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            11 Aprile 2025
            La recensione di Eden, il nuovo film di Ron Howard con protagonisti Jude Law, Ana De Armas, Sydney Sweeney e Vanessa Kirby.
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            EDEN, the dark side of Ron Howard

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Eden
            USCITA ITALIA: 10 aprile 2025
            USCITA USA: 22 agosto 2025
            REGIA: Ron Howard
            SCENEGGIATURA: Noah Pink
            CON: Jude Law, Ana De Armas, Vanessa Kirby, Sydney Sweeney, Daniel Brühl, Felix Kammerer, Toby Wallace, Richard Roxburgh
            GENERE: drammatico, thriller, azione
            DURATA: 129 min
            Presentato al Toronto International Film Festival 2024

            VOTO: 6

            RECENSIONE:

            Portando sul grande schermo una storia vera che racconta l'umanità e il mondo di ieri per parlare di quelli di oggi (o di sempre), Ron Howard sembra abbandonare i lidi del suo cinema più tipico per abbandonarsi ad un inedito lato oscuro. Purtroppo però, come i suoi personaggi, anche l'approccio dell'autore si rivela diviso e alfine irrisolto, ed Eden cade ben presto vittima di una ridondanza al quale è davvero arduo sopravvivere.

            Forse non è poi così lontana dalla realtà la sequenza in cui Ron Howard sbotta in maniera vivace (tanto per usare un eufemismo) nella terza puntata di The Studio, la serie comedy creata da Seth Rogen ed Evan Goldberg per Apple TV+. Chi ha visto saprà a cosa ci riferiamo.

            Chi lo dice infatti che il fu Richard Cunningham di Happy Days dev’essere sempre e per forza “la persona più gentile di Hollywood”? Magari, anche in un regista come lui - i cui film trattano il più delle volte di grandi sentimenti, raccontano storie talora tacciate di buonismo o vittime di forme retoriche stucchevoli nel tentativo di commuovere e impietosire a tutti i costi, delineano parabole dai valori e dagli intenti manifesti - alberga un lato mordace, aspero e aspro, pessimista o, peggio, nichilista.

            Lo stesso spirito che, se così fosse, parrebbe informare Eden, la sua più recente fatica; l’ultimo inserto di una lunga e variegata carriera attraverso generi, epoche, atmosfere, mondi reali e fantastici, romanzi e biografie, animata da un’energia, una vitalità che ben si addicono all’ultimo baluardo de facto di un cinema americano di larghissimo respiro, di ambizioni e proporzioni borghesi, dalla schiena dritta, e fieramente neoclassico. Tutti motivi che rendono questa trasposizione per il grande schermo - della storia vera del tentativo di colonizzazione di un’isola delle Galapagos da parte di un gruppo di europei a cavallo fra le due guerre mondiali - un vero e proprio ufo per i canoni howardiani.

            Una sorta di inselvatichimento, un abbandono delle convenzioni e delle buone maniere che definiscono il suo modo di raccontare con le immagini. O ancora, una privazione di ogni orpello e una ricerca dell’essenza - come già nel precedente Tredici vite, seppur in direzioni diametralmente opposte. L’adesione, altresì, a territori narrativi, estetici e discorsivi attigui a certo cinema di critica sociale, di satira e grottesca e goliardica distruzione, di gioco al massacro del concetto stesso di umanità - ben prima che dei partecipanti a suddetto. Il tutto, unito ad un thriller dalle venature pseudo-erotiche e dalle virate survivaliste, idealmente spettacolari. 

            La recensione di Eden, il nuovo film di Ron Howard con protagonisti Jude Law, Ana De Armas, Sydney Sweeney e Vanessa Kirby.

            Protagonisti di questo curioso ibrido - dichiaratamente ispirato a due cronache contrastanti dei sopravvissuti ai fatti (l’ultima dei quali morta sul fare del nuovo millennio) - sono per l’appunto un drappello di coloni. I primi a sbarcare su quest’isola incontaminata, dalla natura rigogliosa e indomabile, di origine vulcanica, spersa fra le acque dell’oceano Pacifico, nota come Floreana, sono tal dottor Friedrich Ritter e la sua “fedele” compagna Dora Strauch, in fuga da una Germania, da un'Europa, da un mondo (quelli del 1929) sull’orlo del baratro e del nazi-fascismo, e alla ricerca di un luogo tranquillo e remoto dove smettere le usanze di una civiltà irrimediabilmente violenta e distruttiva, e dar vita (lui) ad una nuova, ambiziosa filosofia radicale che aiuterà l’umanità a salvarsi da sé stessa.

            Una cosa è certa: tutto avrebbero desiderato tranne (?) diventare i promotori di una pratica, di un movimento spontaneo, di una visione condivisa e - va da sé - utopica. E invece la loro spedizione sprona il reduce di guerra Heinz Wittmer - insieme a moglie gravida e figlio tubercolotico - a compiere il medesimo viaggio e stabilirsi a poche miglia da loro. Fin da subito, Ritter e Dora non esitano a mostrare il proprio fastidio per l’intrusione, così come per l’iniziale buona sorte dell’umile famigliola, che, dal canto suo, finirà molto presto per provare un simile malcontento. È questione di qualche settimana e sull'isola farà infatti la sua comparsa la spocchiosa, malfida e un po’ folle baronessa Eloise Bosquet de Wagner Wehrhorn, seguita dai suoi due amanti e da un servitore ecuadoriano, quivi giunta col piano di costruirvi uno dei più esclusivi resort esotici al mondo.

