addosso. Quest’operazione consta nel prendere la canzone di una personalità famosa ed amata della musica italiana e costruirci un film attorno, così da inglobare i fan e i seguaci di quel determinato artista. Gli anni più belli, infatti, oltre che prendere il nome dal titolo della canzone di Baglioni, si pone come una specie di omaggio cinematografico dell’album del cantautore, Piccolo grande amore – visto che nel film, egli torna tre volte nella soundtrack.

Claudio Baglioni nel videoclip, diretto da Muccino, de Gli anni più belli, title-track del film

A quanto pare questa mossa commerciale, unita ai nomi e ai volti attoriali presenti e a ciò che si porta dietro e alla risonanza che accompagna il nome Gabriele Muccino, funziona. Infatti, in un solo giorno di programmazione, la pellicola ha incassato tre milioni di euro, superando il neo-premio Oscar Parasite, Odio l’estate e Birds of Prey, dimostrando, ancora una volta, che il peso di Muccino è ancora elevato nel nostro paese. Tutto ciò è a dir poco inspiegabile ed assurdo, visto il risultato finale e vista la qualità effettiva de Gli anni più belli. La pellicola è, in definitiva, un insulto al buon cinema e, da un punto di vista oggettivo, è uno dei film, non solo italiani ma in generale, più terribili, noiosi e ridondanti degli ultimi anni. Dialoghi banali, sdoganati, superati, poco entusiasmanti e coinvolgenti accompagnano una caratterizzazione inesistente dei personaggi, una fotografia da videoclip ed una regia fin troppo lineare e statica. Muccino, nella pellicola, vuole omaggiare – insultandolo, secondo me – la famosissima sequenza della Fontana di Trevi, contenuta all’interno di quel capolavoro che è La dolce vita di Federico Fellini. Questo ed altri esempi, presenti all’interno della pellicola in esame, non fanno altro che dimostrare il livello di narcisismo e di pienezza di sé che, da dopo La ricerca della felicità ed il suo approdo statunitense, hanno caratterizzato il Muccino regista. Gli anni più belli è un disastro su tutta la linea, un prodotto pessimo, colmo di banalità, scontatezza, imbarazzo, disagio e cose già viste. Un Muccino poco ispirato per un film estremamente dimenticabile. Un assoluto flop qualitativo. Se questi sono gli anni più belli, non oso immaginare quelli brutti.

Le cicatrici so’ il segno che è stata dura, il sorriso è il segno che ce l’abbiamo fatta!

Paolo (Kim Rossi Stuart) nel film
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voto

⭐⭐⭐


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