
VENEZIA 81
BEETLEJUICE BEETLEJUICE di Tim Burton - La recensione
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Beetlejuice Beetlejuice
USCITA ITALIA: 5 settembre 2024
USCITA USA: 6 settembre 2024
REGIA: Tim Burton
SCENEGGIATURA: Alfred Gough, Miles Millar
CON: Michael Keaton, Winona Ryder, Catherine O'Hara, Jenna Ortega, Monica Bellucci, Willem Dafoe, Justin Theroux, Burn Gorman
GENERE: commedia, fantastico, orrore
DURATA: 104 min
Film d'apertura, fuori concorso, della 81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia
VOTO: 7.5
RECENSIONE:
Tim Burton apre l'81ª edizione della Mostra del Cinema di Venezia con l'atteso sequel e revival del suo secondo film. Beetlejuice Beetlejuice è una spassosa, consapevolissima e, di conseguenza, (auto)ironica danse macabre sulla carcassa di un tempo mortifero, alla faccia del cinismo da social network, delle riduzioni da catalogo streaming e delle comodità produttive. Quel che si dice un ritorno di forma.
La fossa è stata scossa. E Tim Burton, probabilmente, è stato posseduto da uno spiritello molto cattivo, decisamente più vecchio di quello con cui si ritrova a distanza di quasi quarant’anni in Beetlejuice Beetlejuice, di fatto il suo ritorno sul grande schermo dopo un "periodo di riflessione". Questo spiritello monello altri non è che uno dei due più noti, definiti e definitivi. Uno che si aggira ovunque, assumendo svariate forme, connotati, connotazioni. È la Morte, in poche parole, a guidare l'anticipatissimo sequel e revival (da lui co-prodotto, oltre che diretto) con il quale ha l’occasione di aprire - fuori concorso - l’81ª edizione di quel Festival di Venezia che, nel 2007, riconobbe la grandezza, l’importanza, la singolarità del suo cinema con un Leone d’oro alla carriera.
Ebbene, qualcuno potrebbe giustamente controbattere che già il primo Beetlejuice o, meglio, la sua idea di base era fortemente legata a simili temi e atmosfere. Del resto, è abbastanza prevedibile che si parlasse di morte in un racconto che, per l'appunto, prendeva le mosse dal decesso imprevisto e un po' "silly" di due neoconiugi, che - al fine di spezzare la maledizione che, in quanto fantasmi, li teneva legati alla loro vecchia casa - facevano visita ad una versione schizzata e iperburocratica dell’Aldilà, salvo poi cadere preda del nostro spiritello imbroglione, col conseguente carico di dispetti ed esilaranti cattiverie.
Ciò nondimeno, seppur corretta, tale osservazione non terrebbe conto del fatto che, ad informare e rianimare Beetlejuice (Beetlejuice), sia in realtà una Morte distinta, meno spiritosa e più spirituale. Quella che sente un bambino cresciuto chiamato a fare i conti, nel suo piccolo, con una carriera in fase calante più o meno da un decennio (da Miss Peregrine a Dumbo, per intenderci), ripresasi, quantomeno in termini di successo, grazie al lavoro sulla serie Netflix Mercoledì; e, in un’ottica più generale, con ciò che lo circonda. Con una contemporaneità sofferente e angosciante e un’umanità in partenza verso il Grande Ignoto. Lanciata, insomma, verso un inevitabile (auto)distruzione. E, dal momento che “l’arte (può solo) imita(re) la vita”, non correggerla, figurarsi eludere qualcosa che, di nome e di fatto, non può essere eluso, tanto vale perseguire “l’arte del dolore”. Il che non significa piangersi addosso o rifugiarsi nella nostalgia (sentimento e filosofia a cui si potrebbe presumere Beetlejuice Beetlejuice possa aderire), bensì utilizzare una materia - narrativa, iconica, estetica - eminentemente nostalgica come antidoto ad una realtà ammantata in un gigantesco sudario da lutto.
