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            2 Settembre 2024
            I'm Still Here Venezia 81 Recensione Cinemando
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            VENEZIA 81

            I’M STILL HERE di Walter Salles - La recensione

            SCHEDA

            TITOLO ORIGINALE: Ainda estou aqui 
            REGIA:  Walter Salles
            SCENEGGIATURA: Murilo Hauser, Heitor Lorega
            CON: Fernanda Torres, Selton Mello, Fernanda Montenegro
            GENERE: drammatico
            DURATA: 135 min
            In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia

            VOTO: 8-

            RECENSIONE:

            Fernanda Torres troneggia in I’m Still Here, il ritorno al cinema del brasiliano Walter Salles, che per l’occasione affronta una storia che conosce molto da vicino, approcciandovisi nella maniera più delicata e rispettosa possibile. Peccato per un finale troppo diluito che perde la sua naturale elevazione.

            Quel che permette a I’m Still Here del brasiliano Walter Salles di emergere e farsi notare nel nugolo di opere (necessarie ed espressamente di denuncia) che trattano e affrontano il tema della sparizione forzata sono, da un lato, la sua sceneggiatura - firmata da Murilo Hauser e Heitor Lorega - e dall’altro l’approccio adottato nei confronti di una storia, raccontata dal figlio della protagonista in un romanzo dal titolo omonimo, e che il regista conosce molto da vicino. 

            Quella di Eunice Paiva, madre di cinque figli nella Rio De Janeiro del 1970, nel bel mezzo della dittatura militare che, in quel preciso momento, vedeva a capo Emílio Garrastazu Médici. Da un giorno all’altro, la donna si vede portare via il marito dai soldati, che lo interrogheranno, imprigioneranno, per poi farlo sparire nel nulla. L’accusa è di complicità e cospirazione con le forze ribelli e sovversive, queste ultime responsabili di decine di rapimenti di funzionari politici. Nella fattispecie, il film si concentra sul tentativo, da parte di Eunice, di tenere salda, in equilibrio la propria famiglia, e scoprire - una volta constata l’impossibilità di poter riabbracciare il consorte - cosa sia realmente successo, che fine abbia fatto, al fine di avere una sorta di chiusura, di “reinventarsi”. 

            Coadiuvato dai suoi due co-sceneggiatori, Salles mette in scena questa vicenda di coraggio, forza e resilienza nella maniera più rispettosa possibile, procedendo con delicatezza e sottigliezza nella ricostruzione di una tortura (in)visibile, di anni vissuti in compagnia di un vuoto doloroso e impossibile da colmare. I’m Still Here non cerca mai una drammaticità forzata, la lacrima facile: usa il mezzo cinematografico e piega la percezione spettatoriale secondo itinerari imprevisti, insoliti. 

            Ritorniamo pertanto alla forza della narrazione di Hauser e Lorega, che apre addentrando lo spettatore nelle dinamiche interpersonali dei Paiva, raccontandoci un’armonia familiare fatta di pomeriggi al mare, feste tra amici, partite a backgammon, tuttavia segnata da un segreto: quello di papà Rubens, ex-deputato laburista. Quello che provocherà poi la rottura di quell’ordinario idillio - rappresentato forse con una leggera e ingenua artificiosità da Salles. E che porterà alla sparizione, insieme ad un frasario di ricerche, insabbiamenti e dissotterramenti che il copione anticipa, suggerisce, propone, inserisce fin da subito nel contesto domestico e quotidiano, con accezioni ovviamente altre. 

            E poi qualcuno bussa alla porta: sono un gruppetto di militari in borghese, i quali arriveranno ad incarcerare, per un breve periodo di tempo, anche la stessa Eunice per via del legame di parentela col destinato colpevole. In questo preciso segmento, I’m Still Here si trasforma quasi in un home invasion, che Salles orchestra con lucidità e nerbo, tenendo sempre alta la tensione. 

            Man mano però che ci si avvicina ai titoli di coda (e, purtroppo, ad un accumulo di possibili finali), la pellicola rivela definitivamente la propria natura di ritratto e sentito omaggio, lasciandosi guidare dalle musiche di Warren Ellis e dalla portentosa prova di una Fernanda Torres in sottrazione, capace - con un semplice mutamento di sguardo, l’accenno di un sorriso, o una parola pronunciata in questo piuttosto che in quell’altro modo - di rendere visibili le ferite sommerse, di lasciar intravedere e intuire perfettamente il baratro profondo di una donna: specchio morale di una nazione che non ha dimenticato. Che non dimenticherà mai.  

             

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