Parasite, chi è il vero parassita?

Bong Joon-ho, regista del film Netflix Okja e di Snowpiercer, dirige un’opera dinamica, polimorfa, assolutamente sensazionale e riflessiva. Una pellicola che rasenta la perfezione, in cui tutto è dosato e calibrato nella giusta misura, in cui nulla è ciò che sembra. Un commentario sulla società contemporanea spietato, imperdibile per gli amanti del Cinema

Festival di Cannes 2019. Bong Joon-ho, l’Alessandro Borghese coreano, vince la Palma d’oro con il suo Parasite. Moltissime orecchie iniziano a drizzarsi e i cultori del cinema di tutto il mondo iniziano a non vedere l’ora di assistere all’ultima opera del cineasta. Nonostante una distribuzione pessima nel nostro Bel Paese, sono riuscito – mesi dopo i cinque minuti di applausi e standing ovation a Cannes – a vederlo e ne sono rimasto semplicemente estasiato. Parasite di Bong Joon-ho è uno dei film migliori di questo 2019, annata che ci ha riservato un sacco di belle sorprese come Joker e confermato delle semi-certezze come The Irishman e C’era una volta a… Hollywood. Personalmente, colloco la pellicola del coreano pochi gradini sotto quelle dei maestri Scorsese e Tarantino (a cui Joon-ho si rifà, nell’uso di una particolare meccanica), ma tutti hanno dato vita, quest’anno, al Cinema vero e proprio (con la C maiuscola), in maniera esemplare. E sì, per godere di tutta la perfezione e magnificenza visiva e tecnica di questo film, è tassativamente obbligatorio visionarlo sul grande schermo. Ma di cosa parla questo beneamato Parasite? Beh, già stilare una sinossi, a parer mio, andrebbe a rovinare gran parte dell’effetto sorpresa che accende il film negli occhi dello spettatore. Infatti, andando al cinema a scatola chiusa, ci si rende proprio conto della perfezione e dell’incastro chirurgico e preciso che è stato compiuto su tutti gli elementi e sull’intreccio. Ma ci proverò, tenterò di darvi un incipit del film, senza svelare nulla che possa inficiarne una visione più o meno neutrale. Allora, ci troviamo in una città indefinita della Corea del Sud (potrebbe essere Seoul) ai giorni nostri. Ci viene subito presentata una famiglia, composta da quattro membri: il padre si chiama Ki-taek, la madre Chong-sook, il figlio Ki-woo, la figlia Ki-jeong. Una tipica famiglia, come lo sono tante. Diciamo, però, che questo nucleo famigliare si presenta subito agli occhi dello spettatore, in una maniera abbastanza esemplare. Tra i primi dialoghi del film, vi è, infatti, una preoccupazione ed affanno alla ricerca di una rete Wifi da “scroccare”. La famiglia Kim, difatti, è povera in canna, nessuno lavora e i figli neanche vanno all’università. Questi vivono alla giornata, tra stenti, sporcizia e cattivi odori nelle slums della città e questo stile di vita, questa lotta costante per due spicci sono diventati ormai il loro pane quotidiano, il loro habitat naturale. Tuttavia, una sera, la visita inaspettata di un vecchio amico di Ki-woo, il figlio, apre le porte ad un’irripetibile svolta per la famiglia di Ki-taek. Min-hyuk lavora, infatti, come insegnante di ripetizioni di inglesi, a casa della famiglia Park, famiglia ricca e facoltosa, conosciuta in tutta la Corea per l’inventiva e fortuna del patriarca, fondatore di un’azienda hi-tech. Per motivo di studi, l’amico di Ki-woo deve passare molto tempo all’estero e propone al giovane miserabile di prendere il suo posto come insegnate e gli dice, inoltre, che lo raccomanderà così bene che verrà assunto sicuramente. L’unica cosa che questo deve fare è falsificare e celare la propria vera identità, fingendosi uno studente universitario. Da questo incipit, la povera e squallida famiglia comincerà ad insinuarsi, a penetrare sempre più e ad entrare nelle grazie di quella facoltosa dei Park. Ma non è tutto oro ciò che luccica e, dietro l’angolo, si cela un passato ed una rivelazione scioccanti che travolgeranno completamente le vite delle due famiglie.

È una vita senza pieghe. I soldi sono un ferro da stiro.

