
SMILE 2, ride bene chi ride... secondo
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Smile 2
USCITA ITALIA: 17 ottobre 2024
USCITA USA: 18 ottobre 2024
REGIA: Parker Finn
SCENEGGIATURA: Parker Finn
CON: Naomi Scott, Rosemarie DeWitt, Kyle Gallner, Lukas Gage
GENERE: horror, thriller
DURATA: 127 min
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Parker Finn torna dietro la macchina da presa per il sequel del suo fortunatissimo Smile, ritrovando quell'equilibrio felice tra high-concept horror e sguaiato B-movie, ma cambiando però la protagonista, pop-diva sulle orme di Britney Spears, e il contesto verso cui indirizzare il discorso, ossia l'industria musicale. Sono però la vertigine, atmosfera e sfrontatezza a farne un horror pop definitivo.
Ride bene chi ride... secondo. Anche se il detto non è proprio quello, è esattamente il caso di Parker Finn, autore de facto (ideatore, sceneggiatore, regista) del fortunatissimo Smile, interessante deviazione nel territorio horror più commerciale e mainstream - e nel filone delle proverbiali “catene di sant’Antonio” - e ora primo capitolo di un nuovo franchise multimilionario. C’è sempre la sua mano dietro Smile 2, nel quale tornano quell’equilibrio precario tra high-concept o elevated che dir si voglia, e sguaiato, finto B-movie, e l’idea di un’entità aliena, di uno spirito maligno che, con sorrisi agghiaccianti, si insinua nella mente e nel corpo, sottoponendo le vittima a visioni terrificanti ed allucinazioni indicibili e facendola sprofondare in una spirale paranoica, psicotica, mortale.
È però raddoppiata la posta in gioco, come pure il budget e l’ambizione del racconto, dove i ghigni sono ancora concepiti alla stregua di una pena del contrappasso dei tempi moderni, ma non parlano più di una società incapace di fare i conti con sentimenti quali la tristezza, l’inquietudine, la depressione, la schizofrenia, l’instabilità mentale, né tantomeno di una forma mentis esasperata e pervertita fino all’inverosimile dai social network e dalla congenita ed insopprimibile necessità di apparire come gli altri vorrebbero.
No, i riflettori sono spostati e puntati sul mondo dello show-business, più precisamente sull’industria musicale. L'occhio, in questo senso, è a Perfect Blue e parentado (Il cigno nero e Vox Lux), e la ricetta originale è declinata per ingaggiare l’armamentario tipico di tante parabole divistiche, e ragionare sui lati oscuri di una fama e celebrità che spesso sfociano in un'idolatria insana, ai limiti del religioso. E quindi: sulla difficile coesistenza di sfera pubblica e privata, sulla fatica (del gioco) delle apparenze , sulla viralità tossica, quando non mortifera, anch’essa aizzata - va da sé - dall’agone mass-mediatico…

Il cambio di protagonista segue di pari passo, inevitabile. Abbandoniamo infatti la psicologa Rose Cotter in favore di Skye Riley, pop-diva (dai contorni à la Britney Spears) di ritorno sulle scene dopo un traumatico incidente e un periodo di riabilitazione dalla tossicodipendenza, che dopo aver assistito all’inquietante (e ridente) suicidio di un suo amico-spacciatore, diventa l’ennesima preda di questa maledizione e del suo misterioso e recondito artefice.
Ecco che i sorrisi funesti dell’anatema vanno a minare l’immagine di sicurezza e tranquillità a cui lei stessa - tenuta sotto stretta e morbosa osservazione da migliaia d’occhi invisibili - deve attenersi in ogni istante, ma finiscono anche per mescolarsi e confondersi con quelli finti, simulati, di circostanza in cui si profonde continuamente l’entourage di persone che la seguono o incontrano nella preparazione e promozione di questo “comeback tour”: dai ballerini agli assistenti, dagli agenti ai fan, senza dimenticare l’oppressiva e severa madre/manager.
È una virata, quella di Finn, che, come potrete constatare, dota la pellicola di una nota di freschezza e vivacità, essenziale nondimeno ai fini della longevità del franchise a cui potrebbe e vorrebbe dar vita. Ma è perlopiù grazie ad un giusto casting e ad un'interpretazione molto intensa e appassionata da parte di Naomi Scott (già Jasmine nell’Aladdin di Guy Ritchie), e ancora ad un’atmosfera ovattata, alienante e molto funzionale, a qualche buona intuizione visiva e ad una spinta immaginifica e iconografica più marcata, ché Smile 2 non solo riesce a scampare al baratro di un intreccio fin troppo diluito, jumpscare facili, e di una parabola (auto)distruttiva e catabasica che si scrive letteralmente da sé, ma anche a superare il predecessore e farsi ricordare. Complice, a tal riguardo, un cliffhanger che compensa la sua prevedibilità con la vertigine e la sfrontatezza di un horror pop definitivo.
Divertente, bastantemente cinefilo (squisiti, in tal senso, il cameo di Drew Barrymore nei panni di sé stessa e l’omaggio allo spettro, all’eredità genetica e artistica di Jack Nicholson), liminalmente concettuale: Smile 2 e il suo autore riusciranno ad avere l’ultima risata?
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