
L'ORCHESTRA STONATA, la musica come misura della vita
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: En Fanfare
USCITA ITALIA: 5 dicembre 2024
USCITA FRA: 27 novembre 2024
REGIA: Emmanuel Courcol
SCENEGGIATURA: Emmanuel Courcol, Irène Muscari, Oriane Bonduel, Marianne Tomersy
CON: Benjamin Lavernhe, Pierre Lottin, Sarah Suco as Sabrina
GENERE: drammatico, commedia
DURATA: 103 min
Presentato in anteprima al Festival di Cannes 2024
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Benjamin Lavernhe e Pierre Lottin sono i talentosi protagonisti de L'orchestra stonata, dramedy di Emmanuel Courcol che ci ricorda che i francesi lo fanno (quasi) sempre meglio. Come prendere un abusato cliché e riuscire comunque a costruirvi attorno un racconto che suona veritiero, autentico, leale. O come il chiaroscuro tra dramma e commedia. Ne risulta un film che non coinvolge certo per virtuosismi o scale complicatissime, quanto piuttosto per la compostezza, la vitalità e la disinvoltura nell’esecuzione.
Non c’è nulla da fare: i francesi lo fanno (quasi) sempre meglio. Cosa, vi starete chiedendo. Ebbene, molto se parliamo di cinema.
Come, ad esempio, prendere un abusato cliché (in questo caso, la scoperta di consanguineo prima ignoto) e riuscire comunque a costruirvi attorno un racconto che suona (pardon) veritiero, autentico, leale. Per non parlare della capacità di mescolare consuetudini e qualità di vari filoni, generi, tipi di film, senza per questo ledere la fluidità e la compostezza dell’opera finita. Un’altra cosa ancora che le produzioni d’oltralpe sanno dosare molto bene è il chiaroscuro ottenuto dalla combinazione tra i picchi di un dramma mai patetico o sensazionalista e quelli di una commedia, dal canto suo, misuratissima, fine, estranea a qualsiasi eccesso e ridondanza di sorta.

Di tutto questo, ce ne fornisce ricordo e dimostrazione L’orchestra stonata, quarto tentativo dietro la macchina da presa dell’attore e apprezzato sceneggiatore Emmanuel Courcol, che proprio nel lavoro con e sugli interpreti riesce ad ergersi oltre la media e incalzare, unire insieme questi tre aspetti fondanti e fondamentali per il proprio esito.
La rising-star della Comédie-Française Benjamin Lavernhe presta infatti il suo talento espressivo - un’inestimabile precisione drammaturgica, un profilo raffinato, e una levità che ne tinge la prova di una spontaneità e scioltezza armoniose e sinuose - a Thibaut Desormeaux, brillante direttore d'orchestra di fama internazionale, cresciuto nei quartieri (e sotto le sottane) della Parigi benestante e sofisticata, al quale viene diagnosticata una grave leucemia che lo costringe ad un trapianto di midollo osseo.
Per quanto improbabile possa sembrare, ad attenderlo vi è però una notizia forse ancor più sconvolgente, ossia che la sorella con cui ha convissuto in tutti questi anni non è davvero sua sorella, e che sua madre non lo ha realmente partorito, bensì lo ha adottato da una famiglia decisamente meno abbiente, di casa nella cittadina metallurgica e operaia di Walincourt. Non bastasse, Thibaut scopre di non essere (stato) nemmeno figlio unico. In quel paesino, ha un fratello biologico, di nome Jimmy (in scena l’egregio Pierre Lottin), rimasto dopo che i genitori affidatari del nostro si rifiutarono di prendere anche lui, adottato e cresciuto da una vicina di casa e amica di famiglia, e oggi impiegato di una mensa scolastica.
Ecco allora che questo sconosciuto diventa l’unica fonte di speranza per il Maestro, il quale parte alla volta dell'Alta Francia. Proprio qui però troverà molto di più: un’altra versione possibile della propria storia, un altro riflesso di sé, un confronto di classe (e di fortune) inevitabile - inclusa una tarda sindrome dell’impostore -, ma anche più musica di quel che presumibilmente si sarebbe immaginato.
I due neoscoperti fratelli condividono invero l’amore per tutto ciò che è note, melodie, suoni. Jimmy - che Thibaut capirà essere dotato del cosiddetto “orecchio assoluto” - suona a tempo perso il trombone nella piccola e scalcagnata banda cittadina e viene a conoscenza della propria genealogia poco prima di partecipare, con tutti gli altri, ad un noto concorso territoriale…

Inutile dire che sarà appunto questa passione spartita a fungere da coadiuvante, mediatore, ingrediente segreto affinché possa avvenire la riconciliazione o, meglio, la (ri)composizione fraterna. Ma è la piega più scontata di una storia che sorprende più per il suo impiego della materia di una vita imprevedibile, di una musica imprendibile e proteiforme (giacché contemporaneamente veicolo, passione, strumento, simbolo, espressione non solo artistica) come pure del cinema, di cui abbraccia chiaramente registri e schegge di vario tipo (oltre al dramedy, la screwball, lo sportivo…), concedendosi peraltro una deviazione socio-realista.
Detto altresì, L’orchestra stonata non coinvolge certo per virtuosismi o scale complicatissime, quanto piuttosto per la compostezza, la vitalità e la disinvoltura nell’esecuzione, ergo nella narrazione di qualcosa che potrebbe sì apparire semplice, ma che Courcol, assistito da un folto pool di sceneggiatori, riesce a rendere unico, irripetibile e, soprattutto, universale; capace di risuonare nei cuori di ognuno.
Un adagio intonatissimo che, col cuore in mano e in vista, mantiene il proprio passo con sicurezza fino ad un crescendo finale e ad una chiusa a cerchio di fronte a cui è praticamente impossibile non cedere. Che ci racconta la bellezza e l’importanza dell’essere stonati, dell’avere ognuno la propria umanità, storia e verità nell’orchestra della vita e, al contempo, nello e per lo spirito di un paese - di cui Thibaut e Jimmy sono emblematiche “prime voci” - ancora capace di sognare e ambire, lottare, cadere e infine rialzarsi per quel che ama. Per chi ama.
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