
FESTIVAL DI VENEZIA 82
SCARLET, Hosoda intreccia una fiaba senza incanto
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Hateshinaki Scarlet
USCITA ITA: 2026
REGIA: Mamoru Hosoda
SCENEGGIATURA: Mamoru Hosoda
CON LE VOCI DI: Mana Ashida, Masaki Okada, Kōji Yakusho
GENERE: animazione, drammatico, guerra, fantastico, sentimentale, storico
DURATA: 111 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Dopo quattro anni di lavorazione, Hosoda consegna con Scarlet un’opera che tenta di fondere Oriente e Occidente, tradizione e innovazione, animazione classica e digitale. Ne nasce un film grandioso e irregolare, dove l’incanto della fiaba convive con la fatica di rinnovarla.
L’inferno è un luogo in cui vita e morte coesistono, e con esse il passato e il futuro. Ma è anche lo spazio in cui l’amore (re)siste, insieme a tutto ciò che un tempo era umano, terrestre, nostro. E dunque vi persistono anche l’odio, l’inganno, il desiderio di dominio, i crimini, le guerre. Non un regno di fiamme, bensì una distesa di rocciosa desolazione, al cui orizzonte si erge un mondo che, una volta scalato, promette a chi è degno l’accesso a una paradisiaca Eternità. Un approdo che, più che una ricompensa, somiglia a un’illusione collettiva. O forse si rivela quale forma più alta di una (auto)consapevolezza, di cui il tempo — e chi lo abita — sembrano avere spasmodico bisogno.
È questa l’idea (forte e coerente) che anima l’ottavo, atteso lungometraggio di Mamoru Hosoda, tra i nomi più autorevoli dell’animazione giapponese contemporanea. Scarlet, in tal senso, è forse il suo progetto più ambizioso, maturato in oltre quattro anni. Il racconto della principessa di un regno fittizio in un Medioevo del tutto inventato, esperta combattente e spadaccina; e della sua ricerca di vendetta in questo mondo altro, ai danni dello zio, reo di aver cospirato e assassinato il padre di lei per sottrargli la moglie, il trono e il potere. Qui, in questo aldilà meglio noto come la “Terra dei Morti”, stringe alleanza con un infermiere della nostra epoca. Un uomo che le mostrerà la possibilità di un futuro libero da rabbia e violenza. Un domani reale: è sufficiente - per usare un eufemismo - che questa spezzi una volta per tutte la catena dell’odio e trovi un senso alla propria vita al di là dei propri rancori.
Un incontro diretto tra linguaggio orientale e suggestioni occidentali, Hosoda non lo ha mai messo in scena come in Scarlet. Un dialogo che non si limita a evocazioni fugaci ma permea la struttura stessa del film, che alterna archetipi e dinamiche fiabesche prettamente europei — inclusi le tragedie shakespeariane e le parabole dei fratelli Grimm — mentre riprende (come già in Belle) una matrice disneyana. Non solo, il regista osa spingersi oltre, accostando suggestioni più eccentriche e imponenti, come le atmosfere desertiche e sacrali di Dune e la potenza mitopoietica del mondo tolkieniano. Tanto che, a più riprese, sembra di intravedere l’eco (del tutto involontaria) de La guerra dei Rohirrim, ultimo inserto animato della saga dell’Anello.
Questa fitta trama di riferimenti si riverbera sul piano estetico. Pur restandole fedele, il regista intreccia la tecnica 2D (sorretta da sfondi pittorici di grande cura) con una componente digitale, in computer grafica, che tuttavia risulta meno convincente. Al pari di altre produzioni nipponiche recenti (il riferimento a Earwig e la strega vien da sé), anche qui infatti l’ibridazione non raggiunge mai una vera coesione, generando squilibri che spezzano l’armonia complessiva. È una geografia visiva affascinante nelle intenzioni, ma spesso discontinua, come se l’ambizione venisse prima e superasse la piena padronanza tecnica.
Eppure, nonostante questa sua natura derivativa e incostante - alla quale si somma una scrittura a tratti pedante, didascalica e ridondante -, Scarlet riesce comunque a sprigionare momenti di autentica potenza immaginifica. Su tutti, l’apparizione del dragone forgiato da residui guerreschi, icona che incarna insieme devastazione e speranza, rovina e rinascita. In un’unica immagine, concentra in pratica il nucleo del film: la fiaba come strumento di resistenza, come energia vitale che tenta di illuminare un presente segnato da conflitti che si moltiplicano su scala globale e locale, dall’odio che corrode le relazioni sociali e politiche, da disparità economiche e culturali sempre più profonde, e da una crescente sfiducia nel prossimo, che mina la possibilità stessa di comunità, solidarietà e futuro.
Hosoda conferma, in tal senso, la sua capacità di intessere mondi, di fondere immaginari distanti, mentre sottolinea ancora una volta l’universalità intrinseca e la forza eterna del racconto fiabesco e primigenio. Ma sopravvive, in e a tutto questo, un retrogusto amaro: quella che un tempo era la sua “magia” più riconoscibile — l’intuizione poetica, la grazia narrativa, la capacità di far vibrare emozioni nuove dentro schemi antichi — sembra affievolita (e sacrificata sull’altare di sequenze molto poco ispirate e troppo affettate). È come se avesse intrecciato una storia senza incanto: fiero scrigno del cuore della tradizione, ma affaticata nel (rianimarlo e) farlo battere veramente.
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