
FESTIVAL DI VENEZIA 82
Non basta il tema a fare di GIRL un (vero) film
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Nühai
USCITA ITA: 4 settembre 2025
REGIA: Shu Qi
SCENEGGIATURA: Shu Qi
CON: Roy Chiu, 9m88, Bai Xiao-Ying
GENERE: drammatico
DURATA: 125 min
VOTO: 5-
RECENSIONE:
L’attrice e modella Shu Qi approda per la prima volta in concorso al Festival di Venezia con quello che è, a tutti gli effetti, il suo esordio dietro la macchina da presa. Una storia che prende le mosse da una dolorosa esperienza personale, ma che non trova mai il modo di trasformarsi in vero cinema, arenandosi sulla convinzione che basti un tema importante per essere rilevante.
L’ombra di una mano che avanza, si ingigantisce e infine si abbatte con violenza su uno sguardo, cercando, tastando, catturando chiunque si trovi oltre un fragile velo sintetico. È questa l’immagine più potente – e al tempo stesso più onirica – di Girl, l’esordio alla regia dell’attrice e modella taiwanese Shu Qi, già celebre per Millennium Mambo, La tigre e il dragone e The Transporter. Un’immagine seguita, quasi a stemperarne la crudezza, da un’allegoria (viceversa) più prevedibile: un ragno che intrappola nella sua tela un piccolo insetto indifeso.
Ma è proprio in questo contrasto che si concentra la sostanza della pellicola, la quale prende le mosse da un’esperienza personale e dolorosa - già rievocata dalla regista nel documentario My Legacy -, proponendosi come denuncia delle condizioni di tante donne cinesi, intese alla stregua di un’illimitata catena di vessazioni. Di una ragnatela maschile e maschilista in cui esse, generazione dopo generazione, rimangono invischiate, impigliate, vittime di un veleno che si trasmette di madre in figlia.
La protagonista è Hsiao-lee, adolescente introversa che cresce nella Taiwan di fine anni Ottanta, in una famiglia segnata dalla violenza paterna e dalla rassegnazione femminile. Un contesto cupo e senza gioia, in e rispetto cui l’incontro con la coetanea Li-li pare aprire un fragile spiraglio di vita. Ma mentre il passato della madre Chuan riaffiora con tutta la sua tragicità, la giovane si trova costretta a fare i conti con il peso di un’eredità familiare corrosiva e il desiderio di libertà. Questa dinamica, Shu Qi la osserva in modo delicato e sensibile, restituendo il quadro di un’unità disastrata, specchio di un disagio che non appartiene solo ai suoi personaggi; di una realtà collettiva forse insormontabile.
Eppure, qualcosa non funziona. Shu Qi pare infatti convinta (erroneamente) che l’urgenza del tema basti da sola a reggere il peso del racconto. Così, nello scrivere e mettere in scena questa vicenda, si adagia su soluzioni facili, compiacendosi di simboli e metafore elementari, e finendo per tradurre la sua denuncia in immagini che scivolano nella retorica.
Di tale principio, risente in particolar modo la sceneggiatura (anch’essa firmata da lei) coi suoi dialoghi rigidi, situazioni stereotipate, scene cruciali spesso appesantite da una recitazione artificiosa e da una regia che non riesce a imprimervi alcun tocco o invenzione. Persino i momenti più intensi - che dovrebbero ferire lo spettatore e fornire una svolta drammaturgica importante - finiscono per sembrare artefatti, talvolta manichei, vicini a una vera e propria pornografia del dolore.
Ne emerge un’opera che, pur muovendosi con sensibilità e intenzioni sincere, finisce per risultare pedante e programmatica, più preoccupata di dichiarare e incline a spiegare che non a lasciare respirare davvero i suoi personaggi. Il limite più evidente, in tal senso, si concentra nel finale, laddove si vorrebbe suggerire un distacco, un vuoto affettivo lacerante.
La mente corre subito a certo cinema, fra cui quello di Kore’eda, il regista che meglio di tanti (forse di tutti) sa accostarsi all’inquieto, fragile e misterioso mondo dell’infanzia. Pensiamo, ad esempio, all’ultimissimo Monster, nel cui confronto - certo, impari e sleale - Girl si mostra nondimeno per ciò che è in fondo. Ossia un grezzo, slavato, insipido saggio da studente al primo anno di accademia di regia. Un racconto che si arena nella trappola del cinema di impegno socio-realista, partendo da un’urgenza autentica, senza mai però riuscire a tradurla in linguaggio. A trasformare la denuncia in vertigine, o il dolore in (altre, nuove) immagini altrettanto forti.
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