
FESTIVAL DI VENEZIA 82
UN FILM FATTO PER BENE, il catartico "filmicidio" di Franco Maresco
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Un film fatto per Bene
USCITA ITA: 5 settembre 2025
REGIA: Franco Maresco
SCENEGGIATURA: Franco Maresco, Claudia Uzzo, Umberto Cantone, Francesco Guttuso
CON: Franco Maresco, Umberto Cantone, Bernardo Greco, Francesco Conticelli, Marco Alessi, Francesco Puma, Antonio Rezza
GENERE: commedia, drammatico, biografico, documentario
DURATA: 100 min
VOTO: 9
RECENSIONE:
Grottesco, satirico, disperato: con Un film fatto per Bene Franco Maresco torna a farsi fantasma e detonatore del cinema italiano, in bilico tra omaggio e sabotaggio, tra Carmelo Bene e sé stesso.
Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino, diceva sempre la “signorina Filomena”, maestra elementare, ad un piccolo bambino di Palermo di nome Franco Maresco. Chiunque compia (ripetutamente) un'azione che vuol tenere nascosta, alla fine rischia di subirne le conseguenze.
È quel che è successo a quel giovane, ormai cresciuto e diventato voce irripetibile e inconfondibile di un modo grottesco, satirico, tagliente di fare arte e vita, e che, fin dalla seconda metà degli anni ‘80 (con la trasmissione di culto Cinico TV, in coppia con l’ex sodale Daniele Ciprì), ha saputo esplorare l’assurdo, il degrado sociale e le dinamiche della Sicilia e dell’Italia intera con sguardo corrosivo ma profondamente riflessivo. Una figura spesso profetica, dinamitarda, a volte elusiva e refrattaria alle regole del sistema, altre volte proprio insopportabile, ma riuscita (volente o nolente) a mantenersi coerente nel tempo col proprio spirito e le proprie idee, a dispetto delle trasformazioni e dei cambiamenti intorno a lui.
Ciò nondimeno, nell’approcciarsi alla regia di un film cosiddetto “definitivo” che funga da omaggio a Carmelo Bene - una personalità a lui molto affine -, il nostro si è “accorto che ogni mio film non è stato altro che una trappola in cui mi andavo a infilare con impietoso autolesionismo”. Stavolta, però, per la prima volta, potrebbe non “uscirci bene”. Diciamo, tutto d’un pezzo. Ma ormai è tardi per pentirsi.
“Dove lo trovo Franco Maresco?”. (S)fugge, scompare, il più delle volte neanche c’è Maresco in Un film fatto per Bene, l’opera che - con piglio (auto)riflessivo e, per l’appunto, (auto)distruttivo - vuole o deve (così è, se vi pare) ripercorrere la caotica e turbolenta lavorazione di quell’atipico ritratto del maggiore genio del teatro italiano del Novecento. Idee confuse, sequenze incomplete, decine e decine di ciak a vuoto, sprechi di pellicola, ritardi sul piano di produzione, attori e tecnici stremati, incidenti… Fino a quando, esasperato, il produttore (e fondatore della Lucky Red, che questo film dovrebbe distribuirlo e, in qualche modo, lo farà) Andrea Occhipinti non decide di staccare la spina, mandare tutti a casa e cancellare del tutto il progetto. Dal canto suo, il regista di Belluscone e La mafia non è più quella di una volta parla di boicottaggio e mancanza di rispetto, accusando la produzione di “filmicidio”, per poi andarsene.
È dunque compito dell’amico e co-sceneggiatore Umberto Cantone ricucire lo strappo e tentare di capirci qualcosa, chiamando a testimoni tutti coloro che hanno partecipato all’impresa. Prende così il via un’indagine tramutata in occasione per ripercorrere la personalità e le idee dell’autore più apocalittico e nero del cinema italiano. E se intanto, lontano da tutto e da tutti, proprio quest’ultimo stesse ultimando il suo film, diventato “il solo modo per dare forma alla rabbia e all’orrore che provo per questo mondo di merda”?