Con la sua carica sovversiva e anarchica (per fortuna) intatta, anzi riaccordata su tensioni e motivi prettamente attuali, lo spiritello porcello diventa così il catartico mezzo di cui si serve Tim Burton per esorcizzare l’oggi e le sue ciniche normalità, e smembrare un realismo talmente prepotente da star pian piano superando la gioiosa illusione della finzione. Una realisticità talmente agognata da deteriorare ciò che di fantasioso, assurdo, creativo, inspiegabile ancora ci può essere da sperimentare, raccontare, disegnare, mostrare…
Quel che ne deriva è una spassosa, consapevolissima e, di conseguenza, (auto)ironica danse macabre sulla carcassa di un tempo mortifero, alla faccia del cinismo da social network, delle riduzioni da catalogo streaming e delle comodità produttive. Una pellicola le cui impreviste intenzioni teoriche - di cui bisogna dar credito pure agli sceneggiatori Alfred Gough e Miles Millar - sono da ricercare nella filigrana di un’avventura posseduta dai caratteri, dall’indole e dai battiti di colui che lo intitola: tanto indiavolata, frenetica, inarrestabile, spiritosa, quanto squilibrata e scomposta. Difetto, quest’ultimo, che eredita direttamente dal film originale, dove l’inesistenza di una vera e propria struttura narrativa era, in un certo modo, sintomo e conseguenza di quel suo essere dirompente.
Beetlejuice Beetlejuice non dialoga però soltanto con il suo consanguineo, ma si appella a tutto lo spettro e percorso burtoniani, ritrovando mondi (la riscoperta claymation piuttosto che l’omaggio al gotico italiano di baviana memoria) e sonorità (dai pezzi di Donna Summer, Bee Gees e Richard Marx alle composizioni originali e riarrangiamenti del sodale Danny Elfman, qui in grandissimo spolvero) fra le più disparate.
Nell’attualizzazione di cui sopra, rientra inoltre la scelta di sostituire il confronto sociale, di costumi e umano del primo capitolo, con uno, sì, umanissimo, ma generazionale. Difatti, l’intreccio immaginato da Gough e Millar ruota attorno al rapporto (da ritrovare e ricostruire) tra la nostra Lydia Deetz (una Winona Ryder quasi di decor), la gioventù new age di ieri, costretta a vivere nell’ombra di passati traumi irrisolti; e la figlia Astrid (una Jenna Ortega purtroppo inscindibile dalla sua Mercoledì Addams), la teenager d’oggi, che vive il presente in maniera talmente intensa, assoluta e ostile da perdere di vista la propria vita, inclusi coloro che le stanno accanto.
Ad aiutarle (per davvero o, più facilmente, nel tentativo di ostacolarle) una profluvio di personaggi - chi più, chi meno riuscito; chi più e chi meno utile nell’economia della narrazione - portati in scena da un cast stellare, diretto in maniera inconfondibile. Nella fattispecie, laddove la presenza di Monica Bellucci nei panni della vorace ex-moglie di Beetlejuice è spiegabile ma alquanto superflua, sono una gustosa Catherine O’Hara nuovamente nei panni dell’artista materialista Delia Deetz, un Justin Theroux perfetto nei tempi e nelle espressioni, e un Willem Dafoe divertitissimo capace, col solo apporto della sua interpretazione, di fare del proprio Wolf Jackson (un detective ultraterreno, attore-stuntman in vita, alla stregua di Van Damme o Lee Marvin: un personaggio chiave ai fini della natura teorica e metatestuale del racconto) la proverbiale, vera gemma nascosta del film. Senza dimenticarci, ovviamente, di Michael Keaton, il quale, dal canto suo, dota questo ritorno ad una delle maschere che lo hanno consacrato nell’immaginario collettivo di una scioltezza e di un dinamismo tali che pare non sia trascorso un singolo giorno da quel 1988.
Ed è questo, senza ombra di dubbio, il sortilegio meglio riuscito di Beetlejuice Beetlejuice, che non è il temuto strascico di Mercoledì, ma un atteso ritorno di forma per Tim Burton, che rassicura lo spettatore in un finale stonato, ma tinto di candido ottimismo. Per lui, gli incubi non sono finiti.
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