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            10 Settembre 2025
            La recensione de Il Mostro, la nuova serie TV Netflix di Stefano Sollima ispirata ad una delle pagine più cupa della storia italiana.
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            IL MOSTRO è ancora tra noi

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Il Mostro
            USCITA ITA: 22 ottobre 2025
            IDEATA DA: Stefano Sollima
            REGIA: Stefano Sollima
            SCENEGGIATURA: Stefano Sollima, Leonardo Fasoli
            CON: Liliana Bottone, Giacomo Fadda, Valentino Mannias, Marco Bullitta, Francesca Olia Antonio Tintis
            GENERE: thriller, drammatico, storico, noir, giallo
            N. EPISODI: 4
            DURATA MEDIA: 50-60 min
            DISPONIBILE SU: Netflix

            VOTO: 8.5

            RECENSIONE:

            Il Mostro di Firenze come non è mai stato raccontato: attraverso gli sguardi, più che le armi, facendo emergere la violenza profonda di una cultura patriarcale che legittima il dominio e la sopraffazione. Stefano Sollima ricostruisce gli anni più sanguinosi attraverso il suo passato primigenio e germinale, restituendo l’orrore non come spettacolo, ma come riflesso di una società sospesa tra repressione e desiderio, tra ipocrisia morale e pulsioni inconfessabili.

            Lo sguardo che uccide. Per dirla con il titolo di un celebre horror degli anni ’60, ne Il Mostro – la serie Netflix firmata da Stefano Sollima (ACAB, Suburra, Soldado, Romanzo criminale, Gomorra) – non sono i colpi di pistola della mitologica Beretta calibro 22 con proiettili Winchester “H”, né i fendenti di un coltello da caccia a infliggere la ferita più profonda. A colpire davvero sono gli sguardi.

            Sguardi corrotti, predatori, che si muovono tanto nell’oscurità quanto alla chiara luce del sole con la stessa violenza del ferro. Sguardi che non si limitano a osservare, ma giudicano, condannano, annientano. Sguardi che trasformano i corpi femminili in bersagli, in oggetti da possedere o scartare. È qui che il voyeurismo si fa congenito. Più che un vizio marginale, una lente che plasma l’immaginario, i rapporti sociali, le gerarchie di potere. 

            L’Italia di quegli anni era un Paese ancora dominato da un patriarcato soffocante: la Chiesa dettava la morale sessuale, il matrimonio era visto come unico spazio legittimo del desiderio, la donna come custode della virtù o come peccatrice da punire. Non stupisce allora che le vittime fossero giovani coppie in cerca di intimità: il peccato carnale consumato fuori dalle mura domestiche, lontano dal controllo sociale, diventava facile bersaglio. Il moralismo cattolico, il maschilismo radicato, il fallocentrismo di un’Italia che predicava castità e praticava ipocrisia, hanno preparato il terreno su cui il Mostro di Firenze ha potuto prosperare. 

            Tanto che, ad un certo punto, in uno dei quattro episodi lungo cui si dipana questa (ideale prima stagione della) serie, si suggerisce l’idea che “questi sono omicidi contro le donne”. Perché se è vero che venivano colpite delle coppie, la brutalità era sempre rivolta soprattutto ai corpi femminili, violati, mutilati, cancellati. Un odio profondo, atavico, che appartiene non solo all’assassino ma ad un’intera cultura che troppo a lungo ha normalizzato la violenza maschile, rendendola visibilmente invisibile. Uomini che odiano le donne, per prendere a prestito un altro titolo.

            A tal proposito, in quegli anni, nelle campagne intorno a Firenze, accanto al Mostro, agivano anche i cosiddetti “guardoni”. Uomini che non cercavano amore né intimità, ma la possibilità di osservare senza essere visti, di esercitare un potere silenzioso. Il loro era un rituale collettivo, una sorta di messa in scena parallela in cui il desiderio veniva tradotto in dominio, controllo, sopraffazione.

            Il gesto del Mostro non si colloca dunque in un vuoto. Trova un contesto culturale che lo anticipa, lo prepara, lo legittima simbolicamente. Non erano assassini, quegli individui, eppure il loro sguardo era parte della stessa costellazione patologica: un voyeurismo sociale che esprimeva repressione, desiderio e violenza.

            La recensione de Il Mostro, la nuova serie TV Netflix di Stefano Sollima ispirata ad una delle pagine più cupa della storia italiana.

