
VENEZIA 81
EL JOCKEY (Kill the Jockey) di Luis Ortega - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: El Jockey
REGIA: Luis Ortega
SCENEGGIATURA: Luis Ortega, Rodolfo Palacios, Fabián Casas
CON: Nahuel Pérez Biscayart, Úrsula Corberó, Daniel Giménez Cacho, Mariana Di Girolamo, Daniel Fanego, Osmar Núñez, Luis Ziembrowski
GENERE: drammatico, sportivo
DURATA: 97 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 8+
RECENSIONE:
Luis Ortega approda in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, partendo dal concetto di anima platonica (e di idee) e di oblio e dimenticanza nella sua più classica accezione, per affrontare di petto l’attualissimo tema dell’identità di genere. El Jockey è un film che si trasforma e prende consapevolezza (della parte più profonda di sé) insieme al suo memorabile protagonista, interpretato da un Nahuel Pérez Biscayart eccezionale.
Morire per poi rinascere. Dimenticar(si) per trovare l’idea di sé stessi. Sono il concetto di anima platonica - una sostanza semplice e incomposta, come le idee, e dunque immortale, “che prima di essere imprigionata in un corpo mortale, si trova nel mondo delle idee dove conosce le idee stesse e la verità assoluta” - e l’oblio e la dimenticanza per i greci associati al fiume Lete, l’imprevista origine del viaggio parimenti inatteso di El Jockey (Kill the Jockey), il film con cui la giovane promessa argentina Luis Ortega irrompe nel concorso della 81ª Mostra del cinema di Venezia, affrontando di petto il tema dell’identità di genere.
Nessi e parallelismi singolari, degni tuttavia di una pellicola che pare l’incrocio tra Kaurismäki: i suoi primi piani, i silenzi, le inquadrature fisse, i colori (fotografati da Timo Salminen, sodale direttore della fotografia del maestro finlandese), le atmosfere alienate, assurde, spaesanti; la focosa latinità e queerness dei deseos melò di Almodóvar, con un pizzico di perturbante e morboso tanto caro a certo cinema più “polare”. Un’opera che - cosa ancor più sorprendente - riesce a dare una linearità, un senso - per quanto potenzialmente cerebrali - ad un calderone di spunti che, in mani differenti, sarebbero potuti risultare pretestuosi, oltre che caotici.
Di questo, va riconosciuto il merito anche all’indovinatissima scelta di Nahuel Pérez Biscayart nel ruolo del protagonista. Col suo speciale fisic du role, una fisicità androgina e lineamenti enigmatici, egli dà letteralmente corpo all’idea del film, che segue le orme di Remo Manfredini, un fantino leggendario, recentemente caduto in disgrazia e in un comportamento autodistruttivo che sta cominciando a metterne in ombra il talento e a repentaglio la relazione con la fidanzata Abril (una Úrsula Corberó senza infamia e senza lode al suo esordio cinematografico). Il giorno della gara più importante della sua carriera è vittima (intenzionale) di un grave incidente. Malgrado i suoi valori siano “incompatibili con la vita”, egli misteriosamente si risveglia e, indossando abiti da donna, fugge dall’ospedale e vaga per le strade di Buenos Aires. Libero dalla propria identità, inizia a scoprire il suo vero io. Ma il boss mafioso Sirena è determinato a stanarlo, vivo o morto…
Non bastasse l’intuizione di base del copione scritto dallo stesso Ortega insieme a Rodolfo Palacios e Fabián Casas, il regista fa della transizione, del dinamismo, dell’idea secondo cui “nessuno è nessuno”; insomma, dei tratti caratteristici e caratterizzanti il suo protagonista, la cifra specifica di un’opera che muta di pari passo con lui. In tal senso, proprio come Remo - dapprima mediato dal cinema, ingabbiato, più precisamente, in un look fuoriuscito da un film underground statunitense anni ‘70 -, El Jockey parte come irrefrenabile divertissement “a cavallo” tra tutti i modelli di cui sopra (ai quali si sommano pure i fratelli Coen), solo per spingersi altrove.
Tutt’al più, l’impressione iniziale è quella di un esercizio di stile gustoso e certosino, forte di un’energia contagiosa, gag che dal già citato Kaurismäki si spingono indietro fino ai bagliori slapstick di Buster Keaton, e di un mondo alieno, irreale. Di una strampalata e viscerale caverna platonica da cui mirare un traguardo che è anche una (nuova) corsa. La stessa da cui, in seguito, fuoriesce anche El Jockey, svelando la sua vera e profonda identità e la sua attinenza col nostro presente e la sua attualità. “Scoprendosi” infine come una delle pellicole più intelligenti e originali passate in concorso al Lido di Venezia negli ultimi anni.
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