Hyae Jin Chang (Kim Chung-sook) nel film
La famiglia Kim

Dopo il successo notevole, ma comunque ristretto, del suo film precedente, contro lo sfruttamento animale, Okja – sbarcato sulla piattaforma di streaming online Netflix – Bong Joon-ho torna sul grande schermo con Parasite e, questa volta, fa letteralmente il botto. Vince la Palma d’oro a Cannes, passando davanti a giganti come Almodovar e Tarantino, diventa il più alto incasso negli Stati Uniti per un film straniero, viene scelto come rappresentante della Corea del Sud per gli Oscar 2020 e chissà che non riceva qualche altra nomination all’interno della competizione. Il regista coreano costruisce un’opera calibrata, misurata, dove tutto ha un senso, in cui tutti gli elementi si incastrano perfettamente ed accuratamente. La regia di Parasite è estremamente pulita, clinica, razionale, si focalizza incredibilmente sulla valorizzazione dei luoghi e delle location, sulla loro resa scenica e suggestiva, ma enfatizza soprattutto l’espressività e la comunicazione facciale di tutti i personaggi. Attraverso la macchina da presa, Joon-ho crea tensione ed incalza il ritmo, aiutato esponenzialmente dalla potenza e minimalismo efficace delle ambientazioni e dal montaggio, allo stesso tempo, serrato e di ampio respiro. Precedentemente, ho affermato che una delle caratteristiche principali di questo Parasite è il suo poliformismo. Ebbene, questa molteplicità di forme o, per meglio dire, generi è uno dei punti di forza centrali della creatura filmica di Joon-ho. Il film attraversa, infatti, tra i tre e cinque generi diversi per tutta la sua durata. Questo cambio, oltre che dalla fotografia, è sottolineato ancora di più dallo stile e dalla tecnica registica scelta da Joon-ho. Simultaneamente, sono riscontrabili una direzione movimentata, che si serve di handycam, per esempio, inquadrature movimentate e al cardiopalma, e momenti registici, d’altra parte, molto più tranquilli e sereni, di maggior respiro in cui si tenta di catturare il particolare, il dettaglio, sia nell’ambientazione che nelle espressioni degli attori.

Sono gentili perché sono ricchi

Chung-Sook (Hyae Jin Chang) nel film
Nel quadro, la famiglia Park

Il ritmo della pellicola viene mantenuto in modo eccellente anche dalla sceneggiatura – firmata dallo stesso Joon-ho. La scrittura dell’opera assiste notevolmente il cambio di genere, intensità e forma che la contraddistingue. Il regista si diverte con il suo pubblico, anticipando, fin dall’inizio, molti dei risvolti principali. La sceneggiatura, così come la regia, mostra i muscoli e dimostra la potenza creativa, la caratura visionaria e la bravura del cineasta coreano. Cristallina, trattata in modo certosino, cinico, spietato e curato, la scrittura di Parasite suggerisce un lavoro di pre-produzione accurato, in cui tutti gli elementi, tutte le componenti della narrazione sono state studiate, analizzate e poste in discussione, andando così a costruire un mosaico, un affresco incredibilmente crudele e disumano, estremamente perfetto. Nonostante la poca varietà di ambientazioni e il ristretto cast, la tensione, in particolare nelle scene a sfondo thriller, viene mantenuta incredibilmente con alcuni momenti in cui non si sa se ridere o se piangere, per la natura quasi improbabile e ludica dei fatti esibiti e del destino che si abbatte sulle famiglie Kim e Park. Nel quadro di Bong Joon-ho tutto, anche i dettagli e particolari più minuziosi e apparentemente irrilevanti, ha un senso, tutto torna, tutto serve a qualcosa, nulla è dato per scontato. Anche la situazione, la dinamica più improbabile, acquista un suo senso se posta in un contesto più ampio. Il film propone momenti che diventano immediatamente iconici e memorabili; frasi che si stampano inesorabilmente nella mente di chi guarda per la loro potenza, il loro ritmo, per le situazioni presentate, per la loro improbabilità, il loro doppio significato, il loro effetto riflessivo. Alla stessa maniera, moltissimi momenti, sequenze, scambi di battute, presentano una cura dei dialoghi pazzesca, ma estremamente tagliente, affilata, sferzante, penetrante, chiara e diretta, priva di qualsiasi possibilità d’interpretazione. Frasi e scene sono da instant cult.

Il film mette e si mette in gioco, sublimando e rapportando gli svariati avvenimenti presentati ad un discorso sociale e di forte critica della contemporaneità. Alcuni dei twist e delle meccaniche più travolgenti del film e con conseguenze peggiori per il piano dei protagonisti, è dovuto, infatti, alla tecnologia e alla sua diffusione oberante. Si tenta di aprire un dialogo, un confronto con la modernità, ma questa risponde con una chiusura, una settorializzazione in letterali classi sociali, quasi a cancellare qualunque forma di progresso. I poveri e i miserabili rimarranno incatenati alla loro condizione sociale ed economica, ma ciò non significa che i ricchi non possano esserne travolti ed inghiottiti. D’altro canto, l’upper class si dimostra come ipocrita, senza cuore, asettica e crudele, pensando soltanto ai propri bisogni, alle proprie turbe, senza accorgersi della verità palese, dei dettagli che se messi insieme, potrebbero condurre facilmente alla verità e paradossalmente alla menzogna. Si arriva anche a trattare argomenti politici, che, però, rimangono, purtroppo o per fortuna, marginali. Questa critica sociale e politica non stona, pensando ad altre opere del regista, come gli ultimi, già citati, Okja e Snowpiercer, in cui si trattavano temi ambientali e morali, nel primo, politici e sociali, nel secondo. Oltre che nell’umorismo e trattamento nero e perfettamente scioccante delle varie situazioni, la natura orientale dell’opera è riscontrabile anche nel modo con cui il pensiero, la psicologia, la tragedia, i personaggi in generale, vengono elaborati. Ogni figura presente su schermo si presenta al pubblico come un vero e proprio enigma, un rebus da disvelare e risolvere, una personalità complessa, elaborata ed umanissima. Questa caratteristica peculiare dei personaggi è resa in modo perfetto e “sul pezzo” dagli interpreti. Tutte le interpretazioni di Parasite sono immedesimate, naturali, delicate, spontanee, genuine, curate e studiate. Ciascun attore si è identificato in modo così eccellente con il proprio personaggio che non si riesce a fare alcuna distinzione tra persona reale e di finzione, sembra che quel determinato ruolo sia loro di natura. Guardando il film, il leit-motiv che si può trarre e adottare per qualsiasi situazione è: niente e nessuno è come si presenta, tutti, persone, spazi, cose, nascondono qualcosa al di sotto.