            È questa l’ottica che il regista capitolino - coadiuvato in sceneggiatura dal fido Leonardo Fasoli - adotta per ripercorrere (una parte di) una delle storie criminali più oscure e inquietanti d’Italia. Un caso già scandalisticamente adattato in due pruriginosi instant movie del 1986 (L'assassino è ancora tra noi di Camillo Teti e Il mostro di Firenze di Cesare Ferrario); e che ancora oggi, a decenni di distanza, continua ad essere ripassato; ad affascinare, terrorizzare, essere oggetto di studio e riflessioni. Una vicenda a dir poco labirintica, tra (sette) processi, centinaia di sospettati, depistaggi, teorie tra le più disparate. E ancora, una materia abissale, qui impugnata e osservata da una prospettiva ben precisa e definita. 

            La serie sceglie infatti di concentrarsi sul periodo più sanguinoso della “carriera” del Mostro (quello che va dal giugno 1982 al settembre 1985, dal delitto Mainardi-Migliorini all’invio della famigerata lettera col lembo di seno), ma lo fa seguendo una traiettoria narrativa atipica, periferica, attraverso un andirivieni temporale che investiga e sprofonda negli anni ‘50 e nel 1968. È in questi anni che si informa e consuma il delitto di Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, attribuito inizialmente al marito di lei, Stefano Mele, e poi connesso ai delitti tramite la stessa arma da fuoco. Quel legame spinse gli inquirenti a guardare verso un gruppo di uomini, i fratelli Vinci. Due clan di origine sarda tipicamente sollimiani. 

            Si tratta di quella che passerà alle cronache come la pista sarda, ripresa e rilanciata dalla procuratrice Silvia Della Monica, e che qui diventa di fatto l’ossatura del racconto. L’effetto di visione è quindi simile, per certi versi, allo sfogliare fascicoli. Ogni episodio è dedicato a un sospettato, ogni voce apre a nuove possibilità, ogni indizio rimette tutto in discussione. La struttura stessa rifiuta la chiarezza: il Mostro, alla fine, potrebbe davvero essere chiunque. Potremmo essere tutti noi.

            La recensione de Il Mostro, la nuova serie TV Netflix di Stefano Sollima ispirata ad una delle pagine più cupa della storia italiana.

            Allo stesso tempo, raccontare questo caso significa pure accettare un confronto diretto con l’orrore. “Qualsiasi parola e immagine - spiega lo stesso Sollima - rischia di ferire, di cadere nel macabro o, all’opposto, di smorzarne la portata. Ma l’orrore non si può né spettacolarizzare né attenuare: va attraversato. Raccontato con rigore, con rispetto, con onestà. Non per risolvere, non per capire del tutto, ma per ricordare. Per restare accanto alle vittime e dire: non siete stati dimenticati”.

            La scelta di attori poco noti o emergenti – tra cui spiccano Liliana Bottone, Marco Bullitta e Antonio Tintis – rafforza questa fedeltà emotiva, liberando il racconto da volti già ingombranti di significati e sovrastrutture. Allo stesso tempo, la ricostruzione, sorretta da un meticoloso lavoro sui rapporti e sui documenti originali, e una regia solida, dai chiari echi e rimaneggiamenti fincheriani e capace in alcuni momenti di autentica maestria (come nel re-enactment ossessivo del terzo episodio o nel long take che chiude la stagione), scongiurano la deriva del macabro. Non trasformano i delitti in un efferato spettacolo, ma ne restituiscono interamente la portata dolorosa e il peso tragico. Ma anche la sensazione di un tempo sospeso, forse scomparso. O forse solo trasformatosi e ancora in agguato. 

            Così, al di là della cronaca nera, il caso del Mostro si rivela per quello che è: un riflesso perverso, disturbante dell’Italia del secondo dopoguerra e del boom economico. Cioè di un paese spaccato tra due visioni inconciliabili: da un lato una patriarcale, predatoria, che difende con violenza il controllo sui corpi e sul desiderio; dall’altro una nuova, progressista, che cerca emancipazione, libertà, spazi di autonomia. Uno scontro bestiale, in e per cui la provincia toscana diventa teatro di una frattura e ferita culturale e sociale mai rimarginatasi.

            Allora, più che l’identità anagrafica del colpevole – il classico whodunit – ciò che conta è ricordarsi (come fa l’un tempo piccolo Natalino Mele, unico superstite a questa folle mattanza). E chiedersi quale parte di quel male sopravviva ancora oggi. Non fuori, ma dentro di noi: nella cultura che ci plasma, negli sguardi che lanciamo e subiamo. Perché il Mostro non è soltanto una figura del passato. È lo specchio che ci obbliga a guardare l’oscurità che ancora ci abita.

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