
HERETIC crede nelle metafore, un po' meno nel cinema
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Heretic
USCITA ITALIA: 27 febbraio 2025
USCITA USA: 15 novembre 2024
REGIA: Scott Beck, Bryan Woods
SCENEGGIATURA: Scott Beck, Bryan Woods
CON: Hugh Grant, Sophie Thatcher, Chloe East, Topher Grace
GENERE: thriller, horror
DURATA: 110 min
VOTO: 6.5
RECENSIONE:
Si parte dall'immagine divistica di Hugh Grant per costruire il coefficiente horrorifico di Heretic, quarta regia di Scott Beck e Bryan Woods, un testo che, a dispetto delle apparenze, si immerge in dibattiti teologici e filosofici originali ed estremamente intriganti. Purtroppo, l'effetto straniante gode di vita breve, e la pellicola si tramuta in un verboso sollazzo (di)mostrativo che crede poco nel cinema e nel genere.
“Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma”, diceva Eraclito. La vita non è altro che una continua metamorfosi, una trasformazione inarrestabile. Lo stesso vale per l’arte o, nel nostro caso, per il cinema, in cui puntualmente si ha come l’impressione che tutto sia già stato raccontato, detto, filmato. Ed è da questa impressione - affatto recente o dei nostri tempi - che spunta il concetto di iterazione o, tutt’al più, di plagio. Consapevolezza di una ripetizione attigua al nichilismo su cui si erge, del resto, tutto il nostro essere e il nostro vivere nella (ormai post-)postmodernità.
Autoreferenzialità, relativismo, pluralismo, atteggiamenti caustici e irriverenti: insomma, quanto di più caro per Mr. Reed, protagonista di Heretic, quarta regia per Scott Beck e Bryan Woods, la “premiata ditta” dietro al soggetto e alla sceneggiatura dell’instant cult A Quiet Place, nonché ennesimo e perfetto esemplare dell’ultima deriva dell’horror, il genere che, più di tanti altri, ha sofferto e imbracciato la via accidentalmente prevista da Eraclito. Tuttavia, quello che noi riferiamo alle immagini sul grande schermo, il signore di cui sopra lo denuncia nelle religioni che, da secoli, popolano il mondo, portando conforto, promesse di salvezza o - come afferma lui stesso - forse qualcosa di più infido e imperscrutabile a miliardi di persone.
Su e di questo discorrerà e dialogherà quando, alla sua porta, busseranno due giovani missionarie mormoni, la scrupolosa sorella Barnes e la più timida (neo)sorella Paxton. Reed ha espresso infatti un serio interesse nel credo e nelle rivelazioni professate dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni - fondata, come forse saprete, a New York ad inizio Ottocento da Joseph Smith. Fatte accomodare nel salone, le predicatrici iniziano ad introdurre i fondamenti della loro confessione, ma l’uomo le interrompe quasi subito, facendo diversi commenti inquietanti sulla fede mormone e sulla natura delle credenze della coppia di ragazze, salvo poi lasciare la stanza con la scusa di controllare qualcosa in cucina.
Queste ultime impiegano poco tempo ad accorgersi di alcuni dettagli abbastanza inquietanti. Come il fatto che il profumo di torta di mirtilli che si spande per tutta casa, in realtà, provenga da una candela posata sul tavolino del soggiorno. O che la porta d’ingresso sia chiusa a chiave e impossibile da sbloccare dall’interno. O ancora, che non ci sia alcun segnale per i telefoni…

Giunti a questo punto, parrebbe facile, se non facilissimo, capire quale direzione imboccherà questa storia. E invece la sceneggiatura, sempre scritta da Beck e Woods, rilancia, approfondendo il dibattito teologico e filosofico, aprendosi alle maniere del palcoscenico, come pure a nuove sfumature e altri campi di interesse. E dunque, entrando nel vivo della questione delle iterazioni e del plagio: Reed spiega alle due mormoni e al pubblico l’assunto secondo cui tutte le religioni siano in realtà una variazione sul tema, una copia - bastantemente diversa - di quella venuta prima. Imitazioni forti dell’agire e del passare del tempo, "che diluiscono il messaggio e oscurano l’originale".
