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            4 Settembre 2025
            La recensione di In the Hand of Dante, il nuovo film con Oscar Isaac e Jason Momoa
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            FESTIVAL DI VENEZIA 82

            IN THE HAND OF DANTE, inferno d'autore

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: In the Hand of Dante
            USCITA ITA: 2025
            REGIA: Julian Schnabel
            SCENEGGIATURA: Julian Schnabel, Louise Kugelberg
            CON: Oscar Isaac, Gal Gadot, Gerard Butler, Al Pacino, John Malkovich, Martin Scorsese, Jason Momoa, Louis Cancelmi, Franco Nero, Sabrina Impacciatore, Benjamin Clementine
            GENERE: drammatico, giallo, thriller
            DURATA: 153 min

            VOTO: 3

            RECENSIONE:

            Tra il bianco e nero e il colore, dal XIV secolo al XXI, il nuovo film di Julian Schnabel cerca il Paradiso ma resta bloccato in un Inferno di presunzione, autocompiacimento e un’interpretazione del capolavoro dantesco destinata al caos e all’involontariamente comico.

            Che In the Hand of Dante - il nuovo film del regista e pittore Julian Schnabel che vede la luce quasi sette anni dopo Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità (quello che è, ad oggi, il suo maggior successo) - abbia avuto numerosi problemi produttivi è impresso in maniera inconfutabile nei 153 minuti lungo cui si dipana questo omaggio al Sommo Poeta Dante Alighieri, e al suo capolavoro, La Divina Commedia, sotto forma di riflessione su ciò che è stato ed è tutt’oggi il retaggio della sua opera. 

            Il progetto, nella fattispecie, ha avuto una gestazione lunghissima e travagliata. I diritti per il romanzo (omonimo di Nick Tosches) da cui è tratto furono infatti acquistati da Johnny Depp già nel 2008, ma non se ne fece nulla per anni, concretizzandosi solo di recente, nel 2023, proprio col subentro alla regia di Julian Schnabel alla regia. Nondimeno, poco tempo dopo l’inizio delle riprese, sono sorte ben altre difficoltà, fra cui i ritardi legati allo sciopero di attori e sceneggiatori a Hollywood, e alcune difficoltà burocratiche in Italia, con set a rischio di blocco per autorizzazioni arrivate in ritardo. Come non bastasse, una volta completato il girato, si è aperto un duro scontro tra regista e produttori: il primo aveva consegnato la versione giunta e presentata fuori concorso all’82ª edizione del Festival di Venezia con parti in bianco e nero, mentre la produzione chiedeva un qualcosa di più breve, nonché interamente a colori. Sono serviti mesi e mesi di discussioni prima che Schnabel ottenesse il final cut. Ma i problemi non sono finiti, perché proprio alla vigilia della première veneziana, una copia dello screener è trapelata in rete, probabilmente per un errore di configurazione del laboratorio di post-produzione, e il film ha fatto subito capolino sulle piattaforme pirata. Un incidente, questo, che ha gettato ombre sulla sua distribuzione e ha preoccupato anche la direzione della Mostra. 

            Ad ogni modo, è inevitabile accennare a quello che, con un certo sarcasmo, potremmo definire il “girone dantesco” affrontato da In the Hand of Dante. Complicazioni, contrattempi e dissidi che hanno finito per appesantire un progetto e un soggetto senz’altro affascinanti, ma tutt’altro che semplici da tradurre in forma filmica. Sia nel testo originale che nella sceneggiatura firmata dallo stesso Schnabel insieme a Louise Kugelberg, spazio e tempo si intrecciano in un arco di sette secoli, dove destini paralleli si specchiano e collidono. L’autore Nick Tosches, dopo la morte improvvisa della figlia e il richiamo forzato dall’esilio da parte di un boss mafioso, viene coinvolto in una violenta impresa per recuperare e autenticare un misterioso manoscritto che si dice essere la Divina Commedia vergata di proprio pugno dall’Alighieri. Al suo fianco, un assassino imprevedibile di nome Louie, che lo trascina in un viaggio oscuro e sanguinoso tra furti, ossessioni e rivelazioni. Si intrecciano così le vicende di Nick e di Dante in un’unica ricerca assoluta: quella dell’amore, della bellezza e del divino. 

