
FESTIVAL DI VENEZIA 82
ORPHAN, la (troppa) forma di un trauma
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Árva
REGIA: László Nemes
SCENEGGIATURA: László Nemes, Clara Royer
CON: Bojtorján Barabas, Grégory Gadebois, Andrea Waskovics
GENERE: drammatico, storico
DURATA: 132 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Dopo il successo de Il figlio di Saul, László Nemes torna dietro la macchina da presa con Orphan, tentando di evocare l’atmosfera dei grandi maestri del cinema europeo. Ma se l’ossessione per la composizione visiva e la bellezza formale è evidente fin dai primi minuti, il film fatica a trasformare questa raffinata estetica in una narrazione convincente, lasciando emergere una storia diluita e personaggi poco coinvolgenti.
L’impressione che si ha, guardando i primissimi minuti di Orphan - la terza volta dietro la macchina da presa per l’ungherese László Nemes - è quella di trovarsi di fronte ad una pellicola persa nei meandri del tempo o nei bui archivi di una vecchia cineteca dell’era sovietica. Il residuo di un’epoca lontana e irraggiungibile se non così, tanta è la cura che il cineasta e il suo team artistico (in primis, il sodale direttore della fotografia Mátyás Erdély) ripongono nella costruzione delle immagini, in un’illuminazione a dir poco incantevole, oltre che nel sapore insieme artigianale, materico, finanche elegiaco e magico derivante soprattutto dall’utilizzo della pellicola 35 mm. Una suggestione, appunto, che, una volta entrati nel vivo di 132 (estenuanti) minuti, si rivela tuttavia l’unico vero punto di forza di un’opera che - al di là di un’orchestrazione e sguardo costantemente esposti, e oltre a questo (esibito ed ostentato) virtuosismo formale che nella prima metà sembra quasi voler rievocare, in controluce, il Tonino Delli Colli di C’era una volta in America - ha poco, se non pochissimo da offrire.
La vicenda - ideale specchio dei tumulti del XX secolo nel cuore dell’Europa - segue Andor, un ragazzino ebreo in una Budapest (del 1957) reduce dalla fallita insurrezione ungherese, cresciuto dalla madre attraverso resoconti e ricordi idealizzati sul padre defunto. La sua esistenza, sempre di corsa, in movimento (à la Antoine Doinel), tra case, strade e cantine, viene però scossa dall’arrivo improvviso di un uomo brutale, un macellaio dalla stazza imponente, che sostiene di essere il suo padre biologico. È allora in un cortocircuito tra desiderio, delusione e rabbia, che si gioca l’intera parabola del racconto, che Nemes vorrebbe sospeso tra i registri della fiaba dickensiana - e quindi, l’ossessione per infanzie violate e destini spezzati - e quelli del romanzo di formazione à la Truffaut (I 400 colpi è la citazione più scoperta), intinti, come se non bastasse, in un’atmosfera cupa, vischiosa, che guarda dichiaratamente al suo maestro Béla Tarr e al respiro memoriale del cinema di Sokurov.
Il problema è che, di questo innesto, l’ungherese non trova mai il reale equilibrio: la materia narrativa appare fin troppo esile, diluita e appesantita da una messa in scena che cerca costantemente di sublimare l’immagine, a discapito della cura e tensione drammatica. L’approssimazione, insomma, è dietro l’angolo. E i personaggi sono poco più che figure, sagome percorse da pulsioni archetipiche, e raramente da un sentimento autentico, capace di risuonare in chi guarda. Così, non soltanto il personaggio di Andor finisce via via per suscitare solo avversione e insofferenza (ulteriormente penalizzato dalla scelta di un attore, Bojtorján Barábas, completamente fuori parte, oltre che poco empatico), ma l’angoscia, la spirale di odio, negazione e violenza che vorrebbe avvolgere la vicenda finisce per ridursi ad una reiterazione.
Nemes sembra convinto di essere molto più sofisticato di quanto in realtà non sia: indugia in piani lunghi, carica ogni dettaglio di una gravità simbolica che spesso non regge, e arriva persino a inserire la pistola di Čechov come se l’avesse scoperta ieri, senza però la minima naturalezza drammaturgica. Il risultato è goffo, artificioso, quasi accademico.
O ancora, l’ennesima dimostrazione (leggasi Tramonto) di come Nemes, dopo il folgorante exploit de Il figlio di Saul, sembri incapace di trovare una sua voce autentica, oscillando tra la replica di un modello già consacrato e la smania di un lirismo che scivola puntualmente nell’autocompiacimento. Il risultato è un film che, invece di restituire la vertigine e intensità di un trauma collettivo, appare tronfio, sterile, e dolorosamente vuoto. Un cinema che vuole farsi reliquia, ma che assomiglia più a un feticcio impolverato. Esibito, reverenziale, e purtroppo già dimenticato.
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