Lo aveva capito Joseph Campbell, che ispirò a sua volta un certo George Lucas nella creazione del primo, vero franchise della storia del cinema. Ed è il caso del famoso Monopoly, o della canzone Creep dei Radiohead, giusto per citare alcuni degli esempi e parallelismi trasversali che l'uomo porta ad (e)semplificazione della propria idea. Ma torniamo a parlare di religioni: prima c’era l’Induismo, poi sono arrivati l’Ebraismo, il Cristianesimo, l’Islam e via discorrendo, fino ad arrivare, tra le altre, al Mormonismo.
Ebbene, l’effetto spiazzante di queste poche righe e di questi collegamenti rendono molto bene il carattere spaesante di Heretic, che parte da presupposti intriganti e incalza in maniere impreviste. Una scelta coerente, che sembrerebbe davvero applicare e accordarsi al discorso della pellicola e così dar ragione al principio di iterazione e influenza (di fatto postmoderna) del suo protagonista, proponendo una variazione paradossalmente originale del filone orrorifico. In particolar modo, dei suoi iconici “weirdo” e maniac, e insieme della sua parentela e vicinanza secolare col tema religioso.
La componente da brivido, più prettamente spaventosa, agghiacciante, è allora espressa solo in e nella teoria: è deputata al dialogo (stimolante, molto denso, scivoloso), ad una scrittura accattivante e suggestiva di calco quasi teatrale, e all’affabulazione, all’abilità espressiva di un indovinato trio di interpreti, composto dalla giovane promessa Sophie Thatcher e dalla quasi esordiente Chloe East nel suo cosiddetto breakout role, anche se a rubare la luce dei riflettori e a riempire la scena ogni volta è uno Hugh Grant senza precedenti nei panni del signor Reed, decostruito e poi (ri)costruito come psycho a partire dalla propria immagine divistica, dal noto e amato prototipo di edonista, canaglia, dallo charme tutto britannico.

L'esito, appunto, è a dir poco spiazzante, per quanto goda di vita breve. Difatti, superato uno dei primi e più importanti crocevia del lancinante gioco di provocazione iconoclasta sottoposto dal padrone di casa, Heretic degenera in maniera incontrollata, tramutandosi in un verboso sollazzo (di)mostrativo che, nell’esporre - o, meglio, spiegare didascalicamente la religione come millenario strumento di manipolazione, informazione di un mondo tutt’oggi imperniato su principi e costrutti misogini - si macchia dello stesso, esatto peccato col suo pubblico: subissato di riferimenti aulici e perlopiù gratuiti, sottostimato, indotto ad un voluto complesso d’inferiorità.
In altre parole, l’artificiosità delle varie confessioni finisce per corrispondere a quella di una pellicola che si incaglia, incerta su come e dove trovare il proprio finale, professando forse la peggiore accezione di quell’ultima e spesso fallace deriva e definizione che è l’elevated horror. Smettendo, allo stesso tempo, di credere nel cinema e nel genere, paradossalmente più vivi e presenti all’inizio (ossia quando si prova a decostruirli), che non in seguito, nel momento in cui si dovrebbe lasciare il posto all’azione, alla narrazione per immagini.
E, se è vero che - per quanto comunque scorrevole e impreziosito da un’eccezionale simbiosi e sintesi tra regia e scenografia - il gioco è bello quando dura poco, allora l’ultimo chiodo (sulla croce) di Heretic sopraggiunge sulle sponde di un finale annacquatissimo e di nolaniana estrazione, idealmente volto a mettere tutte le cose al loro posto e ad instillare il dubbio verso tutto ciò che lo spettatore ha appena visto, ma utile in fin dei conti solo a contestare (per l’ennesima volta, dopo 65 - Fuga dalla Terra) l’effettiva capacità di Beck e Woods nel portare a compimento un buon incipit. Uscendone, ovviamente, illesi.
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