
VENEZIA 81
BABYGIRL di Halina Reijn - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Babygirl
REGIA: Halina Reijn
SCENEGGIATURA: Halina Reijn
CON: Nicole Kidman, Harris Dickinson, Antonio Banderas, Sophie Wilde, Esther McGregor
GENERE: thriller, erotico
DURATA: 114 min
In concorso alla 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 4
RECENSIONE:
Nicole Kidman torna ospite alla Mostra del cinema di Venezia con Babygirl, un thriller erotico in cui fa coppia con Harris Dickinson. La loro chimica (attoriale) è l’unica cosa che abbia davvero un perché in un Saltburn ninfomane e ipersessuato che reitera una logica produttiva che vorrebbe fare provocazione, ma è semplicemente irrilevante.
Romy è l’affermata e stimata CEO di una società specializzata in robotica e automazione che conduce una vita apparentemente senza sbavature, perfetta. Normale. Ha un marito, Jacob, che la ama, due figlie che sono il centro del suo mondo, un gigantesco appartamento da cui domina tutta la città e un’altrettanto grande casa di campagna dove tutti e quattro trascorrono i propri weekend. Lei è quel che si dice la “donna che non deve chiedere mai”. Che si è ricavata la propria posizione in un mondo di uomini che, come spesso accade, hanno fatto di tutto per metterla in difficoltà. Eppure, di notte, subito dopo aver fatto sesso con Jacob, si nasconde nel suo studio e si mette a masturbarsi, guardando un porno. Avete capito: anche se tutto sembra andare al meglio, Romy non è più, forse non è mai stata appagata della propria vita sessuale. Addirittura, potrebbe non aver mai raggiunto l’orgasmo col partner. Cosa che non fa che ingigantire una ”scatola nera” piena di fantasie proibite che non avrebbe mai il coraggio di confessare a nessuno. Questo, finché un giorno in azienda non si presenta Samuel, un giovanissimo stagista che cattura fin da subito l’attenzione della nostra.
Potete dedurre da voi il resto della sinossi di Babygirl, il terzo film dell’attrice, ora regista olandese Halina Reijn, che segue il drammatico Instinct e la fortunata horror comedy Bodies Bodies Bodies, facendola approdare in concorso alla 81ª Mostra del cinema di Venezia. E sarà per l’appunto un istinto indefinito ma lo stesso irresistibile a spingere capo e dipendente nelle rispettive braccia, e a trascinarli di lì a poco in una relazione clandestina e sadomasochista. In una vera e propria attrazione fatale grazie a cui lei - pur con un’iniziale riluttanza - avrà finalmente l’occasione di sperimentare tutte quelle voglie e quei fetish che da tempo ristagnavano nella sua mente.
È proprio un’attrazione o, meglio, una chimica fatale quella che una Nicole Kidman che rimane nel suo (e nella china di Eyes Wide Shut) e Harris Dickinson hanno trovato sul set di Babygirl. D’altronde, le loro schermaglie sono forse la sola componente valida che la pellicola di Reijn ha da offrire al suo pubblico. Parliamo infatti di un film affetto da innumerevoli vizi e aberrazioni, a partire da un intreccio che, come sopra, sembra davvero scritto da una delle macchine che vediamo all’opera nel magazzino della compagnia di Romy. Chissà, magari Reijn voleva “risparmiare il proprio tempo”.
Facili ironie a parte, questa prevedibilità e poca originalità della storia proposta è sintomo evidente dell’adesione di Babygirl ad una logica produttiva ed editoriale, quella di A24 (che compare, sì, come sola distributrice, ma permane e si manifesta comunque nella sodale figura produttiva di David Hinojosa, suo fedele “adepto”), che seguita a rifarsi e riprendere idee, tipi di cinema, forme e formule estetiche ormai storicizzate, senza però decostruirle, bensì attualizzandole e aggiornandole quel minimo (pretestuoso) che basta per rilanciarle come supposte provocazioni postmoderne. Ma, anche nel caso di Reijn, sarebbe meglio parlare di semplice, banale mancanza di spunti e intuizioni. Di un capriccio se preferite, che subisce tra l’altro la schietta raffigurazione di sesso e nudità (soprattutto maschile). A testimoniarlo, una pletora di sequenze che cercano, ma scambiano lo sconcerto, lo scandalo, l’effetto shock del vedere rappresentate perversioni, la nostra parte più inconscia; per momenti alquanto imbarazzanti.
Non il massimo per un’opera che, tra i suoi difetti, conta pure l’incapacità di dosare e darsi un tono, un’identità ben definiti. Ecco allora che la tensione naturale che scaturisce dal potere e dalla manipolazione di cui può caricarsi il sesso e tutto ciò che gli è affine, si tramuta in sguaiate e copiose risate degne della miglior commedia, più che del ritratto, tutt’al più satirico, della “dualità” e delle “forze contrapposte che compongono le nostre personalità”, come dichiara la cineasta. E, rimasto con un pugno di piccole, grandi bugie e poco altro, volendo di una Kidman che spoglia (e autosabota) la propria immagine divistica, questo Saltburn ninfomane, ipersessuato si trascina fino ai titoli di coda - a forza di immagini patinate e assolutamente trascurabili, momenti che flirtano fino a tramutarsi in videoclip su musiche martellanti, e un balletto di Harris Dickinson pronto per essere compattato e spalmato sui feed social, al pari di quello di Barry Keoghan nel succitato film di Emerald Fennell - senza aver nulla di davvero significativo o proprio da dire.
Insomma, non fosse per uno sguardo eufemisticamente ambiguo: per certi versi reazionario e moraleggiante, per altri (specie per come sviluppa la protagonista) corrente e conforme all’attualità del racconto audiovisivo; Babygirl potrebbe essere quasi il film perfetto per il proprio e il nostro tempo. Quello che ci meritiamo, irrilevanti come siamo e irrilevante com’è.
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