
LA RIUNIONE DI CONDOMINIO, democrazia al pianerottolo
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Votemos
USCITA ITALIA: 11 settembre 2025
USCITA SPA: 12 giugno 2025
REGIA: Santiago Requejo
SCENEGGIATURA: Santiago Requejo
CON: Clara Lago, Tito Valverde, Gonzalo de Castro, Raúl Fernández de Pablo, Neus Sanz, Christian Checa, Charo Reina
GENERE: commedia, drammatico
DURATA: 88 min
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Nel microcosmo di un’assemblea condominiale, Santiago Requejo costruisce una parabola corrosiva sulla democrazia e sulle sue derive quotidiane: un teatro dell’assurdo dove si vota, si giudica, si urla e ci si riconosce, riflesso deformante di una società che ha smarrito la misura del confronto civile. Attraverso un ritmo serrato, dialoghi taglienti e un cast impeccabile, si indagano le fobie, le ipocrisie e le fragilità dell’uomo contemporaneo, trasformando la banalità di un dibattito di pianerottolo in un lucido ritratto della nostra disumanità condivisa.
“Il voto è l’essenza della democrazia”, si ricorda ad un certo punto ne La riunione di condominio, il film che lo spagnolo Santiago Requejo trae dal suo fortunato (e quasi omonimo) cortometraggio del 2021, non a caso intitolato Votamos.
Del resto, è ormai solo in situazioni come quella raccontata negli 88 minuti lungo cui si districa questa commedia agrodolce - come solo si fanno a Madrid e dintorni -, che ancora ci teniamo e preoccupiamo di esercitare questo nostro, fondamentale diritto. Da molti temuta, da altri attesa spasmodicamente, eppure unica circostanza - cioè quando l’oggetto e gli oggetti della votazione ci riguardano da vicino (e da vicini) - in cui sappiamo e ci sforziamo di esercitare un briciolo di principio e senso democratico a fronte di seggi sempre più desertificati. Al contempo, al di là di questo loro essere riduzione microscopica di qualcosa di collettivo e collettivizzante, le riunioni di condominio tendono spesso (e anche per questo motivo) a diventare un palcoscenico ideale sul quale dare sfogo alle nostre manie di protagonismo, all’inclinazione sempre crescente verso atteggiamenti autopropagandistici. Un teatro - dell’arte, dell’assurdo o d’avanguardia che sia - dove tragedia e commedia vanno a braccetto con molta facilità. Dove tutti sono finti (nei confronti del prossimo), ma nessuno è falso. Le maschere, d’altronde, sono già (s)cadute da tempo.
Trattasi altresì di un microcosmo e insieme del riflesso cocente, non-filtrato di un’umanità sempre più esaurita, problematica, schizofrenica, paranoide, impaurita, frustrata, infantilmente, istintivamente ripiegata su acredini, rivalità, pregiudizi e convinzioni inqualificabili, idiosincrasie, piccoli e grandi dolori da anteporre, imporre, far prevalere su( quelli de)gli altri. Un tumulto caotico o caoticamente calmo - per i più fortunati - dove si manifesta inequivocabile la malattia che - questa sì - ci definisce come persone (e come società).

È la disumanità di un mondo che sopravvive, conquistata a suon di fobie effettive, futuribili, eventuali, deliri di onniscienza, qualunquismi e pressapochismi, egoismi e relativismi, un’inettitudine che potremmo definire (in)visibile. Ed è proprio questa disumanità ad interessare realmente al cineasta; l’intento e l’idea che giustifica lo spunto di comune esperienza, il gioco al massacro atteso, anzi sperato che si sviluppa a cascata, oltre al respiro ironico, corrosivo, grottesco e triviale. Persino trash per la fotografia - magari facile e demagogica, ma comunque impietosa e alfine ripugnante - che ricava da un materiale umano prestato ad una drammaturgia e ad una regia dallo sguardo fintamente oggettivo, e mirate al peggio. All’improvviso black-out della ragione, rileggendo il (di Requejo) conterraneo Goya. (Tanti) vizi e (poche) virtù risultanti da discussioni su ascensori da cambiare e musica ad alto volume, conti da pagare e vicini insopportabili, per non parlare dell’urgente necessità di salvaguardare la propria quieta (e supposta) normalità tra iperboliche preoccupazioni.
Il carnage e, quindi, il divertimento de La riunione di condominio inizia a farsi pesante quando uno dei condomini riuniti per decidere sull’unico punto all’ordine del giorno rivela che presto affitterà il suo appartamento (libero da tempo e alquanto malmesso) al nuovo arrivato nella sua ditta, reduce da un programma di reinserimento sociale poiché affetto da una diagnosi di malattia mentale. Da qui ha inizio una nottata da incubo, nella quale ai convenevoli, gesti di rito, frasi di circostanza o lievi frecciatine passivo-aggressive si sostituiranno ben presto pensieri e verità urlate, vomitate in faccia, senza sconti o presunte fazioni.
Non c’è infatti (più) età, sesso, orientamento politico o di cuore, esperienze passate o presenti che tengano in quello che diventa effettivamente un tutti contro tutti. O, nella fattispecie, un Kammerspiel esemplare, animato da una scrittura fitta, travolgente, che incastra i personaggi in una rete di dialoghi serrati e incalzanti.
Certo, non mancano passaggi più costruiti, né un certo andamento talvolta rigido o programmatico, ma a sollevare il tutto ci pensano una regia energica e un montaggio vorticoso, sincopato, che donano vigore e agilità alla narrazione. Fondamentale, a questo proposito, il contributo di un cast impeccabile, con attori cuciti addosso al millimetro ai personaggi a cui devono prestare le fattezze; incarnazione perfetta di un campionario umano tristemente riconoscibile.

La riunione di condominio si sviluppa così alla stregua di un lungo, tortuoso confronto senza vie di fuga: un flusso continuo di battute che aprono costantemente nuovi snodi dialettici e tematici. Un crescendo ben costruito, che procede senza inciampi ma anche senza particolari sussulti, rivelazioni o colpi di scena capaci di scardinare e sottrarsi ai limiti della confezione. Una macchina narrativa precisa, quasi sempre divertente ma raramente davvero graffiante, più efficace nella sua meticolosa osservazione del reale che non nell’impatto dei propri discorsi.
Indubbia rimane nondimeno la forza di una rappresentazione che restituisce con impressionante nitidezza – quasi fosse palpabile – il peso insostenibile dell’esistere. O, ancor più precisamente, del co-abitare e convivere nel condominio (e manicomio a gradire) della contemporaneità.
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