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            9 Settembre 2026
            La recensione di Look Back, il nuovo film di Hirokazu Koreeda presentato al Festival di Venezia 2026.
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            LOOK BACK, un haiku per andare avanti

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Look Back
            USCITA ITALIA: 21 gennaio 2027
            REGIA:  Hirokazu Koreeda
            SCENEGGIATURA: Hirokazu Koreeda
            CON: Natsuki Deguchi, Aju Makita, Furi Nanase, Rokka Okada, Masaki Suda, Kankuro Kudo, Kayo Noro
            GENERE: drammatico
            DURATA: 100 min
            Fuori concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            Dal manga di Tatsuki Fujimoto, Kore’eda ricava un piccolo haiku cinematografico sull’amicizia, la creazione e il dolore: un’opera in chiave minore, leggera e scopertamente pop, che trova nel gesto artistico una forma di connessione, rifugio e, forse, sopravvivenza.

            Da quando, ormai tre anni fa, ha consegnato al cinema quel capolavoro de L’innocenza, il maestro giapponese Hirokazu Kore’eda ha vissuto una stagione di particolare prolificità e fervore creativo. Tant’è che, a pochi mesi di distanza dalla presentazione in concorso al Festival di Cannes 2026 di Sheep in the Box - il suo passaggio derivativo e poco ispirato nei territori della fantascienza pura (nel solco di Isaac Asimov, Steven Spielberg e Charlie Brooker) - giunge, sempre in competizione, alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia con Look Back, fedelissimo adattamento del popolare manga omonimo di Tatsuki Fujimoto, già portato in scena nel 2024 da Kiyotaka Oshiyama in un anime parimenti conosciuto e beneamato. 

            Parliamo di un progetto nato quasi per caso, come ricorda lo stesso Kore’eda, il cui sguardo, un giorno, “di ritorno da Kyoto sul treno ad alta velocità, cadde sul retro di un volume esposto in una libreria della stazione. Lo presi d'istinto: fu così che incontrai per la prima volta il manga originale Look Back. Quella notte lo lessi tutto d’un fiato”. Ed è abbastanza facile comprendere i motivi dell’affinità che deve aver subito provato nei confronti della storia di Fujimoto. Trattasi infatti del delicatissimo racconto di emozioni e sentimenti di due bambine seguite nel corso di diverse fasi e stagioni della propria esistenza e della propria crescita in una piccola città del Giappone. 

            Emanazioni singole e insieme disgiunte (fin dai nomi) delle anime dell’autore, loro sono Fujino, adolescente determinata e piena di talento, il cui desiderio appunto è quello di diventare una mangaka di successo, e Kyomoto, più schiva e solitaria. Di fatto una “hikikomori in erba”, quest’ultima vive perlopiù chiusa nella sua stanza, dedicando ogni istante delle proprie giornate al disegno. Dapprima legate, accomunate da una sorta di competizione, decisa e immaginata dalla sola Fujino, e poi dalla passione condivisa, le due si ritrovano a trascorrere settimane, mesi, interi anni nella stessa camera da letto, con l’unico scopo di coltivare e dare forma concreta al loro sogno creativo, artistico e, perché no, anche imprenditoriale. 

            Strisce, tavole, poi storie autoconclusive, fino ad arrivare alla prima serie: l’osservazione e descrizione ravvicinata, meticolosa, dettagliata, avvolgente, finanche sensoriale di come si articola e in cosa consiste il lavoro (solitario, pressoché ascetico, artigianale, paziente e impegnativo) del mangaka è senz’ombra di dubbio il maggior elemento di fascino tanto del corrispondente cartaceo quanto di quello animato. Kore’eda lo sa bene e decide di farne il fulcro di una buona parte della sua traduzione di Look Back, concentrandovi peraltro intuizioni che rendono bene e ci ricordano subito perché stiamo parlando, oltre che di un autore imprescindibile della contemporaneità, di un autentico genio del cinema. 

            Egli decide invero di approcciare il tema della creazione e della creatività non solo dal punto di vista grafico – con tanto di accorata citazione testuale e omaggio, ad opera della fotografia calda, tenue e pastellata di Senzo Ueno, al leggendario Hayao Miyazaki, allo Studio Ghibli e al suo parimenti indimenticato art director e pittore Kazuo Oga – bensì da quello del suono. 

            Il rumore del loro disegnare: una forma di espressione non verbale, affiancata alle incantevoli musiche di Yuta Bandoh, che, colta nelle diverse fasi della sua trasformazione, diventa una parte cruciale della pellicola, inserendosi alla perfezione nella poetica koreediana di gesti minimi capaci di sondare la temperatura e la verità di qualcosa di potenzialmente complesso e intricato come le emozioni, i pensieri e gli stati d’animo. Allo stesso tempo, introduce un discorso storico e filologico sull’evoluzione - anche tecnologica - del gesto creativo e del mestiere del mangaka: dal fruscio della matita sulla carta al suono più freddo e meccanico degli strumenti digitali, la trasformazione di un rumore diventa così, inaspettatamente, anche la traccia sonora di una vita e poi di un intero paese che cambia. E, con esso, delle sue storie a fumetti. 

            Racconti come quello di Fujino e Kyomoto, appunto, che Kore’eda costruisce, a livello di messa in scena, in stretta consonanza con la loro crescita personale e artistica. Sulle prime, quasi fosse un rudimentale anime dal vero, replicandone gli stacchi di montaggio e facendo muovere le giovani attrici come personaggi d’animazione; salvo poi seguirne le coordinate, amplificarle e trasfigurarle definitivamente in cinema. Nel suo cinema, spesso attraversato da una tensione fra i concetti di passione e ambizione, vocazione e necessità (che trovano corrispondenza nell’opera originaria), ma ancor più comunemente incentrato sull’infanzia o, per meglio dire, sullo sguardo che i bambini rivolgono sul mondo là fuori. Su un mondo adulto qui prevalentemente assente, defilato, marginale, ma non per questo privo di zone d’ombra che purtroppo Look Back non esplora mai per davvero. 

            Anzi, concentra tutti gli sforzi e le attenzioni su una storia d’amicizia agrodolce e simbiotica affrontandola con mestiere, in una specie di sintesi miniaturistica dei suoi tratti, luoghi, finanche immagini più riconoscibili. Che arriva dritto al cuore perché, come il manga e il film d’animazione, è messo a punto per piacere. 

            Sì, Look Back è in fondo un crowd-pleaser, o comfort movie che dir si voglia, scopertamente pop e dalla programmatica inclinazione commerciale. Una parentesi di leggerezza, quasi un’occasione di defaticamento creativo per il nostro. E ancora, un’opera indubbiamente in chiave minore - possiamo parlare di haiku d’autore - che nondimeno trova il suo senso ultimo nel pensiero e nella natura magica e potenzialmente inesauribile dell’arte. 

            Come modo per entrare in connessione con l’altro (in tal senso, è quanto di più romantico il fatto e il modo in cui il cineasta ha sposato questo progetto, vedendo nella creazione altrui l’opportunità di dar forma a qualcosa di proprio). E poi, come rifugio, forma di sopravvivenza e possibilità alternativa poiché permette di immaginare altri percorsi, altre vite, altre versioni della realtà. Non cancellando il dolore, ma creando uno spazio in cui esso possa essere trasformato, nella speranza che possa offrire ad altri - come accaduto a Fujimoto e allo stesso Kore’eda - la spinta necessaria per andare avanti.

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