
FESTIVAL DI VENEZIA 82
SILENT FRIEND, il mistero della coesistenza
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Silent Friend
REGIA: Ildikó Enyedi
SCENEGGIATURA: Ildikó Enyedi
CON: Tony Leung Chiu-wai, Luna Wedler, Enzo Brumm, Sylvester Groth, Martin Wuttke, Johannes Hegemann, Rainer Bock, Léa Seydoux
GENERE: drammatico
DURATA: 145 min
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
Un ginkgo biloba, un fossile vivente, simbolo di resilienza e speranza, è il vero protagonista di Silent Friend di Ildikó Enyedi. Tra botanica, poesia e filosofia, l’albero millenario diventa specchio dell’umanità, osservando tre storie ambientate all’università e nel giardino botanico di Marburg in tre epoche diverse. Un viaggio sensoriale e riflessivo che esplora la coesistenza tra uomo, natura e tempo, mostrando la fragilità e la curiosità di chi prova a entrare in contatto con l’altro.
Ginkgo Biloba, o Ginkgoales Gorozh. Pianta gimnosperma, unica specie ancora sopravvissuta della famiglia Ginkgoaceae, dell'intero ordine Ginkgoales Engler e della divisione delle Ginkgophyta. Un vero e proprio fossile vivente. Esiste, infatti, da 250 milioni di anni e può vivere fino a 1000 anni grazie alle sue straordinarie capacità di adattamento. Il botanico Carl Linneo, nel 1753, scelse il termine "Ginkgo" a partire dal giapponese gin-kyō, che significa "frutto d'argento" o "albicocca d'argento", per via di semi che assomigliano ad albicocche. “Biloba” deriva invece dal latino bis ("due") e lobus ("lobo"), riferendosi alla forma delle foglie dell'albero, che sono divise in due lobi distinti e hanno un aspetto simile a un ventaglio. In Asia viene chiamato anche “albero della vita” o “albero delle nonne”, per la sua longevità. Goethe gli dedicò una poesia, dopo averne regalato una foglia all’amata Marianne von Willemer. È generalmente considerato simbolo di resilienza e speranza, e la sua immagine è spesso usata in arte, filosofia e cultura come emblema di continuità tra passato e futuro.
Il (o un) Ginkgo Biloba è però, anche e soprattutto, il vero e grande protagonista di Silent Friend, settimo lungometraggio - in concorso all’82ª Mostra del Cinema di Venezia - della ungherese Ildikó Enyedi che qui riafferma la propria, atipica e personalissima sensibilità poetica, raccontando tre storie che - proprio a partire da un albero di ginkgo biloba - percorrono lo stesso spazio, cioè l’università tedesca di Marburg (e giardino botanico antistante) in tre tempi diversi.
Quasi fosse in dialogo con certi esperimenti narrativi e filosofici delle Wachowski, il film costruisce un trittico di esperienze autonome eppure segretamente connesse. Nel 2020 precedente e della pandemia da Covid-19, un neuroscienziato di origini hongkonghesi (un ritrovato Tony Leung), confinato nel campus per ovvie ragioni, si interessa alla natura arborea e decide di dedicare ogni attimo di giornate altrimenti solitarie ai fini di un esperimento insolito (che si converte in una quasi ossessione, finendo pure per irritare un altro forzato coinquilino), provando a connettere la mente umana con la pianta secolare. Nel 1972, invece, un giovane ragazzo acconsente a prendersi cura della ricerca della ragazza da cui è - svampitamente e talora ridicolmente - attratto, sviluppando però col soggetto di questa un legame, forse, ancor più significativo e profondo. Infine, nel 1908, la prima donna ammessa all’università scopre attraverso la fotografia i disegni segreti della vita nelle forme vegetali, vedendosi in un certo senso per la prima volta.
“Silent Friend - spiega Enyedi - è un film realizzato da esseri umani per altri esseri umani: gli spettatori”. In esso c’è l’umile riconoscimento dei nostri limiti percettivi, “del fatto che ciò che vediamo e udiamo non esaurisce il mondo ma ne restituisce soltanto una porzione, filtrata dalla nostra condizione". Il cinema, con immagini e sonoro, si fa allora dispositivo e testimonianza non soltanto di un’alterità possibile, ma di un incontro con ciò che sta al di là della nostra regolare e umana percezione. Da qui anche la scelta di adottare uno stile di regia e un registro fotografico differente sulla base del periodo storico e della storia affrontati: una sontuosa pellicola 35mm per il 1908, un granuloso e brillante 16mm per il 1972 e un digitale freddo e asettico (da riempire perciò con qualcosa di invisibile) per il 2020.
Cosa significhi davvero essere un albero non lo sapremo mai. E proprio per questo Enyedi evita ogni scorciatoia antropomorfica: non mostra l’albero “come se” fosse umano, ma gli uomini e le donne che - fragili e curiosi - provano a stabilire un contatto, a riconoscere l’“altro”. Con un rovesciamento sottile ma radicale, siamo noi gli estranei agli occhi del ginkgo. Noi, il mistero da interpretare. Noi, la presenza enigmatica che sfiora il suo spazio vitale.
In questo senso il film diventa, tra le altre cose, anche un viaggio attraverso l’orto botanico di Marburg e la sua università: un luogo che per oltre un secolo è stato non solo scenario, ma simbolo della universitas, della libera e illimitata curiosità umana, della scienza come ricerca di senso. Ed è proprio questa la dimensione che Enyedi vuole rievocare. In tempi in cui la scienza viene spesso messa in discussione e persino attaccata, Silent Friend ne restituisce una bellezza ingenua e temeraria, la forza visionaria che ci spinge a indagare, a tentare l’impossibile, a non accontentarci di risposte facili. Che è poi una delle urgenze del mezzo cinematografico: una magia, un’arte inventata, plasmata, spiegata dagli strumenti tecnologici e dai progressi tecnici dell’uomo. O ancora, qualcosa di meraviglioso mostrato, sfiorato, penetrato, capito da qualcosa di scientifico e meccanico.
Così, dietro le tre storie e i loro personaggi, emerge una domanda più ampia e universale: “come possiamo scendere dalla spaventosa posizione che ci siamo autoattribuiti in cima alla piramide del vivente e imparare, finalmente, a riconoscerci come parte di un tutto?” La pellicola non offre soluzioni in tal senso, ma spinge a immaginare “un mondo più giusto, più accogliente, in cui la nostra presenza non sia dominio ma coesistenza".
È in altre parole un gioco dagli esiti talora esilaranti, Silent Friend. Uno in cui non tutte le linee narrative girano come dovrebbero, e che sfida pertanto la resistenza, la perseveranza e la stessa curiosità dello spettatore, il suo interesse nel conoscere dove si andrà a parare (tanto che la sorpresa sostiene praticamente metà della riuscita). Ad ogni modo, è innegabile che ci troviamo di fronte al sinonimo vivente di “film festivaliero”, con tutte le sue ambizioni, le sue asperità e un andamento tutto suo. Tuttavia, a differenza di molti esemplari simili, riesce a trovare una qualche forma di incanto ipnotico. Un battito interiore che, lentamente, cattura e avvolge chi guarda, trascinandolo in un’esperienza sensoriale e riflessiva inedita che ridefinisce, con audacia mista a discrezione, una sorta di permeabilità enciclopedica del mezzo. Plantomaniac. O – cronenberghianamente parlando – una “nuova carne” verde speranza contro l’eco-ansia.
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