
FESTIVAL DI VENEZIA 82
FATHER MOTHER SISTER BROTHER è un piccolo gioiello
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Father Mother Sister Brother
REGIA: Jim Jarmusch
SCENEGGIATURA: Jim Jarmusch
CON: Tom Waits, Adam Driver, Mayim Bialik, Charlotte Rampling, Cate Blanchett, Vicky Krieps, Sarah Greene, Indya Moore, Luka Sabbat, Françoise Lebrun
GENERE: commedia, drammatico, sentimentale
DURATA: 110 min
VOTO: 8+
RECENSIONE:
A quasi sei anni da I morti non muoiono, Jim Jarmusch torna dietro la macchina da presa di un lungometraggio con Father Mother Sister Brother. Un film a episodi che parla con delicatezza, ironia e dolore di famiglia e legami che a volte possono essere misteriosi. Un’opera minore, quasi un divertissement di regia, scrittura e interpretazioni in cui però chiunque può trovare qualcosa di proprio.
Spooky. È sulle note di un grande classico di Dusty Springfield che Jim Jarmusch apre Father Mother Sister Brother, il suo ritorno dietro la macchina da presa di un lungometraggio a quasi sei anni dall’ultimo, deludente I morti non muoiono - anche se ancor più epocale è il ritorno in concorso al Festival di Venezia ad oltre due decenni di distanza da Coffee and Cigarettes. Di nuovo (come Taxisti di notte), un film a (tre) episodi o, come lo definisce lui stesso, “una sorta di film anti-action nel quale ogni elemento è attentamente costruito per consentire ai dettagli di accumularsi, quasi come fiori disposti con cura in tre delicate composizioni”.
Tre storie, allora, che coinvolgono ognuna personaggi, geografie, contesti culturali e sociali differenti, eppure accomunate tra loro da un motivo centrale, ricorrente e ben preciso. Che è - neanche a dirlo - quello della famiglia, con tutto ciò che ne concerne e consegue. Per la precisione, Jarmusch sceglie di focalizzarsi sulle vicende di tre coppie di fratelli che si riuniscono dopo un lungo periodo di separazione per fare i conti, affrontare tensioni insolute (e forse insolvibili), rivalutare, rinegoziare, rinnovare rapporti di estraneità, discordanza e dissonanza con genitori a loro lontani, impenetrabili, ambigui per tutta una serie di motivi.
E quindi, Father - ambientato nell’innevato nord-est degli Stati Uniti - parla di un padre dalla doppia vita e dai molti segreti, che mantiene legami sporadici col figlio e la figlia (quando in realtà li vorrebbe “tagliare con l’accetta”) solo per finzione e per coltivare una forma disonesta di compatimento e vittimismo sdrucito, approfittando di loro per soldi e doni di vario tipo. Mother racconta invece dell’annuale ricevimento del tè che due sorelle dublinesi tengono a casa della madre, scrittrice di successo dal passato parimenti enigmatico; una donna algida e altezzosa, imperturbabile e affettata, che a malapena tollera le loro costanti incursioni telefoniche nella sua quotidianità. Infine, Sister Brother si svolge tra le strade e i palazzi di Parigi, labirinto da ripercorrere a ritroso per un fratello e una sorella di origine statunitense che hanno da poco pianto la scomparsa di entrambi i genitori - anch’essi dagli atteggiamenti talora incomprensibili - rimasti vittima di un incidente aereo.
È un film sottile, quello che scrive e dirige Jim Jarmusch, continuando ad ampliare (con almeno quattro personaggi degni di nota) la sua galleria di anime e volti caratteristici e sovvertitori di generi, archetipi, miti e frontiere. Un’opera in chiave indubbiamente minore rispetto anche solo al più recente Paterson, ma nella quale insiste nello scardinare ed esporre ipocrisie, contraddizioni e consuetudini insite e innate nei rapporti (familiari e non solo). Le pause imbarazzanti, le frasi di rito e di cortesia, i gesti che valgono più delle proverbiali mille parole, che (mal)celano non detti, che esprimono sentimenti in maniera inconscia: è questa la grammatica su cui si costruisce un’osservazione mostrata ed evidenziata (in fugaci strappi anarchici della logica e del fluire dei dialoghi), nonché potenzialmente universale di personaggi che tentano ogni strada possibile, incluse le più ridicole, per mitigare, silenziare, ignorare un importante vuoto e mancanza esistenziale. E se nei primi due episodi è più comico, nell’ultimo il tocco inconfondibile del cineasta si avvicina ai toni di Stranger Than Paradise, Broken Flowers e del succitato Paterson, facendosi tenera e, a tratti, quasi commovente.
Tutto, insomma, in Father Mother Sister Brother riconduce ad un’idea di cinema che non appartiene a nessun altro se non a Jim Jarmusch, l’autore forse meno replicabile in assoluto. Questi, dal canto suo, dimostra ancora una volta che il suo linguaggio è giocato su modulazioni sottili, scarti impercettibili, pause e riprese come un componimento musicale. Ogni episodio trova un proprio ritmo e una propria melodia, ma insieme compongono una suite che alterna leggerezza e malinconia, ironia e dolore. Ed è proprio in questa armonia, nel modo in cui il regista fa dialogare le tre storie, nel progressivo stratificarsi delle emozioni, nell’uso sapiente dello spazio scenico e degli oggetti, che risiede il cuore della pellicola, ennesima espressione di una filmografia devota ad una sottrazione quasi poetica.
Tutt’altro che un’opera maggiore, come sopra, ma più quella che si dice una bagattella – per continuare coi parallelismi musicali – levigata e calibrata con precisione, arricchita da un cast stellare (Tom Waits, Adam Driver, Charlotte Rampling, Cate Blanchett, Vicky Krieps) diretto con cura millimetrica, e da un ritmo ipnotico, quasi psichedelico.
Un film, Father Mother Sister Brother, in cui tutti possono trovare qualcosa di loro. Che si muove come la vita stessa: un flusso riempito di parole, di oggetti, di abitudini e fraintendimenti, che però trova senso soltanto negli interstizi, nei silenzi, nelle sfumature. Spooky, a volte, ma sempre e comunque umana.
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