
VENEZIA 81
STRANGER EYES di Siew Hua Yeo - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Mò shì lù
REGIA: Yeo Siew Hua
SCENEGGIATURA: Yeo Siew Hua
CON: Wu Chien-Ho, Lee Kang-Sheng, Anicca Panna, Vera Chen, Pete Teo, Xenia Tan, Maryanne Ng-Yew
GENERE: thriller, drammatico
DURATA: 125 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 7/8
RECENSIONE:
Hitchcockiano fino al midollo, Stranger Eyes del singaporiano Yeo Siew Hua riesce a ritagliarsi una propria identità, inserendo in un agghiacciante intreccio thriller un discorso sulle naturali conseguenze di una (iper)esposizione ormai imprescindibile agli occhi meccanici e automatizzati che affollano lo spazio contemporaneo. E sull'atto del vedere come qualcosa di trasformativo.
Non si contano sulle dita di due, di tre, forse addirittura di quattro mani i film che - da Hitchcock, con le sue macchine di suspense, i suoi noti dispositivi, l’ossessione per la complessità dello sguardo umano e cinematografico - hanno indagato le geometrie e assecondato i risvolti autoriflessivi del vedere e, va da sé, dell’essere visti. In questa densa moltitudine, si inserisce, in maniera abbastanza canonica e “osservante”, Stranger Eyes di Siew Hua Yeo - primo film singaporiano ad approdare ufficialmente in concorso alla Mostra del cinema di Venezia. Un’opera che hitchcockiana, depalmiana, antonioniana (come meglio preferite) lo è fino al midollo. E sin dalla premessa!
Accade che una giovane coppia, da tempo in crisi, viene travolta (si direbbe irreparabilmente) dalla scomparsa della propria bambina. Mentre ancora cercano di raccapezzarsi su ciò che potrebbe essere accaduto, ripercorrendo a ritroso la loro vita “filmata”, i due iniziano a ricevere una serie di strani DVD che contengono immagini rubate della loro vita quotidiana e, con esse, forse verità che né lei né lui vorrebbero venissero mai documentate, catturare e quindi accertate. La polizia mette casa loro sotto stretta sorveglianza nel tentativo di sorprendere il voyeur. Ma è tutto inutile: i video continuano ad arrivare e la situazione si fa sempre più tesa e opprimente. E ancora non sanno che questo osservatore vive letteralmente dall’altra parte della strada…
Iniziamo subito col dire che la riuscita di questo (tentativo di) epigono si deve innanzitutto all’atmosfera sospesa e calibratissima che il regista riesce a instaurare fin dalle primissime inquadrature. Ad una “temperatura filmica” in grado di accordare alla pellicola una propria identità, malgrado l’adesione a coordinate ben codificate che, puntualissime, arrivano a chiedere il conto. Tra rovesciamenti di prospettiva e giochi delle parti, attacchi paranoidi, momenti di puro artificio della tensione, supporti, prolungamenti, potenziamenti, sguardi analogici e digitali, e improvvise dislocazioni del punto di vista (con tutti i twist e le ricadute del caso), la pellicola impiega questo armamentario con gusto, sfoggiando un lavoro accurato, rigoroso, essenziale di messa in scena che lascia spazio a ben poche sbavature.

Eppure, al di là di questo, ciò che realmente distingue e, in un certo senso, tutela Stranger Eyes dalle eventuali accuse di proverbialità e derivatività e, allo stesso tempo, dagli inevitabili complessi di inferiorità, è il forte impianto morale (talora, purtroppo, moraleggiante) con cui Siew Hua Yeo - impegnato anche in scrittura - connota il voyeurismo, suo e dei suoi personaggi. Componente, questa, che oltre a condurre e immergere l’opera dritta nei territori del cinema di Ryusuke Hamaguchi, ne rivela anche l’intento contemporaneo e attualizzante.
Superato tutto ciò che di più teorico è mutuato e giace sotto la superficie delle immagini - organizzate e fissate dalla fotografia di Hideho Urata e poi fatte quasi risuonare dal montaggio di Jean-Christophe Bouzy -, il principale intento di Stranger Eyes è infatti evidenziare, porre di fronte agli occhi dello spettatore le naturali conseguenze di una (iper)esposizione ormai imprescindibile, ineludibile agli occhi meccanici e automatizzati che affollano il moderno paesaggio urbano.
Nello specifico, servendosi di un’agghiacciante storia di famiglie, il film e, con esso, il suo autore si interrogano sui modi in cui l’atto di osservare (e quindi di vivere) le vite degli altri decida delle nostre azioni e della percezione che abbiamo di noi stessi. Dopotutto, oggi come non mai, cancellare quel che abbiamo visto è molto difficile, se non praticamente impossibile. Per di più, in un’epoca di osservazione e “consumo visivo” insieme smisurati e stranianti, la consapevolezza di essere costantemente osservati - sia esso da dietro lo schermo di uno smartphone, dall’obiettivo di una macchina fotografica o da un terminale di sicurezza - non solo spalanca la porta dell’utopia e dell’inquietudine, ma finisce inevitabilmente per manipolare, modificare chi siamo. Quasi si trattasse di uno specchio che ci condanna e limita alla mera immagine che trasmettiamo agli altri, alla finzione, ad una recita costante.
Ne consegue perciò l’idea che vedere non sia un qualcosa di passivo, bensì di riflessivo e trasformativo. Un gioco di simulazione (e dissimulazione) di chi siamo, delle nostre fissazioni, manie, pulsioni, del nostro lato più oscuro e recondito, che ci ingaggia in un circolo vizioso, a discapito innanzitutto della stabilità del nostro essere ed esserci. Ma anche e soprattutto della capacità di vederci e(rgo) riconoscerci negli altri, in coloro che ci circondano. Dello stare veramente nei rapporti, talora guastati irreparabilmente.
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