
PRIMETIME, nella pancia della balena
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Primetime
USCITA ITALIA: 15 ottobre 2026
REGIA: Lance Oppenheim
SCENEGGIATURA: Ajon Singh
CON: Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo, Phoebe Bridgers
GENERE: biografico, drammatico
DURATA: 110 min
Presentato in concorso alla 83ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 7+
RECENSIONE:
“Spogliare per spogliarsi”. Entrare nelle viscere di un sistema per rivelarne ingranaggi e storture. È il procedimento con cui Lance Oppenheim torna a osservare un’America profondamente mediatizzata, trasformando la storia del programma televisivo To Catch a Predator in un’acida riflessione sul voyeurismo, sulla spettacolarizzazione della colpa e sul confine sempre più labile tra chi tende la trappola, chi vi cade e chi assiste (già non più al sicuro) dall’altra parte dello schermo.
Perché aspettare che una grande balena bianca emerga dall’orizzonte (virtuale), se ci si trova già nella sua pancia?
Spogliare per spogliarsi. E cioè scoprire, rivelare le leggi e le storture di un sistema, gli ingranaggi e i malfunzionamenti di una macchina, la malsana energia vitale, i difetti, le miserie bizzarre, grottesche e ridicole di un organismo osservato dall’interno. È questo il procedimento che lo statunitense Lance Oppenheim - dopo essersi imbattuto nella sceneggiatura di Ajon Singh - indirizza alla sua America e ad un mezzo (inteso come medium) che, dalla sua invenzione a oggi, ha assunto un ruolo sempre più centrale, invasivo, persino perverso. Ed è questa l’idea cardine che lo guida (su produzione di Ari Aster, altro e ultimo cronista delle deforme assurdità del paese a stelle e strisce) nel portare in scena Primetime. Che è il suo debutto al lungometraggio di finzione dopo una serie di corti e due documentari molto interessanti - Some Kind of Heaven e Spermworld - coi quali si è fatto notare e ha avanzato già una qualche forma di ossessione e poetica autoriale. Come, ad esempio, il suo mettersi costantemente alla ricerca di mondi reali che sembrano essenzialmente filtrati dalla penna di uno sceneggiatore. Alla stregua di un Frederick Wiseman dell’era (post-)postmoderna e digitale, egli concepisce il vero e il reale come una costruzione già compiuta, che il cinema non deve fare altro che rendere visibile. D’altra parte, i suoi protagonisti costruiscono identità, fantasie e mitologie personali attorno a ciò che fanno. E Oppenheim non si limita a registrarle: si immerge in quelle fantasie e le porta alle estreme conseguenze.
Insomma: Primetime appare sulla carta e si conferma, fin dai primissimi minuti, prosecuzione logica e naturale della sua produzione non-fiction. Poiché perfetto è il suo soggetto: il racconto - ispirato ad un’inchiesta di Luke Dittrich per Esquire - del periodo di massima popolarità (quando l’emittente NBC decise di posizionarlo in prima serata), della fine e, va da sé, del dietro le quinte del docu-reality To Catch a Predator, uno dei programmi più popolari e controversi che siano mai andati in onda sulle reti statunitensi. Il format aveva come obiettivo quello (appunto) di servirsi dell’impalcatura televisiva per costruire vere e proprie investigazioni e operazioni sotto copertura col fine ultimo di dare la caccia, arrestare e soprattutto smascherare di fronte a milioni e milioni di spettatori potenziali pedofili e maniaci sessuali che adescavano le proprie giovani vittime tramite una versione primordiale di chat room online. Fingendosi un'adolescente, le forze dell’ordine attiravano il malintenzionato nella casa dell'ipotetica vittima, dove ad aspettarlo trovava il conduttore, che dopo una "breve intervista", lo faceva arrestare dai militari appostati nei dintorni della casa. Ideato e condotto dall’ex giornalista d’inchiesta Chris Hansen, il programma fu trasmesso per quattro anni, dal 2004 al 2007, prima di essere completamente cancellato dal palinsesto a seguito del suicidio dell'assistente procuratore distrettuale Louis Conradt, scoperto a scambiare conversazioni intime con un tredicenne, in realtà impersonato da un poliziotto.
