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            9 Settembre 2026
            La recensione di Bunker, il nuovo film di Florian Zeller presentato al Festival di Venezia 2026.
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            BUNKER fa apparire sempre più The Father come un irripetibile colpo di fortuna

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Bunker
            USCITA ITALIA: N.D.
            REGIA:  Florian Zeller
            SCENEGGIATURA: Florian Zeller
            CON: Penélope Cruz, Javier Bardem, Stephen Graham, Paul Dano, Patrick Schwarzenegger
            GENERE: thriller, drammatico
            DURATA: 126 min
            Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 4+

            RECENSIONE:

            Basta un buco in un muro ad aprire una crepa nella vita apparentemente perfetta di una coppia, ma anche nel nuovo film del regista di The Father, Florian Zeller, che vorrebbe trasformare ansie, paure e contraddizioni della contemporaneità in un thriller psicologico e parabola morale, finendo però per smarrirsi in un’amalgama confusa, retorica e tremendamente didascalica. Bardem e Cruz tremendamente sprecati.

            Un buco. Basta un rozzo foro nel muro dirimpetto al loro giardino per turbare la tranquilla e monotona quotidianità di Miguel e Sofia Moreno, ricca e facoltosa coppia originaria di Madrid, da poco trasferitasi in una delle zone residenziali più à la page di Londra. Lui è un architetto di fama internazionale che ha fatto del minimalismo e dell’organicità i propri marchi di fabbrica, da poco insignito di un prestigioso premio. Lei, invece, dirige l’ufficio per le acquisizioni estere di un’importante casa editrice della City. 

            Idealmente, la loro esistenza - tra casa, lavoro, impegni mondani e le due giovani figlie - così come un matrimonio che dura da più di dieci anni sono solidissimi. Di quelli capaci di suscitare immediatamente fascino e invidia in chiunque li osservi dall’esterno. Eppure, quella volgare, invadente, inquietante apertura cambia tutto, dischiudendo a sua volta una crepa in un legame che in realtà, da qualche tempo, è sull’orlo di una crisi profonda. 

            Una frattura, solo acuita da una bizzarra offerta di lavoro per Miguel, contattato da un miliardario e magnate della Silicon Valley per progettare e costruire un bunker dotato di ogni comfort: un faraonico piano di sopravvivenza in cui trovare riparo nell’eventualità di un cataclisma climatico irreparabile, di una guerra nucleare o qualora la redistribuzione delle ricchezze desse il via a una rivoluzione sociale e, di conseguenza, ad un “tracollo globale del nostro sistema”. Moralmente ambiguo eppure finanziariamente allettante, nel caso Miguel decidesse di accettarlo, questo strano progetto sarebbe soltanto la proverbiale goccia capace di far traboccare un vaso coniugale già colmo di ansie, inquietudini e incertezze. Lo stesso continua ad allargarsi — forse fino alle estreme conseguenze — la breccia apertasi nella vita della coppia, presto insidiata e invasa da tutte le paure, i dubbi, i dilemmi e le contraddizioni della nostra epoca. 

            Prosegue con Bunker il cinema d’impronta teatrale del drammaturgo e regista premio Oscar Florian Zeller. Un cinema labirintico, quasi come la realtà che racconta: metamorfica e misteriosa nell’incrocio con la percezione individuale, riducibile a spazi interni circoscritti (perlopiù domestici e familiari) senza compromettere il suo portato di vasta e profonda complessità. Di ritorno al Lido di Venezia dopo la presentazione (nel 2022) dell’involuto e deludente The Son, Zeller prende spunto da un’angosciante domanda sortagli spontaneamente dopo essersi ​​imbattuto in un articolo che raccontava della costruzione, da parte di un grande tycoon del settore tecnologico, di un bunker di sopravvivenza alle isole Hawaii. Non è che questa persona, così potente e influente, è a conoscenza di qualcosa che noi neppure immaginiamo? “Mi è parso un paradosso folgorante - spiega -. L’uomo che aveva edificato la propria fortuna sull’idea di connettere le persone si stava preparando all’isolamento. Non stiamo forse tutti, in qualche modo, andando alla deriva come isole?”.

            Quella del francese vuole allora essere una riflessione su alcuni dei principali motivi della contemporaneità: la paura del futuro, le minacce ecologiche, il divario sociale in costante aumento, l’individualismo sfrenato, una paranoia diffusa che ci sta rendendo sempre più soli e misantropi. Nondimeno, per la sua vocazione umanista, opta per una lente e una prospettiva fortemente personale: quella di una coppia che lotta con sé stessa. Parte dunque da lì, Bunker, da un dialogo muto a suon di primi piani; da un campo e controcampo che dice tutto senza bisogno di troppe parole, salvo poi trovare un respiro più ampio e collettivo e alfine richiudersi nuovamente su sé stesso e una rinnovata consapevolezza. Una che, in fondo, ci invita a chiamare le cose e i sentimenti con il proprio nome. 

            Peccato che, per quanto lineare e tutto sommato sicura, tale traiettoria diventi l’architrave di un impianto filmico privo di particolari guizzi, esito geometrico di una sceneggiatura che sviluppa ed elabora questo nucleo — e il soggetto, liberamente ispirato a El hombre de al lado dei produttori esecutivi Mariano Cohn e Gastón Duprat — nella forma e nella maniera peggiori possibili.

            Smarrendosi tra le diverse anime della propria storia (che è insieme una commedia umana, un thriller psicologico, un melodramma sentimentale, ma anche una satira sulla vacuità del presente - pure in termini artistici - e una parabola etica sulle assurde derive del nostro mondo e della nostra collettività) Zeller propende per un’amalgama caotica e irrisolta, fortunatamente tenuta assieme e, almeno in parte, rinvigorita da un cast criminosamente sprecato. Parliamo di un parterre composto da alcuni dei volti più talentuosi e riconoscibili della scena odierna: Javier Bardem e Penélope Cruz, coppia nella realtà, qui protagonista di un tentativo di velleitario metacinema; la star di Adolescence Stephen Graham; addirittura un Paul Dano che, al solito, riesce a farsi ricordare malgrado un minutaggio risibile. Tutti impegnati a mettere a frutto ogni stilla del proprio mestiere per continuare a far girare gli ingranaggi di questo giochino.

            Un giochino che, però, irrimediabilmente si rompe quando passa, in un certo senso, all’azione. O, per meglio dire, ad una specie di versione pubblicitaria di un film di Michel Franco, corredata da musiche zimmeriane, che non paga — o forse insicura — accumula massime da filosofia prêt-à-penser e sottovaluta a tal punto il proprio pubblico da dovergli spiegare e somministrare a forza la metafora tremendamente moralista, retorica e buonista sulla quale poggia la propria architettura grossolana. Esattamente come quel buco, che fa apparire e rende l’esordio di Zeller con The Father sempre più un vago e lontano ricordo. O, francamente, un mero colpo di fortuna.

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