            Ed è sempre questione di attimi prima che le regole, l'educazione, il cosiddetto buon vicinato lascino il posto all’azione erosiva di maltempo, fauna e, soprattutto, di una totale mancanza di comfort. A sotterfugi e strategie d’ogni tipo, all'invidia per i beni altrui, a inganni e menzogne. Equilibri di potere e predominio si instaurano, assieme ad un nuovo vivere collettivo fondato su una versione antropica e umana disincantata, truce, autentica, sugli impulsi più bassi, basilari, animaleschi, e - neanche a dirlo - su una violenza destinata ad esplodere e degenerare. Del resto, come insegna Čechov, "se in scena compare una pistola, prima o poi sparerà".

            La recensione di Eden, il nuovo film di Ron Howard con protagonisti Jude Law, Ana De Armas, Sydney Sweeney e Vanessa Kirby.

            È allora di questo che parla ed è questo ciò che mette in scena Eden, a partire dalla sceneggiatura dai tratti acuti e acidi del soggettista Noah Pink che valorizza tutto il carattere emblematico della vicenda, l'alto coefficiente simbolico per cui Howard l'ha presumibilmente scelta. Questo suo porsi quale allegoria minima e massima dell'abisso in cui era già e sarebbe poco dopo sprofondato il mondo di allora, nonché del senso terminale, di collasso di ogni sistema valoriale, di annichilimento definitivo che ci accompagna oggi più che mai.

            L'oggetto del copione è, nello specifico, una tensione latente e dai risvolti ovvi tra due estremi alquanto netti, tra due modi di essere e umani. Da un lato la civiltà, dall'altro la bestialità. Il raziocinio, il dialogo, gli idealismi, la politica e il loro esatto contrario: la furia e la rabbia cieca, l’impulsività, la venalità, l’aggressività, la sopravvivenza, lo spirito di adattamento. Schopenhauer (ed eventualmente Nietzsche) e Darwin. La Bibbia è o non è soltanto un libro, per citare un dialogo a dir poco significativo. Trazione, questa, che si ripropone nella doppia versione esistente e documentata della medesima vicenda e, più o meno intenzionalmente, nella traduzione cinematografica che ne opera Howard, anch’egli indeciso se perseguire la via di un'anormalità filmografica (e quindi dello strano pastiche di modi a lui estranei, inesplorati), oppure (ri)ascoltare il richiamo del noto, assecondare la sete, ritrovare la propria zona di comfort, rimangiarsi la parola per riassaggiare sapori agognati e in fondo rimpianti.

            Ne consegue una profonda contraddittorietà e una strana convivenza di vari colori e registri, i cui effetti si avvertono in ogni lembo ed estensione del progetto: dalla fotografia ossidata di Mathias Herndl alla colonna sonora di un Hans Zimmer col pilota automatico nel mettere in musica la porzione più drammatica e mitica della storia, per non parlare di un cast funzionale, quando non memorabile, che incarna letteralmente questa schizofrenia originaria. La decostruzione e (l’effettiva) spogliazione divistica di un Jude Law arcigno, meschino, sdentato, o gli eccessi e iperboli recitative di Ana De Armas appaiono quindi discordanti e dissonanti con le presenze in scena di un Daniel Brühl di maniera e una Sydney Sweeney che si impone quale vera protagonista, mentre una Vanessa Kirby in completa sottrazione si isola in una proverbiale terra di nessuno, in una zona grigia tutta sua.

            La recensione di Eden, il nuovo film di Ron Howard con protagonisti Jude Law, Ana De Armas, Sydney Sweeney e Vanessa Kirby.

            Si potrebbe pensare ad una volontà precisa da parte dell'autore di A Beautiful Mind, ad una trascrizione filmica delle divisioni, del tumultuoso triangolo di forze che arrivano a collidere. Questo, se solo la pellicola non rivelasse l’esilità del proprio contenuto e delle proprie posizioni, intuibili già dal pedante prologo con voice-off dello stesso Ritter che spiega come “nel dolore troviamo la verità”, oppure dal paradosso della sua impresa di filosofia vitale condotta in un posto dove la vita sembra impossibile. Non dimentichiamo poi le frasi ad effetto, i continui aforismi di cui si serve la scrittura di Pink, così come altri stralci di dialogo fin troppo nitidi che anticipano il fallimento categorico di ogni sforzo. O che, per quanto si cerchi di fuggire, sia in fin dei conti impossibile fuggire da sé stessi.

            Ebbene, una volta previsto pure l’esito di un carnage più simile ad un trastullo inevitabile, anche e soprattutto nella sua inconcludenza, quel che sopravvive: giusto una sequenza di parto estremo (la seconda per Sweeney dopo Immaculate), figurale tanto quanto tragicomica; è veramente poca cosa.

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