
IL FILO DEL RICATTO, il reality show di Gus Van Sant
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Dead Man's Wire
USCITA ITA: 19 febbraio 2026
REGIA: Gus Van Sant
SCENEGGIATURA: Austin Kolodney
CON: Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Colman Domingo, Al Pacino, Cary Elwes Myha’la
GENERE: thriller
DURATA: 105 min
VOTO: 8+
RECENSIONE:
Nel suo ritorno dietro la macchina da presa, Gus Van Sant parte da un sequestro in diretta tv del 1977, per costruire un’opera sul potere dell’immagine e sull’illusione dell’informazione. Tra satira e dramma, commedia paradossale e tragedia americana, un reality show su un paese in cui il bene, il soldo, l’affare vengono prima della vita.
“C’è chi la fortuna ce l’ha davvero”, si dice a un certo punto ne Il filo del ricatto, l’attesissimo ritorno dietro la macchina da presa del grande Gus Van Sant, ispirato - e questa volta è tutto fuorché una boutade pubblicitaria - ad un’incredibile storia vera. A parlare è Anthony G. “Tony” Kiritsis, un uomo sulla quarantina che, la mattina dell’8 febbraio 1977, fa irruzione negli uffici della Meridian Mortgage. Non trovando il presidente M. L. Hall, si accontenta del figlio Richard, presente al suo posto, e lo prende in ostaggio. Puntandogli alla testa un fucile a canne mozze modificato, Tony mette in atto un ingegnoso e crudele stratagemma: un meccanismo lega il grilletto dell’arma a un cavo fissato intorno al collo della vittima, trasformandolo in un cappio mortale che scatterebbe al minimo movimento. Le sue richieste sono precise: 5 milioni di dollari, immunità giudiziaria e, soprattutto, scuse pubbliche…
Anche se lui, di fortuna, ne ha avuto davvero poca nella vita (ed è proprio per questo che ha deciso di ribellarsi al sistema e scegliere la strada più violenta per dargli quantomeno una scrollata e riprendere il controllo), ne avrà a sufficienza nel momento stesso in cui, della sua storia e delle sorti di questo sequestro, se ne interesserà avidamente la televisione. Lui in primis si comporta e parla secondo il linguaggio dell’iconografia, dello spettacolo, dell’intrattenimento, che - in una forma quasi prodromica di quello che è oggi conosciamo come infotainment - decideranno davvero le sorti e, soprattutto, il verdetto giudiziario di tutta questa faccenda.
È questo uno dei primissimi discorsi e livelli di lettura de Il filo del ricatto, che potrebbe apparire come il più classico dei thriller polizieschi dalla patina true-crime e dalla ricostruzione minuziosa, filologica, talora quasi pedissequa, ma si avvale di una sceneggiatura a prova di scasso, ben scritta, intrigante e intelligente, il cui maggior merito (e intento) è proprio quello di giocare con le aspettative del pubblico, scompaginando i cliché del genere mentre si mantiene in perfetto equilibrio tra una commedia esilarante, paradossale, umana, e una dimensione drammatica più consona, consueta e prevedibile. Non solo, lo script firmato dall’esordiente Austin Kolodney accumula e apre squarci di riflessione sul nostro rapporto con la verità e la finzione, con la nostra identità e la sua messa in scena mediatica. Tutto questo, riuscendo nel contempo anche a mantenersi ben saldo alla cronaca dei fatti - registrata e documentata, per l’appunto, minuto per minuto.
Dopodiché, la seconda fortuna de Il filo del ricatto sta proprio nel fatto che, dietro l’occhio della macchina da presa, vi sia un Van Sant in gran spolvero e a suo agio con questa parabola di un’America periferica, marginale, invisibile che decide di prendersi i riflettori e diventare regista e sceneggiatrice della propria vita e del proprio futuro. Con sguardo essenziale, sobrio, efficace, il cineasta la traduce in immagini (fotografate da un parimenti preciso Arnaud Potier e montate dal candidato premio Oscar Saar Klein) e arricchisce di conseguenza con veri tocchi da maestro, denunciando fin da subito l’origine e la sostanza di quel che stiamo vedendo rappresentato sullo schermo.
Il risultato è un film che non si limita a “raccontare” un fatto di cronaca, ma lo interroga, lo disseziona, lo piega e lo ribalta, restituendolo come specchio deformante della nostra contemporaneità. Kolodney e Van Sant non cercano mai il sensazionalismo facile, né il compiacimento. Disinnescano, stemperano, spezzano l’azione e il thrilling. L’obiettivo è invero quello di smascherare la natura spettacolare dell’evento stesso, e la facilità con cui l’opinione pubblica viene catturata, manipolata, perfino addomesticata da un racconto televisivo che si sostituisce alla realtà. Il personaggio di Tony Kiritsis, così, diventa progressivamente meno un criminale disperato e sempre più una maschera tragica e grottesca; un uomo qualunque che comprende istintivamente quanto potente possa essere l’occhio mediatico quando lo si costringe a guardare. La popolarità come salvacondotto per l’impunità.
Ed è proprio in questo suo rendere visibile l’ambiguità del suo gesto - a metà tra la ribellione politica e la farsa tragica, tra la rivendicazione personale e l’aspirazione a trasformarsi in icona - che si annida la forza della pellicola, con cui Van Sant aggiunge un nuovo tassello alla sua riflessione sul rapporto tra individuo e società, ricalcando, solo in maniera agrodolce, la linea che va da Elephant a Paranoid Park. Opere diversissime, quelle, eppure accomunate dallo stesso sguardo lucido e disincantato verso i meccanismi di potere, visibilità e rappresentazione. È cinema che si muove sul filo del rasoio tra il documento e l’interpretazione, tra il vero e il verosimile, e che non smette mai di ricordarci quanto fragile e manipolabile sia ciò che chiamiamo “realtà dei fatti”, qui convertita ad assurdo, bizzarro, patetico reality show di un sogno americano disarmato. Di un paese in cui il bene, il soldo, l’affare vengono prima della vita. Questo è, in fondo, il filo del ricatto. E adesso la pubblicità…
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