
VENEZIA 81
BROKEN RAGE di Takeshi Kitano - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Broken Rage
REGIA: Takeshi Kitano
SCENEGGIATURA: Takeshi Kitano
CON: Beat Takeshi, Tadanobu Asano, Nao Ômori
GENERE: avventura, commedia
DURATA: 62 min
Fuori concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 8
RECENSIONE:
Takeshi Kitano fa la sua comparsa alla 81ª Mostra del cinema di Venezia con Broken Rage, un esperimento che restituisce le due anime del cinema, conservando una scintilla anarchica ed estemporanea che ce ne ricorda la grande vivacità creativa.
Takeshi Kitano è tornato. Dopo Outrage, Outrage Beyond e Outrage Coda, il maestro giapponese approda (fuori concorso) alla 81ª Mostra del cinema di Venezia con Broken Rage. Insomma, quel che si dice: un titolo emblematico, perfetto. Difatti, questa sua quarta tra le sue ultime incursioni nello yakuza movie - filone che lo ha portato al successo nel mondo - è appunto un film “spezzato” (ma non per le scazzottate), spaccato esattamente a metà, in due parti del tutto opposte l’un l’altra.
Due film in uno, in breve, volti a restituire, in maniera tanto simmetrica, quanto sintetica, le due anime dell’opera di Kitano. Ad aprire è allora il più classico dei film di mafia giapponese; un noir violento ambientato negli oscuri bassifondi della criminalità che vede per protagonista un vecchio sicario (interpretato dallo stesso Beat Takeshi) che, ritrovatosi incastrato tra la polizia e gangster, si imbarca in una lotta per la sopravvivenza. Tuttavia, superata la soglia dei trenta minuti, il film finisce e ricomincia da capo, “riempiendo” i restanti trenta minuti con la versione comica e parodica di tutto ciò a cui abbiamo appena assistito.
Già soltanto il fatto che un quasi ottantenne Kitano si imbarchi in un progetto simile è motivo di grande simpatia, oltre che di plauso. Dotandosi di mirabile leggerezza e di un’autoironia a dir poco irresistibile, Broken Rage è invero un esperimento, sì, finanziato da una grossa major (Amazon/MGM), eppure in grado di conservare una scintilla anarchica, una cifra gustosamente delirante. È un film decifrabile, riconoscibile e insieme eccezionale e singolarissimo. Ma anche visibilmente estemporaneo, in cerca di un valore esperienziale, quasi si trattasse di un happening, di un atto performativo.
Come un (killer) professionista, il regista libera la propria narrazione e messa in scena di ogni dettaglio superfluo, asciugando, riducendo tutto alla sfera della funzionalità e dell’efficacia, e muovendosi con destrezza verso un obiettivo che può apparire forse semplice, magari banale da mirare, ma che è molto difficile da colpire con una simile precisione.
Non solo, la pellicola ribadisce, in forma abbastanza eclatante, l’innata versatilità e capacità mimetica dell’autore di Tokyo, che nel tentativo di “azzardare un nuovo stile” racconta la stessa storia due (o tre) volte, riuscendo a cambiare registro, atmosfera, finanche lo stile di regia, senza mai snaturare la propria impronta. Distinguendo l’uso di silenzi, dinamiche, volti, inquadrature, corpi, montaggio, effetti sonori, e lasciando inoltre considerevole spazio di manovra all’estro e alla libera improvvisazione degli attori (fra cui citiamo Tadanobu Asano e Nao Ômori).
E sarebbe potuto bastare: Broken Rage sarebbe potuto essere anche solo l’ennesima attestazione di un’incredibile giovinezza nell’approccio e di vivacità creativa. O ancora, l’ultima tacca nella filmografia di un’icona e di una personalità fondamentali per il mondo del cinema che ha pure l’onestà intellettuale di riconoscere e mettere in mostra la propria inabilità, oggi come oggi, di risultare credibile in uno dei suoi soliti film.
Invece no, Kitano non si accontenta di un raro e improbabile divertissement, né tantomeno di un eccentrico esercizio di stile, scegliendo anzi di flettere lo sguardo e le intenzioni del progetto verso le derive, le convenzioni e i vizi contemporanei del racconto audiovisivo. È allora, proprio e soprattutto, in questi termini che Broken Rage punge e graffia con maggior convinzione e intensità, spingendosi in disinvolte e astute provocazioni, facendosi beffa degli sprechi della maggior parte delle produzioni d’oggi: delle inevitabili durate monstre, dei riempitivi a cui spesso ricorrono, dell’accanimento e ipersfruttamento delle idee e quindi della pletora di spin-off (e spin-off degli spin-off); così come dell’insoddisfazione assurda, ridicola, fuori controllo dello spettatore odierno.
Ancora meglio però, Kitano ci consiglia indirettamente una lezione da assoluto fuoriclasse, ricordandoci che, finché ci son le idee, si può anche disporre solo di “cinque dollari e un sogno” e comunque dar vita ad un grande film. Sono le idee a contare davvero, pure quelle più elementari e basilari. Sono loro ciò che rimane; che sopravvive alle maschere del tempo e del cinema.
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