
VENEZIA 81
JOUER AVEC LE FEU (THE QUIET SON) di Delphine e Muriel Coulin - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Jouer Avec Le Feu
REGIA: Delphine Coulin, Muriel Coulin
SCENEGGIATURA: Delphine Coulin, Muriel Coulin
CON: Vincent Lindon, Benjamin Voisin, Stefan Crepon
GENERE: drammatico
DURATA: 110 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 5.5
RECENSIONE:
In un contesto e clima politico in cui stanno vincendo estremismi e radicalismi, Delphine e Muriel Coulin indagano le possibili cause e, in particolar modo, le conseguenze di uno stravolgimento tanto profondo nella vita di un giovane ragazzo, e in quella di coloro che lo circondano. Ineccepibile esempio di compostezza drammatica, Jouer Avec Le Feu gioca con Vincent Lindon, ma non col fuoco.
Si apre con una specie di danza, Jouer Avec Le Feu di Delphine e Muriel Coulin. Agitata, disordinata, informe, tesissima: l’(unica) espressione (possibile), la coreografia nervosa di una “generazione perduta”, perlopiù spaesata, disillusa, che non ha sogni, né ambizioni, né tantomeno valori riconoscibili. Una che non crede più in nulla, ma solo nel fuoco del titolo; in un odio e in una rabbia cieche, possibilmente accompagnate da frasi e motti demagogici. Spinta - volontariamente o meno - verso la fine e l’(auto)distruzione.
Di questa stirpe, fanno parte Louis e (soprattutto) Fus, i figli di Pierre, ferroviere cinquantenne originario di Villerupt, nella Lorena, rimasto da tempo vedovo. Il primo, il più giovane, sta per prendere il diploma e cominciare un nuovo capitolo della propria vita a Parigi, dove frequenterà nientemeno che la Sorbonne. L’altro, invece, è praticamente l’opposto: sta diventando sempre più schivo, silenzioso e assente, ha abbandonato la carriera scolastica, e da qualche tempo ha iniziato a frequentare compagnie poco raccomandabili, affascinato dalla violenza e da idee molto vicine al mondo dell’estrema destra militante. Il genitore cerca di mantenere il controllo e l’equilibrio, nel tentativo ultimo di riportare il maggiore sulla retta via dell’amore e della famiglia. Un giorno, però, la tragedia si inserirà prepotentemente nelle vite di tutti loro…
“Continuerei a voler bene a mio figlio se sviluppasse idee diametralmente opposte alle mie? Resterebbe mio figlio o il cambiamento sarebbe tale da trasformarlo in un estraneo da ripudiare? Siamo in grado di perdonare proprio tutto?” In un contesto e clima politico in cui stanno vincendo estremismi e radicalismi, sono queste le domande che spingono il duo registico ad investigare le possibili cause e, in particolar modo, le conseguenze di uno stravolgimento tanto profondo nella vita di un ragazzo al crocevia della maturità, e in quella di coloro che lo circondano. Perlomeno in forma teorica, Jouer Avec Le Feu è dunque una storia familiare che vorrebbe tradursi però anche in una riflessione sull’attualità di una nazione intera.
Cosa che, purtroppo, è vera soltanto a metà: prevedibilmente, la pellicola si rivela infatti molto più interessata al piccolo dramma intimo e casalingo, che non ad un discorso e ad un afflato socio-realistico, il quale, per l’appunto, viene tenuto fuori campo. O, al massimo, ai margini dell’inquadratura, accennato o mostrato fra un segmento e l’altro, relegato allo schermo di un laptop, le cui immagini servono però solo(!) ad alimentare i contrasti, le dinamiche di sospetto e preoccupazione del padre di famiglia, definito e definitivo protagonista del racconto.
Non a caso, ad interpretarlo, vi è un Vincent Lindon solido e misuratissimo che, al solito, fa suo il film, stagliandosi su tutto e tutti, spadroneggiando con la complicità dell’istanza narrante, e arrivando ben presto a convertire l’operazione in una ratifica della propria impronta attoriale e immagine divistica, del suo essere - ad oggi e a seguito delle collaborazioni con Stéphane Brizé - il solo ed inimitabile idolo, eroe integerrimo e protagonista affidabile di un cinema (d’impegno) borghese. In tal senso, se Lindon non sembra allontanarsi più di tanto dal solco della sua ultima filmografia, a sorprendere e offrire un ricambio di forze ed energie sono allora Benjamin Voisin (già notevole in Illusioni perdute di Xavier Giannoli) e l’esordiente Stefan Crepon. Questi interpretano con disarmante naturalezza e pari bravura un copione che, concentrato com’è sulla co-star adulta, rischia talora di ridurli a funzioni narrative dalla parabola abbastanza programmatica.
Schematico, del resto, è tutto Jouer Avec Le Feu: dalle prime avvisaglie al grande monologo (o sermone paternale e moralista) finale che invoca a gran voce nomination e premi; ineccepibile esempio di compattezza e compostezza drammatica e rigore formale, il cui più grande limite - al di là della ridondanza nell’impiego di alcuni espedienti e nell’allestimento di certe sequenze - sta proprio in questo suo prendersi ben pochi rischi.
Puntare su un usato sicuro, accontentandosi di un tema urgente, a costo di trascurare il cinema, sia esso grande o meno. Senza giocare (per davvero) col fuoco.
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