Va da sé, il confine tra ciò che è reale e quello che invece possiamo definire realmente fasullo, architettato è labile, si vede e non si vede. A rimanere e sopravvivere alla e nell’operazione è però l’intelligenza, l’acume e l’originalità di questo uomo e artista, davvero impossibile da ridurre ad una manciata di aggettivi. Il quale, forse vittima di un disturbo ossessivo-compulsivo, della sua tendenza ad una cupezza radicale, ad un misantropia prettamente beniana, ad un nichilismo suicidario, o colto dal richiamo della vendetta, o forse ancora - più semplicemente - prendendoci tutti in giro, denuncia i propri limiti. I limiti di un cinema “non più possibile”. Un cinema che tenta di (ri)superare la realtà (dei fatti) - una realtà brutale che però vince sempre sulla finzione - e che egli sfrutta, in quanto tale, al fine di insieme condurne una sentita e agrodolce elegia (narrativamente giustificata), e compiere un atto di disinfezione e disinfestazione nei confronti del presente.
Il risultato è un vero e proprio ufo. Un “marziano”. Un film-emanazione (diretta) del suo autore, che sorvola la sua Palermo (del cuore, dell’anima, dell’arte, della rabbia) e le proprie immagini (fatte e da farsi), prima di piombare a capofitto, precipitando come un meteorite, sul cinema italiano, su un’industria macellaia dalle regole e ipocrisie ridicolmente feroci, simbolo vivente (ahilui e ahinoi) del “nulla in cui siamo sprofondati”. Di una società culturale in mano a mediocri riscattati dalla tecnologia, dove tutti possono essere registi e autori. D’altronde, “un film non si nega a nessuno di questi tempi”. Al contempo però questo micro-mondo si fa scoperto riflesso di un paese naufragato (appunto) tra spietatezza e risate, di un secolo di completa anarchia filosofica, e di questo “atomo opaco del male” sul quale navighiamo nell’universo.
È Un film fatto per bene per non andare (più) da nessuna parte, poiché non c’è altrove in cui andare. Anzi, “so quando inizio, ma non devo sapere quando si finisce”. “Niente rimane, niente conta, niente ha alcun senso” e bisogna solo arrendersi alla consapevolezza nauseabonda che non ha più senso continuare a fare cinema, che la bellezza non può salvarci. E poi, è Un film fatto per Bene, secondo cui non esiste cosa peggiore che “crepare senza capire quanto gli uomini sono fottuti”, e “il cinema è morto prima ancora di nascere”, nel senso che è ormai ridotto ad “una controfigura di sé stesso”.
“I dadi sono gettati” e Maresco a sua volta si getta - come il personaggio e l’icona che è, dai capelli in giù - in questa sua personalissima rivisitazione di 8½, sospesa tra Louis-Ferdinand Céline e John Ford, i fratelli Marx e Pier Paolo Pasolini. In un escrementizio Adieu (o “calcio in culo”) au langage col quale, alla fine (seppur invano) sembra ricercare una leggerezza che oggi probabilmente sta solo - tradendo Socrate - nel “non sapere di non sapere”. Cioè in un’idiozia asinesca, portatrice di una grazia divina. Un po’ come continuare ad invocare qualcosa che non verrà. O giocare agli scacchi con la Morte (bergmaniana) senza saperci di fatto giocare.
Un film, questo, che nel suo essere tutto fuorché su(!) Carmelo Bene è a tutti gli effetti un film di(!) - o come lo avrebbe fatto - Carmelo Bene. E certo, anche e soprattutto di Franco Maresco: primo e ultimo distruttore del cinema italiano. Che torna con l'opera che cerca da una vita. Una visione sì tautologica, ma catarticamente necessaria, da amare o detestare senza mezze misure. Il pareggio, del resto, non serve a nessuno.
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