
TESTA O CROCE? è più avido di abbagli che di invenzioni
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Testa o croce?
USCITA ITALIA: 2 ottobre 2025
REGIA: Alessio Rigo de Righi, Matteo Zoppis
SCENEGGIATURA: Carlo Salsa, Matteo Zoppis, Alessio Rigo de Righi
CON: Nadia Tereszkiewicz, Alessandro Borghi, John C. Reilly, Peter Lanzani, Gianni Garko
GENERE: western, commedia, sentimentale, drammatico
DURATA: 116 min
In concorso al Festival di Cannes 2025 nella sezione Un Certain Regard
VOTO: 5.5
RECENSIONE:
Con il loro secondo film, Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis tornano a interrogare il rapporto tra mito e realtà in un viaggio teorico e sensoriale nei meccanismi stessi della narrazione, laddove la menzogna può rivelarsi più autentica della verità che pretende di sostituire. Un esercizio raffinato di confronto con l'immaginario western che affascina più di quanto coinvolga, dalla messa in scena impeccabile ma incapace di vibrare davvero.
“Tutti aspirano alla verità, quando in realtà vogliono solo sentire una bella storia”, dice qualcuno all’inizio di Testa o croce?, il secondo lungometraggio di Alessio Rigo De Righi e Matteo Zoppis. Una frase - pronunciata da un personaggio emblematico anche e soprattutto perché narratore di questa storia (o, per meglio dire, di una buona parte di essa) - che potremmo intendere al pari di una dichiarazione d’intenti con cui la coppia di neo registi classe 1986 ci consegna questo nuovo tassello del loro cinema: appena nato, eppure dai contorni già molto definiti. Un’opera che rappresenta altresì un passo ulteriore nel loro tentativo di farsi spazio in un panorama italiano che, forse, per troppo tempo si è concentrato — o fossilizzato — sulla spasmodica ricerca di una verità possibile, figlia di un retaggio dapprima neorealista, poi d’impegno civile, e infine biografico, raggiungibile attraverso il mezzo cinematografico, scordandosi tuttavia di un’altra grande vocazione del cinema: il piacere (e il dovere) del racconto.
Emblematica, in questo senso, è un’altra frase affidata a quel medesimo personaggio, che di nome fa Buffalo Bill, e che poco prima si raccomanda: “If you have to shoot, you better aim at the heart” (“Se dovete sparare, mirate sempre al cuore”). È ovvio che si riferisca ad armi, cowboy e alle doti che questi ultimi devono avere per definirsi all’altezza di un qualcosa che è già canone, mito, leggenda. Ma è chiaro il lavoro teorico di Rigo De Righi e Zoppis, i quali, di estrazione (l’uno) e di formazione (l’altro) statunitense e angloamericana, conoscono benissimo l’ambiguità semantica e i diversi significati della parola “shoot”. E quindi, sì: sparare, ma anche girare, filmare, catturare, sapendo che ogni gesto di ripresa è anche un atto di interpretazione, costruzione e reinvenzione.

Qui si inscrive il senso di Testa o croce?: un film che, nel raccontare, sviscerare, ripercorrere un fatto nella speranza di ottenerne una grande storia, mira a riflettere sul modo in cui le storie nascono e - inevitabilmente, contemporaneamente, parallelamente - si trasformino, deformino e tramandino. Per Rigo De Righi e Zoppis, puntare al cuore significa allora cercare il centro emotivo della narrazione, il punto in cui la finzione si fa più vera del reale.
Come già accadeva ne Il solengo, il loro cinema si nutre invero di questa tensione tra oralità e immagine, tra leggenda e documento, tra l’autenticità del racconto popolare e una grossa consapevolezza del mezzo e dimestichezza col linguaggio cinematografico. Laddove altresì la filmografia più recente ha spesso confuso verità e verosimiglianza, questi due cineasti scelgono e intendono il cinema come spazio in cui la menzogna diventa un modo diverso — e forse più sincero — di dire il reale.
Prendendo spunto da un fatto realmente accaduto, un episodio alquanto singolare, Testa o croce? si apre non a caso con un artificio, un’illusione o, più precisamente, la messa in scena, la finzionalizzazione di una delle molte (supposte) prodezze del nostro Bill, di tappa (al pari di John C. Reilly, che gli presta le fattezze) in una Roma a cavallo tra Ottocento e Novecento, ancora sospesa tra progresso e tradizioni, durante il tour del suo circo itinerante - il Wild West Show - che porta la magia e il fascino esotico del Far West in giro per il mondo.
Una parata di cavalli, duelli e leggende d’oltreoceano che conquista il pubblico con promesse di avventura e libertà, ma accende pure la competizione tra autoctoni e visitatori, sfociando in una sfida a cavallo tra i butteri della campagna laziale e i cowboy. Sfida che, per puro caso - ergo col lancio di una moneta - viene affrontata e vinta da Santino, abile e taciturno mandriano al servizio di Ercole Rupè, un signorotto locale. Questo suo trionfo lo fa subito notare da Rosa, la giovane moglie del padrone, in cerca di una via di fuga da un matrimonio che la soffoca e non riesce più a sopportare.
Sarà proprio l’incontro fatale col nostro buttero a spingerla a ribellarsi ad un destino già scritto, uccidendo Rupè e scappando al fianco del bovaro, seguendo di fatto un impulso, un desiderio che, per la prima volta, le appare come un atto di libertà. Quella stessa libertà professata da Bill Cody nel suo spettacolo che — come ben presto intuisce — può facilmente cedere il passo alla fantasia, all’abbaglio, all’illusione. All’ennesima menzogna, insita, del resto, in ogni storia e in ogni racconto, compreso quello che già comincia a circolare sul suo conto: una versione che la vuole vittima, prigioniera, ostaggio di Santino.
Al contempo, c’è persino chi vede quest’ultimo come incarnazione dello spirito di una rivoluzione; innesco, stimolo, immagine per una mobilitazione delle masse operaie contro i padroni e le loro catene.