Ancor prima però To Catch a Predator era stato al centro delle discussioni per la tensione e contraddizione irrisolvibile alla sua base. Vale a dire la trasformazione di un tema estremamente serio in mero intrattenimento televisivo finalizzato, nonostante tutto, ad aumentare gli ascolti e la popolarità di tutti i coinvolti. In primis, del suo volto titolare. Quell’Hansen che - forte qui dell’interpretazione di un magnetico Robert Pattinson, spinto e impiegato ai limiti del suo camaleontismo - si pone quale unico enigma-perno, tra dolente inettitudine e inquietante megalomania, di una pellicola dai modi e intenzioni in realtà molto scoperti. Similmente e insieme distintamente dal coevo e gemellare Ink di Danny Boyle - Oppenheim e Singh si concentrano su questa realtà già profondamente mediatizzata (persone vere e telecamere nascoste, identità costruite e spettacolarizzazione della realtà, voyeurismo e infotainment, senso di giustizia e ontologica morbosità), che si comporta come una finzione, per immortalare il momento in cui una fantasia privata è diventata un sistema collettivo. Ma anche per riconoscere in quel mondo alcune delle dinamiche che hanno anticipato il presente - si pensi alla necessità di alzare continuamente la posta in gioco, ad un vero sempre più costruito per essere osservato o all’annullamento di qualsiasi confine tra pubblico e privato. E ancora, per parlare più generalmente dell’artificio, degli inganni autoassolutori e della spettacolare illusione di una società impegnata in un’ossimorica crociata, iniziata ben prima e sfortunatamente mai conclusasi. Anzi, esacerbatasi dopo la fine del programma. Le persone, infatti, guardano To Catch a Predator per ripulirsi la coscienza, per convincersi di essere diverse da ciò che osservano, quando in realtà ne fanno parte. È un’America, quella di Primetime, convinta di poter stanare e catturare il male mentre ne è essa stessa soffocata; dominata, governata da tutto ciò - il marciume, l’amoralità, l’aberrazione - che pretende di combattere. Fintamente progredita, ferocemente selvaggia, già trumpiana, comincia ad accusarsi vicendevolmente, innescando un meccanismo di sospetto e linciaggio. Preda di un’oscurità che nessuno sembra più in grado di comprendere né controllare, ha semplicemente cambiato i mezzi e gli strumenti attraverso cui esercitare la propria gogna. E il mondo intero l’ha seguita a sua volta.
Ibridando quella che è fondamentalmente una satira divertita e divertente, costantemente su di giri, con forme, elementi e toni da thriller, heist e spy movie, film sportivo e finanche una sorta di socio-folk horror, giocando con il linguaggio (tele)visivo della stessa materia che vuole esporre e analizzare — ricalcando dunque un’estetica acida, lo-fi, sgranata, analogica — e servendosi persino delle sue formule affabulatorie più pruriginose e scabrose, Oppenheim ne indaga l’impunità e, soprattutto, il grado di complicità. Inscena l’esame di coscienza di una collettività intera, dispersa — come i protagonisti di Lost, i principali concorrenti di Hansen — sull’isola deserta di una contagiosa e violenta ipocrisia.
È in questo che Primetime trova un suo senso preciso, al netto del rischio di una certa stilizzazione e della tentazione, sempre in agguato, di compiacersi di una distanza privilegiata e di una confezione così smaccatamente à la page — non a caso c’è lo zampino anche di A24. E se il racconto finisce per farsi narrativamente dispersivo, sfilacciato, anticlimatico, e la scelta di un approccio beffardo e caricaturale (retto da una scrittura spesso poco corrosiva) non riesce a restituire fino in fondo la forza e la vertiginosa profondità dei propri intenti, alla pellicola va comunque riconosciuto il merito di non limitarsi a puntare l’obiettivo contro chi tende la trappola o chi è catturato. Bensì di ribaltare lo sguardo su di noi, mettendo subdolamente in discussione il piacere voyeuristico con cui assistiamo alla caccia e quella facilità con cui, davanti allo spettacolo della colpa, ci schieriamo dalla parte dei cacciatori, pronti a giudicare e deridere la preda. Chiunque essa sia.
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