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            15 Marzo 2025
            La recensione di The Sweet East, il film di Sean Price Williams, con protagonista Talia Ryder, e con Jacob Elordi, Simon Rex e Ayo Edebiri.
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            THE SWEET EAST è un (im)prevedibile safari nell'America trumpiana

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: The Sweet East
            USCITA ITALIA: 7 febbraio 2025
            USCITA USA: 1 dicembre 2023
            REGIA: Sean Prince Williams
            SCENEGGIATURA: Nick Pinkerton
            CON: Talia Ryder, Earl Cave, Simon Rex, Ayo Edebiri, Jeremy O. Harris, Jacob Elordi
            GENERE: drammatico, avventura, commedia, fantastico
            DURATA: 104 min
            DISPONIBILE SU: Mubi
            Presentato alla Quinzaine des Cinéastes del 76º Festival di Cannes

            VOTO: 5.5

            RECENSIONE:

            Al suo passaggio dalla fotografia alla regia cinematografica, Sean Prince Williams - coadiuvato in sceneggiatura dal critico e amico Nick Pinkerton - firma una reazione allergica alla salita al potere (la prima) di Donald Trump. Benedetto dal talento di una folgorante Talia Ryder, The Sweet East è un viaggio picaresco in una nazione frammentata e irrisolta che però dice più di chi vi sta dietro nel suo rivelarsi infine un autocompiaciuto e vanaglorioso gesto cinematografico.

            Innumerevoli - qualcuno direbbe fin troppe - sono state le opere, nel nostro caso i film, che hanno ragionato sull’identità nazionale, storica, politica, culturale, sul percepito e il precipitato degli Stati Uniti. Eppure, a seguito dell’insediamento nella Casa Bianca di Donald Trump nel gennaio 2017 (e chissà dopo questo secondo mandato!), si è assistito ad un proliferare incontrollato di testi simili, volti ad interrogare il frammentario retaggio, il senso profondo dell’essere americani - ieri come oggi. Del vivere, in altre parole, in un paese che - come racconta bene la serie Manhunt su Apple TV - forse non ha mai risolto i suoi dilemmi, le sue divisioni e annose diatribe, e neppure fatto i conti con traumi latenti e ferite tuttora vive e pulsanti.

            Una continua, proteiforme e apparentemente inesauribile autoanalisi che, in quello e questo momento critico: di (re)innesco, recrudescenze e riflussi creduti definitivamente metabolizzati e storicizzati; è servita e serve ad alcuni artisti anche da movimento tanto spontaneo, quanto necessario. Da risposta (ir)razionale all’atmosfera di quei mesi, protrattasi ai giorni nostri. All’irrazionalità generale, sfrenata, estremistica che ha finito poi per intaccare, in modo catastrofico, il pensiero occidentale.

            La recensione di The Sweet East, il film di Sean Price Williams, con protagonista Talia Ryder, e con Jacob Elordi, Simon Rex e Ayo Edebiri.

            Tra i tanti testi nati sul farsi del 2017 americano vi è The Sweet East, che segna il passaggio alla regia del direttore della fotografia Sean Price Williams, il quale, coadiuvato dallo sceneggiatore, critico e amico Nick Pinkerton, racconta la storia di Lillian, giovane studentessa all’ultimo anno delle superiori, che, durante una gita a Washington D.C., decide di abbandonare il gruppo. Quel che cerca però è ben diverso da quel che l'attende. Ossia un viaggio picaresco lungo l'East Coast, dalla capitale fino al Vermont. Messa così, la pellicola potrebbe dare l'impressione di essere uno di quei classici romanzi di formazione con una componente itinerante un po’ beat - à la Jack Kerouac per intenderci - col pieno solito di incontri imprevedibili e situazioni insolite. Al contrario, riprendendo la tagline sul manifesto del film, “succederà di tutto”. O quasi.

            Laddove infatti la caratterizzazione di questo bestiario americano dà effettivamente prova, se non della capacità immaginativa e della creatività in senso stretto, quantomeno delle spiccate doti di osservazione di Pinkerton, The Sweet East mostra ben presto anche una faccia più prevedibile. Quella di ennesimo pastiche, per non dire pasticcio, post-moderno e ipertestuale - dalla cifra fotografica importante e affettata, dalla grana particolare volta a ricreare l’effetto di un video amatoriale in presa diretta o di un film d’exploitation anni ‘70.

            Alla stregua della nazione e del popolo che racconta, frutto di un melting pot centenario, Sean Prince Williams dà forma, per così dire, ad un altro calderone di riferimenti, omaggi, generi, profili estetici e stilistici idealmente antitetici. Uno in cui riescono a coesistere organicamente il fiabesco, la tradizione romanzesca di Lewis Carroll, Daniel Defoe e Stendhal, e i grandi narratori compatrioti quali Kurt Vonnegut, Philip Roth e David Foster Wallace. A questo, si somma inevitabilmente lo smisurato patrimonio di influenze cinematografiche e audiovisive degli autori, il quale abbraccia fondamentalmente tutto quel che sta tra il cinema delle origini e le derive contemporanee della virtualità e di TikTok.