È allora la consapevolezza di queste finzioni, di questa fantasia, e insieme di sé stessa, delle proprie scelte e di un futuro che non può essere affidato al caso, alla sorte, né tantomeno ridotto alle sole due facce di una moneta, la vera meta di un viaggio attraverso paludi inospitali, campagne incontaminate e scorci di una Tuscia arcaica, primordiale, (in)esistente. Testa o croce? E se invece vi fosse un’altra possibilità, un’altra via, un altro orizzonte?
Questa è la domanda che accompagna Rigo De Righi e Zoppis nel pensare e costruire questa storia e nel definire un territorio sospeso, dove la Storia sembra ancora in attesa di accadere e in cui la leggenda, invece, ha già preso forma. Il film si muove come un racconto orale che si fa immagine: ogni personaggio, ogni luogo, ogni gesto sembra appartenere tanto al mito quanto al reale. Divenuti, loro malgrado, protagonisti di una narrazione che li precede e li travolge, Santino e Rosa (interpretati da un Alessandro Borghi e una Nadia Tereszkiewicz purtroppo più incisivi in solitaria; meno credibili e affiatati quando invece sono chiamati a convincerci della reciproca e impetuosa passione che lega i loro personaggi) perdono progressivamente il controllo della propria storia. Ciò che vivono, ciò che credono di essere, e ciò che il mondo racconta di loro diventano elementi indistinguibili. L’amore, il crimine, la fuga, la redenzione: tutto si confonde nel flusso di una memoria che trasforma i fatti in racconto e il racconto in mito.
Alternando una calma osservazione documentaria a momenti di pura visionarietà, Testa o croce? non impone mai una verità, ma suggerisce la pluralità dei punti di vista, la porosità dei confini tra ciò che è stato e ciò che si tramanda. Ne deriva, in tal senso, un’opera che respira il tempo e lo spazio del mito senza mai abbandonare la concretezza del reale e degli elementi (la polvere, il fango, il fuoco) da cui sembra quasi estratto. Un’opera sulla possibilità di diventare leggenda in cui si cela la verità che tutti dicono di cercare: non nei fatti, ma nelle storie che scegliamo di raccontare.
Una pellicola che, purtroppo, ha come unico e grande difetto l’incapacità di tradurre tutto questo - sì, coerente e convincente - impianto e afflato teorico in atto pratico, filmico, in prodotto a sua volta iconico e iconografico. Anzi, Rigo De Righi e Zoppis sembrano dimenticarsi di quell'altra possibilità, di quell’altra via, di quell'altro orizzonte che la loro protagonista sembra intravedere nel momento stesso in cui la storia prende forma sullo schermo.

E così, nel confronto con uno degli immaginari più potenti, codificati e intrinsecamente cinematografici, cioè il western, il film si impantana.
Qui il rimando è più netto e dichiarato rispetto alla declinazione avventurosa e fiabesca del precedente Re Granchio. Del genere si seguono le tracce, le orme impresse nel terreno temporale del cinema: dal mito dello spaghetti western di memoria leoniana (e corbucciana), ai serial televisivi degli anni ‘50 e ‘60, fino alle sue metamorfosi più tarde - politica, revisionista o di pura deviazione exploitation in cui ha recitato un redivivo e inconfondibile Gianni Garko. Non mancano, infine, echi di quelle parodie e commedie di frontiera che persino lo stesso Sergio Leone, con Giù la testa, aveva saputo trasformare in esercizi di autoironia, e che la coppia di registi contamina con riflessi della commedia all’italiana.
Un ibrido che, purtroppo, affascina ma raramente vibra. Perché, a fronte di tante sovrapposizioni e decostruzioni, solo ciò che appare classico, pedissequo, calligrafico funziona davvero: le citazioni, gli omaggi, i riferimenti riconoscibili. Il resto evapora in un turbine di suggestioni e artifici che finisce per schiacciare i personaggi, dissolvendo le loro motivazioni e la loro autenticità. Troppo vuole e nulla stringe, questo crocevia di spunti mai realmente approfonditi, anzi spesso traditi in nome di un decorso narrativo più convenzionale e poco ispirato che perde di coesione, trasporto, vera cura e attenzione nei confronti dei suoi protagonisti.
Un’occasione mancata inoltre per abbracciare fino in fondo una dimensione fantastica e soprannaturale — sospesa tra il magico, il fantasmatico, addirittura il lynchiano — in cui si sarebbe potuta compiere davvero una qualche forma di rivoluzione. E invece la pellicola si ritrae, chiude, trincera dietro un esercizio stilistico, estetico ed estetizzante (ben presto anestetizzante), in un gesto di posizionamento e dichiarazione autoriale sapiente e raffinato, sì, ma vezzosamente inerte. Incapace, soprattutto, di diventare quella grande storia che si andava cercando (e sperando) e che si rivela alla fine per quel che è: un abbaglio.
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