
MUORI DI LEI è più di quel che dà a vedere
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Muori di lei
USCITA ITALIA: 20 marzo 2025
REGIA: Stefano Sardo
SCENEGGIATURA: Giacomo Bendotti, Stefano Sardo
CON: Riccardo Scamarcio, Mariela Garriga, Maria Chiara Giannetta, Paolo Pierobon
GENERE: drammatico, thriller, sentimentale, erotico
DURATA: 103 min
VOTO: 7-
RECENSIONE:
Per il suo secondo lungometraggio da regista, Stefano Sardo sceglie di piegare un pezzo di storia recente del nostro paese, rendendolo espediente drammaturgico dell'ennesimo racconto di desideri ossessivi, ma anche di un altro meccanismo di tensione d'imprescindibile derivazione hitchockiana. Non è però solo un thriller erotico in senso stretto Muori di lei, ma anche una riflessione sull'(auto)narrazione. Un film più intelligente di quanto dà a vedere, sorretto da un preciso lavoro di regia.
9 marzo 2020. Sera. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte annuncia in diretta televisiva la firma di un provvedimento sintetizzabile “con l’espressione: ‘io resto a casa’”. L’Italia diventa zona protetta contro una pandemia sempre più aggressiva e dilagante. Entra in lockdown e, con esso, in un periodo di stallo, fatto di incertezza, speranza, preghiere, disillusione, complottismi vari, e ancora frustrazione, noia o (ri)scoperta di sé, che lascerà un segno indelebile nella memoria di un paese intero. E non solo.
Tra gli italiani in ascolto di fronte al televisore, c’è pure Luca, insegnante di filosofia in un liceo di Roma. Un uomo pavido, insicuro, taciturno, un po’ inetto. Un procrastinatore cronico per sua stessa ammissione, afflitto da un chiaro complesso d’inferiorità nei confronti della moglie Sara e, in particolar modo, del suocero Antonello, spaccone fallocentrico, si potrebbe dire (post-)berlusconiano, che non perde occasione per mettere a disagio e sottolineare l’inadeguatezza e le poche ambizioni del genero, il suo non essere all’altezza della figlia (e non essere abbastanza uomo per dargli un nipote) e, di conseguenza, come lui. Di non poter nemmeno sognarsi le ricchezze che quest'ultimo ostenta a più non posso.
Ma torniamo al 9 marzo e all'annuncio di Conte. Se e quando tutta la penisola si ritrova a dover mettere in pausa le proprie vite (o, come nel caso di Sara, dottoressa, ad ammazzarsi di lavoro per far fronte all’emergenza), al contrario quella di Luca - già sospesa da chissà da quanto tempo - si riattiva, prendendo una piega del tutto imprevista. Incantevole tanto quanto pericoloso è infatti ciò che accadrà dall'istante in cui, quella stessa sera, il nostro fa per caso la conoscenza di Amanda, giovane ragazza cubana che alloggia nel B&B dirimpetto a casa sua.
Pur essendogli del tutto ignota, il professore se ne innamora fin da subito, inizia a guardarla ossessivamente dalla finestra, a parlarci, costruendo un dialogo e una conoscenza sempre più intima e fitta, finché un giorno, in uno dei tanti pomeriggi oziosi e solitari, decide infine di rompere la distanza che li separa...

Le conseguenze, va da sé, saranno disastrose com'è giusto aspettarsi da un thriller erotico, ultima apparente tendenza del nostro cinema (vedasi il coevo Gioco pericoloso). Tuttavia, Muori di lei, il secondo lungometraggio di Stefano Sardo, è più di questo.
È infatti, anzitutto, un Covid-movie o, meglio, una Covid-story, ossia un racconto che piega a proprio favore un pezzo di storia recente, la cronaca del nostro paese, rendendoli espedienti drammaturgici dell’ultimo esemplare di una lunga serie, sia di pellicole che trattano desideri ossessivi, repressi, latenti - “quell’elemento dirompente nelle nostre vite, per dirla col regista, che nel cinema italiano sembra latitare, come se non ci si interrogasse più su quel grumo di energie oscure che ci abita” -, sia di meccanismi filmici e voyeuristici di origine e struttura hitchcockiana. Una lezione, qui ripresa attraverso la lente acida e i viraggi più lascivi e sessuati di Robert De Palma, mantenendo nondimeno intatta un’anima da B-movie, uno spirito e un’attitudine punk e alternative rimarcata dalla canzone dei Verdena che funge da titolo (e da title track), insieme ad un’intenzione pungente, provocatoria e giocosa che rimanda automaticamente a certo cinema anni ‘90 e vede un altro, palese modello in Fight Club di David Fincher.
Il riferimento è agli assidui, ricorrenti e (idealmente) acuti voice-off “da film” in cui si sperde e spande il nostro protagonista, il quale apre il sipario sulla sua storia parlando di come Prime Video e Netflix informino lo zeitgeist, il discorso pubblico, l’immaginario collettivo, laddove Porn Hub rappresenta l’inconscio, il rimosso, la nostra vera identità. D’altronde, non siamo altro che uno schizzo, la reazione fisiologica ad una fantasia, un piacere.
Ebbene, da quello schizzo (e dagli schizzi nervosi che animano i titoli di testa), il film adotta e rivela uno sguardo ipermediato, ipertestuale e metacinematografico. Quella di Sardo e, inevitabilmente, del suo protagonista è una presenza (post-)postmoderna nel fare e farsi, e nel commentare e commentarsi di rimando e di riflesso. Citando, ad esempio, i personaggi de La peste di Camus (“più umani perché tutti vivono la stessa tragedia”) per citarsi. Mostrando per mostrarsi.

L’effettiva validità della componente e della variazione thriller (comunque sorretta da un preciso e funzionale lavoro di regia, fotografia, gestione degli spazi e direzione degli attori, fra cui un Riccardo Scamarcio in parte e armonica variazione della sua immagine divistica) passa allora in secondo piano, e Muori di lei si converte quasi in una riflessione sulla (nostra auto)narrazione. Su come e cosa raccontiamo di noi stessi, ma anche su quello che rivela di noi ciò che scegliamo di raccontare. Negli sforzi e nei turbamenti di un protagonista che cerca di trovare il proprio ruolo in una storia che non è davvero sua, come nella realtà della finzione. Ed è anzi, chissà, quella del nostro tradimento a posteriori - come stato e come cittadini - verso il servizio sanitario e il suo sacrificio. Un'(auto)denuncia dell’infedeltà che, dopo tante lodi, celebrazioni, striscioni, abbiamo dimostrato verso quegli eroici medici e infermieri.
Un film, insomma, più intelligente e denso di quanto ci si potrebbe aspettare, a dispetto di provocazioni non sempre incisive e soddisfacenti, e di un femminismo più conveniente che autentico. Uno, quello di Sardo, che rispetta nei fatti la proverbiale formula (il più delle volte solamente pubblicitaria) del “niente è come sembra”.
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