
FESTIVAL DI VENEZIA 82
IL MAGO DEL CREMLINO, la regia del potere
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Le Mage du Kremlin
REGIA: Olivier Assayas
SCENEGGIATURA: Olivier Assayas, Emmanuel Carrère
CON: Paul Dano, Alicia Vikander, Tom Sturridge, Will Keen, Jeffrey Wright, Jude Law
GENERE: biografico, drammatico, storico
DURATA: 156 min
VOTO: 7.5
RECENSIONE:
Olivier Assayas adatta l’esordio narrativo di Giuliano da Empoli, esplorando il confine tra arte e politica, tra realtà e finzione, in un ritratto della Russia post-sovietica attraverso gli occhi e la storia di un enigmatico regista e stratega del potere.
È nato da una di quelle strane e fortunatissime coincidenze che molto spesso benedicono il mondo del cinema, diventando poi aneddotiche miniere d’oro per cinefili e appassionati, Il mago del Cremlino, il film con cui il francese Olivier Assayas ritorna in concorso al Festival di Venezia (dove già era stato nel 2012 con Qualcosa nell’aria, nel 2018 con Il gioco delle coppie e l’anno successivo con WASP Network). Trattasi dell’adattamento su grande schermo best-seller omonimo, nonché esordio alla narrativa dell’italianissimo Giuliano da Empoli, che - caso vuole - è il vicino della casa toscana del regista, “dove passo di solito le mie vacanze. Mi aveva fatto leggere il suo libro e ho subito pensato di doverne trarre un film”.
Non c’è da stupirsi: il testo originale tocca e affronta molte delle ossessioni e dei temi cardine che hanno accompagnato, fin dai suoi primissimi lavori, questa voce tra le più originali e vitali del panorama europeo. Il suo cinema, nella fattispecie, ruota sempre attorno un equilibrio instabile tra personale e collettivo, tra cronaca e sogno, tra sguardo politico e ricerca intima. Un cinema che respira il nostro tempo, ne registra le velocità, le lacerazioni, le zone d’ombra, i fantasmi, mentre si interroga sui modi in cui le trasformazioni del mondo si ripercuotono su di noi, suoi abitanti. Uno sguardo, ancora, calamitato sull’instabilità dell’identità e - va da sé - su personaggi in bilico, attraversati da forze che non controllano del tutto, divisi tra intimità e storia.
Come nel caso del protagonista de Il mago del Cremlino, tal Vadim Baranov (fittizio alter ego del reale Vladislav Jur'evič Surkov), un uomo dalle mille capacità e dai molti talenti. Un artista e regista teatrale d’avanguardia (e ispirazione quasi brechtiana) nella Russia, libertaria e sregolata, pericolosa e frivola, di pieni anni ‘90 [dunque successiva alla caduta del muro di Berlino e alla disgregazione dell’Unione Sovietica], passato poi alla televisione e alla produzione di reality show insignificanti ma “necessari”, la cui esistenza si sovverte radicalmente quando un ricco oligarca gli propone di smetterla di creare storie per iniziare ad “inventare la realtà”. Quando, in altre parole, viene ingaggiato per lanciare come possibile primo ministro un ex agente del KGB che sarebbe poi passato alla storia col nome di Vladimir Putin, scoprendo così la sua vocazione. Ossia, rileggere e affrontare il mondo della politica attraverso le regole, le dinamiche, le direttrici dell’arte e dello spettacolo. Trasformando, in un certo senso, il gioco della politica (“l’unico per cui valga la pena giocare davvero”), ma trasformandosi di pari passo in “un poeta fra i lupi”. In un’enigmatica eminenza grigia, prestigiatore, illusionista, saggio approfittatore della follia degli uomini, costantemente sul confine che divide la verità dalla sua manipolazione, tra principi di governo quali la “fake democracy” o "democrazia sovranista" e la cosiddetta "verticale del potere". Insomma, dalla regia teatrale alla (co-)regia del potere. Da testimone a comprimario, da comprimario a (defilato) protagonista dei suoi tempi.
È - se vogliamo - una origin story doppia, quella co-sceneggiata dal grande romanziere Emmanuel Carrère - che, con Limonov, ha percorso territori affini, ispirando peraltro un film similare, eppure del tutto agli antipodi. Una storia, questa, che giunge di fronte ai nostri occhi in un momento delicatissimo del conflitto tra Russia e Ucraina (un conflitto che lo stesso Baranov/Surkov ha intessuto, in primo luogo, e sfruttato a proprio tornaconto politico). E che invece, sul piano cinematografico, giunge appena un anno dopo la presentazione al Festival di Cannes di The Apprentice, un altro anti-biopic su una figura parimenti importante - volente o nolente - della nostra contemporaneità. Un’opera, quella di Abbasi sul giovane Trump, che pur con le sue differenze e i suoi scarti (per molteplici e pure ovvie ragioni) ci metteva di fronte ad un’evidenza. Cioè che, nella maggior parte dei casi, tanto nel Novecento quanto (soprattutto) oggigiorno, le forme alte, assolute del potere non si generano (più) spontaneamente, naturalmente, ma anzi vengono costruite a tavolino. Sono altresì il frutto di oculate operazioni di marketing, di una comunicazione asservita agli scopi più cinici, ingannevoli, tossici. Una vera e propria “cortina fumogena” (virtuale, mediatica) dietro cui la politica si nasconde per colpire a tradimento, costruendo un dramma che viene proiettato arbitrariamente, forzatamente nella testa delle persone, anche e in particolare al di là dei confini di una “prigione grande quanto un paese”.
Nondimeno, ciò che intriga di più de Il mago del Cremlino di Olivier Assayas, ancor più che nel suo essere un affresco storico e una riflessione politica vicina quindi a Carlos (ma qui spesso vittima di una tendenza pedante e didascalica, quasi cattedratica e da placido bignami, oltre che di un’orchestrazione generale priva di particolari guizzi o lavori sull’immagine), è proprio questo reimpiego e accordatura di metafore, immagini, grammatica e lessico relativi al mondo dello spettacolo (drammaturgico, teatrale, cinematografico) in un intreccio davvero imprevedibile (ma incomparabile alle vertigini di Irma Vep) tra arte e vita. O, meglio, tra arte e vite, le nostre.
Un’acrobazia teorica e autoriflessiva su una doppia finzione (l’una (purtroppo) effettiva, esistente, contingente, l’altra specchio che non riflette la realtà, ma in questo caso la assorbe), graziata da interpretazioni davvero memorabili. Paul Dano, solidissimo, riconferma il proprio magnetismo innato e una presenza scenica che non ha bisogno di parole per spandere un’aura di mistero e seduzione. Dal canto suo, Jude Law, fattosi Putin, si muove in punta di piedi dentro e fuori una maschera, una caricatura grottesca, di cui tuttavia non può e non deve minimizzare o ridimensionare la portata e l’importanza tragica e abominevole.
Che poi forse il vero problema de Il mago del Cremlino, quello che rischia di incrinarne la generale godibilità, sta nella reiterazione di concetti e intuizioni utili a coprire quasi 160 minuti di durata. Una ridondanza che rallenta il meccanismo narrativo e irrigidisce una struttura già di per sé poco flessibile. Così, più che ampliare la portata del discorso, finisce col depotenziare le sue intuizioni migliori. E viene naturale pensare quanto più efficace sarebbe stato immaginarlo in forma di serie televisiva - un terreno, va detto, che Assayas conosce e domina da tempo con ben altra agilità.
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