
BEN - RABBIA ANIMALE riporta l'horror ad uno stato primordiale
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Primate
USCITA ITALIA: 29 gennaio 2026
USCITA USA: 9 gennaio 2026
REGIA: Johannes Roberts
SCENEGGIATURA: Johannes Roberts, Ernest Riera
CON: Johnny Sequoyah, Jessica Alexander, Troy Kotsur
GENERE: horror, thriller
DURATA: 89 min
VOTO: 7-
RECENSIONE:
Tra Cujo, Carpenter e A Quiet Place, Johannes Roberts costruisce un horror essenziale e brutale che interroga il rapporto tra umano e animale, linguaggio e incomprensione. Ben – Rabbia animale diventa così un racconto sulla paura primordiale e sul fallimento dell’ideale di integrazione nella contemporaneità.
Molto spesso, gli horror migliori sono quelli capaci di ottenere il massimo da un uso sapiente e calibrato di pochissimi elementi. Ebbene, Ben – Rabbia animale, tredicesima volta dietro la macchina da presa di un lungometraggio per il britannico Johannes Roberts, non può certo essere considerato un nuovo punto d’arrivo per il genere, né tantomeno uno dei titoli più memorabili del recente cinema dell’orrore. Ciononostante, il film rappresenta l’ennesima dimostrazione di come il regista conosca bene questa regola non scritta e ne abbia più volte testato l’efficacia. Basti pensare ai due survival movie a base “shark”, 47 metri e 47 metri – Uncaged: meccanismi di tensione non particolarmente brillanti, ma costruiti con coerenza attorno ad un’unica location e alla minaccia costante di animali in CGI pronti ad attaccare da un momento all’altro.
Un territorio e un modus operandi ai quali, con convinzione, fa ritorno - dopo la parentesi (diremmo) alimentare di Resident Evil: Welcome to Raccoon City, adattamento e devoto omaggio al franchise videoludico made in Capcom - appunto con questo cosiddetto “natural horror” che si rifà chiaramente a Cujo di Stephen King, Monkey Shines di George Romero e Link di Richard Franklin. Al centro della vicenda troviamo Ben, uno scimpanzé addomesticato e straordinariamente intelligente che, dopo essere stato morso da una mangusta infetta, sviluppa una forma di rabbia e idrofobia che lo tramuta in un assassino sadico e violento. Accanto alla minaccia animale, l’altro elemento portante della pellicola è rappresentato da un gruppo di adolescenti, coi loro piccoli drammi personali, legami di amicizia, amori sognati e antipatie reciproche. Riunitisi per trascorrere un paio di giorni all’insegna del divertimento e di qualche inevitabile sregolatezza, i ragazzi diventano, loro malgrado, vittime sacrificali e carne da macello per la furia di Ben.
C’è poi l’eccentrica casa vacanze modernista che li ospita: una struttura fatta di vetri, scale, soppalchi, ballatoi e sporgenze, con una piscina a strapiombo su una scogliera - destinata a trasformarsi in un sanguinante teatro degli orrori - di proprietà di tal Adam Pinborough (portato in scena dal premio Oscar per Coda Troy Kotsur), padre di due dei ragazzi ed infaticabile romanziere proprio di evidente stampo kinghiano, affetto da sordomutismo (tradotto in ulteriore strato e agente tensivo), e unico padrone dello scimpanzé dopo la morte della moglie, una professoressa di linguistica che aveva dedicato la propria vita a trovare un modo per comunicare con l’animale.

Proprio l’uso attento, approfondito e pienamente funzionale di ciascuno di questi elementi, unita alla cura artistica e artigianale profusa nel design subito iconico, nella successiva animazione e interpretazione dello scimpanzé (un efficace connubio di trucco prostetico, lavoro di stuntman come Miguel Hernando Torres Umba e ricorso agli animatronics), e a un’ottima gestione dello spazio, ridotto e circoscritto alla sola abitazione ma esplorato creativamente tanto in verticale quanto in orizzontale, a determinare la fortuna e la riuscita della pellicola. Una posta al crocevia di numerose tensioni e tradizioni: dal cinema di puro thrilling post-hitchcockiano degli anni '70 (e dunque pre-jumpscare, che qui non si perde occasione di disinnescare), passando per la struttura e la formula dei proto-slasher che negli Stati Uniti iniziavano ad affacciarsi proprio in quegli stessi anni con Halloween, fino ad arrivare all’estetica ruvida e grezza — e alla sensatissima oscenità — di una certa produzione d’exploitation e di serie B, con sconfinamenti consapevoli ed equilibrati nel torture. Roberts inoltre recupera la lezione dei (A) Quiet Place di John Krasinski, facendo propri quei silenzi e dando il meglio di sé nei frangenti in cui il terrore proviene dalla sensazione di vuoto e dalla tensione palpabile tra ciò che vediamo e ciò che temiamo e sappiamo esserci.
Ciò detto, possiamo comunque definire Ben - Rabbia animale (il cui molto più significativo titolo originale è Primate) come un ritorno ad una dimensione primigenia, primordiale, marcatamente carpenteriana (fin dalle suggestive musiche di Adrian Johnston), votata e interessata soprattutto all’orchestrazione dell’azione efferata, del momento di suspence, che riesce nondimeno a parlare — in modo diretto, talvolta ironico, il più delle volte con una violenza esplosiva e non filtrata — di un’epidemia ferale che non riguarda soltanto la rabbia come patologia diffusa, ma il contagio della paura stessa. Un morbo che si insinua ovunque, anche laddove si continua ostinatamente a coltivare un’illusione di normalità e immunità pronta a crollare da un istante all’altro. Anche se “non c’è la rabbia alle Hawaii”.
D’altronde, cosa accade quando l’altro - l’alieno, il mostro - vive già sotto il nostro tetto? Quando non è più confinato nello spazio rassicurante dell’altrove, ma viene vestito, accudito, educato, reso quasi uno di noi, al punto di farsi parte integrante dell’ordine domestico e affettivo? In questa prossimità forzata, in questa illusione di controllo e di comprensione reciproca, Ben – Rabbia animale individua il proprio nucleo più inquietante, smascherando l’ingenuità — se non l’arroganza — di ogni progetto di antropomorfismo e assimilazione totale dell’alterità.
Pertanto, non si limita a confermare Roberts come un autentico cultore, conoscitore e tecnico di un genere spesso vittima di presunte “elevazioni” — che finiscono non di rado per tradursi in vere e proprie involuzioni e processi di addomesticamento delle sue più stimolanti specificità — ma si spinge a raccontare e raffigurare (mantenendosi straordinariamente al di sotto della soglia dei 90 minuti di durata) il fallimento dell’ideale di integrazione così come viene immaginato e narrato oggi. Un ideale fondato sulla convinzione che bastino il linguaggio, la cura, la razionalizzazione scientifica e la mediazione culturale per colmare fratture che, invece, restano profonde e ataviche. Come la paura di un ignoto che ci rassomiglia, la “più antica e potente emozione (e gabbia) dell’uomo” secondo un certo Edgar Allan Poe, che, nel 1841, scriveva delle barbare uccisioni di un orango del Borneo al quarto piano di un vecchio stabile in Rue Morgue a Parigi. Come si suol dire, il cerchio si chiude.
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