            E quindi: il musical classico hollywoodiano e gli “stupefacenti” thriller dei Safdie Bros. (di cui il regista è stato direttore della fotografia), i period piece à la Merchant Ivory e il cinema di Lynch, i ritratti generazionali di Coppola padre e femminili di Coppola figlia. Ma anche lo sperimentalismo di Harmony Korine, il violento e tagliente cinema di William Friedkin, e il buffo, ironico, nevrotico modo alleniano di intendere le relazioni umane e quindi fare rom-com. O ancora, l’esuberante e consunto cinema fantastico di John Boorman, lo spaghetti western leoniano e morriconiano, allargandosi fino alla New Wave tedesca e al Dogma 95 di Von Trier e Vinterberg nel radicalismo di alcune scelte. Per non parlare infine delle numerose e senz’altro congenite attinenze col quasi coevo Civil War di Alex Garland, in termini di costruzione, rappresentazione e intenzioni.

            La recensione di The Sweet East, il film di Sean Price Williams, con protagonista Talia Ryder, e con Jacob Elordi, Simon Rex e Ayo Edebiri.

            In tal senso, quello che Prince Williams e Pinkerton vorrebbero ottenere, con questa miscela imprendibile e cangiante, è sintetizzare un’atmosfera, il cosiddetto zeitgeist. Dare altresì vita ad un’esperienza cinematografica urgente e immersiva capace di prendere in contropiede lo spettatore, giocare con le sue aspettative, travolgerlo e stravolgerlo, abbagliarlo e frastornarlo al pari di quanto successo loro nell’osservare il proprio paese nel periodo subito successivo all’elezione trumpiana.

            Nondimeno, di episodio in episodio, di incontro in incontro, in questo safari umanissimo: da un mostruosamente tenero (neo)nazista dell’Illinois ad una coppia di logorroici artisti intellettualoidi, da un Jacob Elordi che interpreta lo stereotipo di sé stesso ad una comunità boschiva di islamisti appassionati di rave parties; tutto ciò che viene naturale pensare e chiedersi è se, in realtà, il fine primo e ultimo dell’intera operazione non possa essere quella performance pretenziosa che uno dei suoi strambi personaggi vorrebbe evitare. Non tanto un originale sforzo “artivista”, quanto piuttosto un autocompiaciuto e vanaglorioso gesto cinematografico che si carica di un senso di epico destino.

            Un’esperienza onanista e ruffiana che dice più di chi vi sta dietro, che non di una generazione disillusa, esaurita, apolitica, immobile nei suoi complessi. Figurarsi degli scheletri - ormai nemmeno più occultati - di un paese irrequieto, febbrile, oscuro, sospeso tra crudo realismo e delirante finzione, tra ordinaria assurdità e un sempre maggiore senso di apocalisse. Una nazione ancora da farsi o forse strafatta dalle proprie illusioni, allucinazioni, ossessioni al punto da deflagrare. Ma sempre fuori campo o attraverso il punto di vista unico e solo di Lillian, l’Alice spersa (per sua scelta, perché decide, una volta per tutte, di prendere la propria vita in mano, di diventare protagonista della sua storia) in questo paese delle (repellenti e insieme patetiche) meraviglie umane. Una Dorothy d’oggi, in viaggio lungo un ossidato sentiero di depravazione che percorre tutto il Paese dell'Est fino ad una dilaniata Città di Smeraldo. 

            La recensione di The Sweet East, il film di Sean Price Williams, con protagonista Talia Ryder, e con Jacob Elordi, Simon Rex e Ayo Edebiri.

            Allora, The Sweet East punta tutto sul talento della giovanissima Talia Ryder, che ne interpreta la protagonista con la giusta combinazione e il giusto equilibrio di malinconia, ingenuità e malizia, da un lato ricordando una giovane Jennifer Connelly, dall’altro riproponendo lo sguardo intenso e magnetico, tinto di malinconia, del miglior Timothée Chalamet. Consapevole e matura, ella sa rendere bene con la sua prova la dote di Lillian, simultaneamente aliena e autoctona al nostro tempo e al suo habitat sociale, culturale e generazionale.

            È insomma la splendida rivelazione di questo talento, unita alla sequenza (musical) che accompagna i titoli di testa (nella quale la nostra, accorgendosi della presenza della macchina da presa, decide di accettare la chiamata all’avventura), la vera, imprevedibile variabile del racconto sconclusionato di Pinkerton, che invece prova tutta la sua prevedibilissima amatorialità. O, se preferite, l’unico aspetto di The Sweet East che tiene fede alla promessa del manifesto.

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