
FESTIVAL DI VENEZIA 82
IL SOLE SORGE SU NOI TUTTI è il peggior tipo di film da festival
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Ri gua zhong tian
REGIA: Cai Shangjun
SCENEGGIATURA: Cai Shangjun
CON: Xin Zhilei, Zhang Songwen, Feng Shaofeng
GENERE: drammatico, sentimentale
DURATA: 131 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Un film che prende le mosse dal triangolo di affetti e rimpianti di Past Lives, per poi farsi antitesi radicale: un viaggio cupo e soffocante tra memorie irrisolte e segreti taciuti, fino a un epilogo che mette a nudo l’impossibilità di salvezza e la disumanità di una società incapace di compassione.
Durante la prima ora (delle due e dieci complessive) di The Sun Rises On Us All si ha la netta impressione che il regista Cai Shangjun abbia amato così tanto Past Lives di Celine Song da volerlo rielaborare in una chiave tutta sua. La storia si apre infatti su un triangolo di affetti — e forse di amori — in cui il passato torna a bussare con forza, reclamando un conto mai saldato, mentre il presente appare fragile, incapace di offrire certezze o speranze concrete.
Protagonista è Meiyun, giovane donna che gestisce da sola un piccolo negozio di fast fashion e - già segnata da un aborto - affronta una seconda gravidanza di cui l’uomo che frequenta non sa (e magari non saprà) nulla. Pur con qualche imperfezione, la sua esistenza scorre lungo i binari di una normalità rassicurante, ordinaria, prevedibile, protetta da una quiete soltanto apparente. Tutto cambia però quando, per puro caso, ricompare Baoshu, ex compagno e figura mai del tutto rimossa dalla memoria e dal cuore. La sua presenza basta a riaprire ferite mai cicatrizzate e a riaccendere domande rimaste inevase, costringendo Meiyun a confrontarsi con ciò che avrebbe potuto essere e con ciò che, inevitabilmente, non è stato.
È in questo cortocircuito emotivo che il film trova il proprio respiro ideale: sospeso tra rimpianto e rassegnazione, tra desiderio e paura, tra la tentazione di un altrove e il peso insopprimibile della realtà. Un segreto doloroso li lega in modo indissolubile: quando erano insieme, fu Baoshu a sacrificarsi nel nome del proprio sentimento, assumendosi la colpa di un incidente stradale di cui lei era in verità la sola responsabile. Ora, tra chi cerca la redenzione e chi anela alla liberazione, i due vagano senza meta fino a stringersi in un ultimo, struggente abbraccio.
Il triangolo iniziale si dissolve così in una linea retta che intreccia le traiettorie personali di Meiyun e Baoshu. Un percorso tortuoso e costellato di ombre che li conduce verso un finale al tempo stesso inevitabile e sorprendente. Uno su cui il regista scommette tutta la riuscita di The Sun Rises On Us All, del quale nondimeno costituisce anche e soprattutto la più vistosa rivelazione d’essenza. Quella di una pellicola che, di Past Lives e della sua cifra stilistica, è semmai la perversione, l’antitesi cupa, sporca, irrespirabile, problematica, persino sanguinosa. Sono questi gli aggettivi che vengono alla mente nel descrivere l’approccio alla sceneggiatura (co-scritta con Han Nianjin) e alla regia di Shangjun, per cui questa è “una storia che parla di valori morali”. Il tentativo di denuncia - come dimostra l’ultimissima inquadratura - di una società, quella cinese, abbastanza individualista, disumana, ostile, che vede, scruta, giudica approssimativamente, senza osservare con un minimo di sensibilità e compassione quel che avviene in sua prossimità - fisica o virtuale.
Ma l’approfondimento di questo tema (come di tanti altri potenziali) pare non interessare davvero al cineasta, che invece concentra ogni suo sforzo su un tragico melò di debiti e transazioni di vario genere. Sul racconto di un’intimità talora sgradevole e oscena, e di un disagio sentimentale ed esistenziale già percettibile, riflesso in minimi ma raffinati dettagli, in piccole (grandi) cose quali l’allestimento e la caratterizzazione dei luoghi in cui vivono e si muovono i nostri protagonisti (dalla casa di lei ad una Pechino afosa e sovraffollata), nel cambio di toni (perlopiù cupi quando ancora c’è una speranza, e luminosissimi laddove tutto è svelato e irreparabile) della fotografia di Kim Hyunseok, finanche in un’etichetta che rimane attaccata ad una giacca nel segmento conclusivo.
Lo stesso, The Sun Rises On Us All sceglie di calcare la mano, di appigliarsi dappertutto per estorcere un pathos totalizzante, amplificando e accumulando dramma in maniera forzata, senza concedere alcuna tregua. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni esitazione, ogni sequenza viene caricata di una gravità che finisce per soffocare tanto i personaggi quanto lo spettatore, quasi a volerlo trascinare nel medesimo vortice da cui Meiyun e Baoshu non riescono a liberarsi.
È una strategia rischiosa, che il più delle volte sfocia nell’eccesso fino a lambire una vera e propria pornografia del dolore. Una scelta che anticipa quel finale in cui i fattori di shock non solo si moltiplicano, ma finiscono per schiacciare ogni altra possibilità espressiva, mettendo un punto ad un calvario estenuante e del tutto ingiustificato. Ad uno stillicidio artificioso non soltanto per ciò che mostra o rappresenta, ma soprattutto per ciò che, al contrario, sceglie disonestamente di occultare. Di seppellire sotto gli strepiti del peggior tipo di “film da festival”.
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