
VENEZIA 81
APRIL di Dea Kulumbegashvili - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: April
REGIA: Dea Kulumbegashvili
SCENEGGIATURA: Dea Kulumbegashvili
CON: Ia Sukhitashvili, Kakha Kintsurashvili, Merab Ninid
GENERE: drammatico
DURATA: 134 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 3.5
RECENSIONE:
Bastano poche immagini per capire che April di Dea Kulumbegashvili è l’esemplare perfetto di ”film da festival”. Che vorrebbe trattare un tema attuale e importante, ma che è talmente autocompiaciuta nella forma da rinchiudersi in un limbo di disfattismo, irrilevanza, finanche pornografia.
Un corpo deformato, avvizzito, per certi versi inquietante si muove in uno spazio oscuro, asettico, siderale, forse metafisico, che riecheggia le sequenze più visionarie e oniriche di Under the Skin di Jonathan Glazer. In sottofondo il fugace scambio fra due bambine. Segue la ripresa di una strada bagnata da un diluvio battente. Stacco su un parto ripreso in maniera esplicita, nella sua nuda crudezza, che tuttavia non produce alcuna vita.
Bastano queste poche immagini per capire - già nei suoi primi dieci, quindici minuti - che tipo di film sia April della georgiana Dea Kulumbegashvili, che torna dietro la macchina da presa a quasi quattro anni dal suo esordio con Beginning - incentrato sulla moglie di un leader dei testimoni di Geova che deve fare i conti con un attacco delle forze estremiste. E altrettanto basta per prevedere ciò che popolerà le seguenti due ore, tra giri in auto senza meta, tentativi (sempre sulla china di Glazer) di seduzione di uomini conosciuti per caso lungo la strada in cambio di un po’ di sesso occasionale, visite a domicilio, aborti filmati nella loro interezza, recitazione catatonica e artefatta, montaggio asimmetrico e ruvidissimo, sequenze forzatamente criptiche, allegoriche e a dir poco estenunanti, fino ad arrivare agli immancabili pennuti che, dai tempi di Reflection di Valentyn Vasjanovyč, si divertono a sbattere contro le finestre, nell’ultima speranza di richiamare all’attenzione uno spettatore ormai totalmente passivo e inerte.
Finalmente, anche l'81ªMostra del cinema di Venezia ha il suo perfetto esemplare di film da festival, che, attraverso il solito 4:3 dalle chiare volontà claustrofobiche, opprimenti e idealmente immersive, vuole raccontare le costrizioni e i vincoli ai quali sono forzate le donne georgiane, e tratteggiare il profilo di una di loro: una stimata ostetrica che, nel tentativo di aiutarle ad abortire clandestinamente, va incontro ad un vuoto esistenziale, oltre che a severe complicazioni nell'ospedale in cui lavora.
Ebbene, quello che un’altra regista avrebbe inteso come un dramma o un thriller dai risvolti socio-realisti, Kulumbegashvili lo immagina come un’osservazione agonistica e agonizzante sul dolore e sulla nostra possibilità di comprenderlo fino in fondo. Possiamo solo esserne partecipi, essere spettatori impotenti, posti (come la macchina da presa) sempre a fianco all’azione e ai suoi protagonisti. Magari riuscendo a percepirne la gravità, ad indagarne gli effetti, finanche ad astrarlo. Da qui, la figura rugosa e ripugnante di cui sopra, ormai mimetizzata, assimilata, assorbita nella macchia ombrosa, nelle profondità di un’immagine, di un paesaggio, di una nazione.
Tuttavia, la presenza di questo - per quanto elusivo e cerebrale - impianto teorico non riesce a scacciare, ad elidere l’impressione di un’opera che riesce a raccontare soltanto la progressiva scorporazione, l’annientamento e deteriorazione e la crescente apatia di un presente e di un mondo forse destinato a non cambiare mai.
Talmente autocompiaciuta del suo radicalismo, persa nel suo ermetismo e vezzosa nei suoi espedienti, April rifugge invero qualsiasi tipo di discorso (tematico od estetico) realmente inedito e contemporaneo, se non proprio effettivo. Rinchiudendosi in un limbo che oscilla tra il disfattismo, l’irrilevanza e la pornografia (del dolore, del soggetto e di un preciso cliché filmico).
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