            Partendo dall’Italia (a colori e formato 4:3) del 1300, passando per la Newark degli anni ‘60 (in bianco e nero e formato panoramico), fino ad arrivare alla New York del 2001 (idem), qualche mese prima delle caduta delle Torri Gemelle, In the Hand of Dante si direbbe una follia lucida. Una rilettura in prosa (e ai giorni nostri) della Divina Commedia. Dunque, un’eresia iconoclasta in cerca di una propria elevazione, ma anche una Wunderkammer che riecheggia Cloud Atlas delle Wachowski, a spasso tra atmosfere e generi (dramma storico, noir metropolitano, heist movie, fantasy) e ricco di intuizioni e poesia. Al contempo, vuole darsi come ostinata e acre critica nei riguardi di un cosiddetto “artistico meretricio”, contro la mercificazione dell’arte, il “cuore plasticoso e artificioso del mercato che è ormai diventato questo mondo”, e la quotazione di qualcosa che dovrebbe essere inestimabile. E invece, a gran sorpresa(?), è solo follia. Abbastanza farneticante e senile, per giunta.

            Fosse stato girato come una commedia demenziale della Troma – alla Tromeo and Juliet, per intenderci – In the Hand of Dante avrebbe potuto essere un instant cult, una di quelle perle sgangherate e consapevolmente kitsch che si trasforma, quasi per miracolo, in oggetto di venerazione cinefila. Così com’è, invece, resta intrappolato in un profluvio di trash, pacchianerie e momenti involontariamente comici. Incastrato nelle rime e nelle metriche di un’idea pretestuosa e autocompiaciuta di “film sofisticato” e tout court. Assolutamente incapace nel gestire il peso delle proprie ambizioni.

            Che poi, per i primi venti minuti, si potrebbe pure intravedere un minimo di direzione: un senso, un intrigo, un qualche accenno di tensione narrativa. Poi, invece, dal momento in cui il manoscritto viene recuperato, la sceneggiatura lascia andare del tutto le briglie, l’intreccio si affloscia e il racconto vaga senza meta, girando su sé stesso e vaneggiando fino a dilatarsi in quelle (estenuanti) due ore e trenta che Schnabel ha difeso come “atto d’autore” e che invece finiscono per sembrare un puro e semplice accanimento volto a punire lo spettatore.

             La mano di Louise Kugelberg, coautrice della sceneggiatura e responsabile del montaggio, pesa sull’andamento della pellicola come un macigno: tutto resta affidato ad una parata di star, le cui interpretazioni tradiscono lo stesso smarrimento dell’opera che abitano. E quindi: un Oscar Isaac sgargiante, una Gal Gadot francamente insopportabile, un Gerard Butler sregolato e istrionico che ruba la scena ogni volta che compare, un Al Pacino “accomodato”, un John Malkovich robotico, un Martin Scorsese a dir poco esilarante, un Jason Momoa improbabile figlio di mafia (“sta minchia!”), un Franco Nero impagliato, e una Sabrina Impacciatore mai rientrata dal White Lotus. 

            Non c’è coerenza di tono, non c’è coesione stilistica, solo un continuo andirivieni tra l’enfasi seriosa e il ridicolo involontario. E il paradosso vien da sé: un film che avrebbe dovuto incarnare l’ossessione per la verità ultima della parola dantesca si riduce ad un esercizio superficiale, più innamorato del mito di Dante che del suo pensiero. O ancora, al peggior stereotipo di un cinema autoproclamatosi “artistico”, che pretende riverenza senza guadagnarsi alcun rispetto. Alla lunga, l’esperienza diventa un vero supplizio: errori grammaticali, un italiano stentato e spesso improvvisato dagli attori, scavalcamenti di campo, sequenze montate con la casualità di un collage e uno showdown finale ridotto ad un cumulo di assurdità. 

            No, non diremo “lasciate ogni speranza voi che entrate”. Ma possiamo affermare senza esitazioni che In the Hand of Dante è un gigantesco, costosissimo fraintendimento. Una caricatura imbellettata che non scava negli inferi dell’animo umano ma inciampa grottescamente negli abissi dell’egotismo autoriale. Uno spreco colossale anche di splendidi costumi (di Mariano Tufano) e scenografie, relegate a cornice decorativa di un racconto incapace di valorizzarli. Un film che si illude di ascendere al Paradiso e invece resta bloccato a salire le scale di un Purgatorio personale, oscillando goffamente tra presunzione e dilettantismo. Un’avventura apocrifa e sotto acidi di Robert Langdon. E (forse) la cosa peggiore capitata al Sommo Poeta dopo la morte di Beatrice. Che, se avesse potuto vederlo, avrebbe forse aggiunto un girone in più: quello riservato ai registi convinti che la propria hybris possa bastare e farsi arte.

             

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