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            5 Settembre 2024
            Iddu Venezia 81 Recensione Cinemando
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            VENEZIA 81

            IDDU di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza - La recensione

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Iddu
            REGIA: Fabio Grassadonia, Antonio Piazza
            SCENEGGIATURA: Fabio Grassadonia, Antonio Piazza
            CON: Toni Servillo, Elio Germano, Daniela Marra, Barbora Bobulova, Giuseppe Tantillo, Fausto Russo Alesi
            GENERE: giallo
            DURATA: 122 min
            In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 7.5

            RECENSIONE:

            Nell’affrontare la figura e la storia del boss mafioso Matteo Messina Denaro, la coppia di registi Grassadonia e Piazza sceglie il registro della tragicommedia farsesca per penetrare nelle viscere del nostro paese e scoprirne la criminalità, l’efferatezza, la depravazione nelle sue (celate, tenebrose) profondità. Con Toni Servillo ed Elio Germano che fanno a gara di bravura.

            Che si siano prodotti e si producano, in maniera spropositata, film e serie riguardanti il mondo mafioso, la sua iconografia, la sua estetica, le sue trame, le sue narrazioni e parabole proverbiali; è un dato di fatto. Molto spesso, per di più, quel che viene presentato e mostrato rasenta la stilizzazione, il cliché, la vanità. Fortunatamente, di questo folto gruppo, non fa parte Iddu, il nuovo film del duo registico Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. Che anzi rappresenta, oltre che l’unica direzione possibile verso cui portare il discorso sul tema, una vera e propria boccata d’aria fresca. 

            Quella che l’incontrastato e spietato boss di Cosa Nostra Matteo Messina Denaro può concedersi per una sola ora al giorno. Siamo “da qualche parte in Sicilia agli inizi degli anni Duemila” ed egli è da tempo latitante. Segregato tra quattro mura, il suo unico contatto col mondo è la donna proprietaria della casa, che gli presta le sue cure e offre i suoi servigi nell’amministrare da distanza il suo impero delittuoso e nel regolare i rapporti con gli affiliati ancora là fuori, attraverso i famigerati pizzini. Un giorno, fra questa insolita corrispondenza, Denaro riceve il messaggio di una persona che non sentiva da tempo. È il fidato (ex-)preside Catello Palumbo, suo padrino d'infanzia, appena uscito di prigione, che gli propone un’offerta molto allettante. Quel che non sa è che l’uomo è stato avvicinato e ingaggiato dai servizi segreti per tendergli una trappola... 

            È un film livido, rarefatto, Iddu di Piazza e Grassadonia, ideale prosieguo del loro Sicilian Ghost Story. Un film, appunto, di fantasmi e spettri. Quelli di un mondo che, varcata la soglia del nuovo millennio, ha iniziato a guastarsi, a degenerare, finanche a morire. E che, per questo motivo, non può più vivere allo scoperto, anzi è costretto a cambiare i suoi metodi, a reinventarsi, mimetizzarsi e rintanarsi nell’ombra per (soprav)vivere e così continuare a proliferare. Un mondo che, in breve, potremmo definire quasi vampiresco. Spettrali, al contempo, sono anche le presenze che continuamente fanno visita a Messina Denaro durante la sua latitanza. Dal ricordo, trasfigurato in sogno, di un padre praticamente prodromico, al richiamo di tutti coloro delle cui morti si è macchiato durante la sua “carriera”, più come segno di obbedienza ad un modello ben preciso, che non per una vera intenzionalità od occorrenza criminosa. 

            Forse però, la vera figura fantasmatica è proprio Iddu stesso, per come Grassadonia e Piazza scelgono emblematicamente di portarlo in scena. Ossia partendo da fatti reali, ma rifuggendo fin da subito una ricostruzione attendibile e filologica e, insieme, una potenziale deriva biopic. Del resto, come dichiarano esplicitamente in esergo, “la realtà è un punto di partenza, non una destinazione”. Immaginato alla stregua di una maschera, di una figura fumettistica o, ancora, di un travestimento (ri)cucito addosso ad un Elio Germano sempre impeccabile, il loro Messina Denaro si converte allora in un ideale plastico, incarnato, la cui invisibilità non fa altro che rinsaldarne la presenza. Nella fatale reliquia esposta, messa in mostra (affinché nessuno dimentichi) in un museo di storia: la nostra. Nella cupa e tetra manifestazione di qualcosa che va ben oltre il singolo ritratto, permettendo ai cineasti di penetrare nelle viscere di un paese, sempre il nostro, al fine di scoprirne la criminalità, l’efferatezza, la depravazione nelle sue (celate, tenebrose) profondità. E rendere al meglio l’impressione di un contesto in cui “il ridicolo uccide di più delle pallottole”.

            Vitale, in tal senso, l’uso indovinato di un registro - scelto quasi per contrappasso (giacché “mio padre non mi ha mai insegnato ad essere spiritoso”) o per esigenze di discrezione - che oscilla tra il farsesco, il grottesco, fino ad abbracciare una dimensione e un orizzonte tragicomici, il cui protagonista incontrastato è il succitato Calogero: un “traditore” piccolo piccolo, primo epigono del Nino Scotellaro della serie The Bad Guy. 

            Interpretato da un Toni Servillo incontenibile ed esilarante (specie quando recita in coppia con una Betty Pedrazzi in gran spolvero), questi si trova costretto a fare squadra con le forze dell’ordine per mancanza di alternative. Non che gli resti poi tanto da fare o in cui sperare. Può solo essere il “rottame” che è, come lo definisce la moglie. O meglio, il riflesso distorto, zombesco, più inetto di un’umanità di per sé vile, spregevole, abietta. Di una realtà naturalmente fondata su un principio di eterno ritorno, dove passato, presente e futuro non contano (più) nulla. Perché nulla cambierà sotto la luce del sole (della Sicilia).

             

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