Dobbiamo prendere il loro posto. I ricchi sono davvero dei fessi.

Ki-Taek (Song Kang-ho) nel film

Le vicende dipinte da Bong Joon-ho nel film, tuttavia, non potrebbero avere lo stesso effetto immediato, suggestivo e sorprendente senza l’ambientazione e la fotografia. Le location di Parasite, seppur non molto variegate in fatto di quantità, diventano personaggi attivi, diegetici, veri e propri, con un’anima, un ruolo ed una finalità. Le differenti ambientazioni, che ottengono anche un valore metaforico e di significato profondo e quasi poetico, danno vita a momenti suggestivi, da un punto di vista visivo, nel loro minimalismo ricco e polimorfo, ma anche a situazioni tese ed ansiogene che richiamano alcune atmosfere tipiche dell’horror contemporaneo. Una casa perfetta, bellissima in architettura, interni ed esterni, può nascondere al suo interno segreti indicibili che non sono altro che la trasposizione dei nostri umani segreti. A sviluppare e accrescere le potenzialità delle location – in particolare di una di esse, la casa -, troviamo la fotografia di Hong Kyung-pyo: asettica, imparziale, pulita, precisa, oggettiva, fredda anche nei momenti di apparente ricchezza e calore. Entrambi questi elementi creano, attorno a questo Parasite, un’aura di mistero, imprevisto, improbabilità, un’atmosfera quasi grottesca, dark, bizzarra, atipica, a volte quasi inquietante, molto orientale ed estremamente lontana dai canoni del cinema occidentale odierno, quello a cui noi tutti siamo abituati.

La domanda che sorge spontanea – così come suggerito dalla locandina italiana del film -, durante e dopo la visione di Parasite di Bong Joon-ho, è chi è il parassita? Se, ad una prima occhiata, questa domanda potrebbe sembrare un semplice slogan commerciale per “acchiappare”, per far crescere l’interesse nei confronti del concept e della pellicola in generale, in verità, essa nasconde un fondo di riflessione ed importanza all’interno del film. Siamo proprio sicuri di sapere con esattezza chi siano i parassiti? Si potrebbe opinare che le blatte, gli insetti siano, appunto, i poveri, i miserabili, gli approfittatori, protagonisti di Parasite, che, così come parassiti, si aggrappano ad una cosa, in questo caso una famiglia, e si fanno strada, senza pietà, prosciugando quella determinata cosa, per un loro tornaconto, un loro beneficio. Ma siamo veramente certi che il film dipinga una lotta rappresentata tra buoni e cattivi, tra ricchi e poveri, tra insetti e umani, tra miseria ed agio? Non è che tutti noi, sia fortunati che non, siamo i parassiti? Non è che è proprio la società, così come è, si manifesta e presenta oggi, il vero virus da estirpare? Non è forse la società che provoca questo dislivello tra benessere e povertà, provocando faide, lotte e disgrazie tra di noi? La risposta a questa serie di domande spunta, in modo quasi naturale, davanti agli occhi dello spettatore, una volta conclusa la visione dell’ultimo Bong Joon-ho, ennesima perla proveniente dall’Estremo Oriente. Dopo l’erotico, misterioso e sensuale Mademoiselle di Park Chan-wook, dopo il vertiginoso ed enigmatico Burning di Lee Chang-dong, il cinema sudcoreano ci regala un’altra opera cinematografica di alto livello che rasenta la perfezione tecnica, stilistica ed attoriale. Una volta che il Parasite ti infetta, la tua mente non riesce più a fare a meno di pensarci, questo ti scava dentro, ti ruba l’anima e il cuore, ti colpisce così nel profondo che difficilmente scorderai le sue scene, il suo ritmo incalzante, la sua comicità nera e anticonvenzionale, le sue musiche, le sue interpretazioni, la sua regia polimorfa e spaziante in differenti generi, la sua tensione costante ed estenuante. Parasite è un opera di grande cinema, un mosaico di situazioni improbabili, violente e spietate, ma estremamente corrette e accordate nel complesso, in cui tutto ha un senso e nulla è come sembra. Parasite è un’enigma che, anche dopo averlo risolto, continua a tempestarti la mente, chiedendoti prepotentemente[I Park non sono in casa?] Posso entrare? Devo prendere delle cose“.


VOTO

⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐⭐


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