
ALIEN: ROMULUS HA LA "MIRA ASSISTITA"
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Alien: Romulus
USCITA ITALIA: 14 agosto 2024
USCITA USA: 16 agosto 2024
REGIA: Fede Álvarez
SCENEGGIATURA: Fede Álvarez, Rodo Sayagues
CON: Cailee Spaeny, David Jonsson, Archie Renaux, Isabela Merced
GENERE: horror, fantascienza
DURATA: 119 min
VOTO: 7+
RECENSIONE:
Ridley Scott produce un ritorno della saga di Alien al 1979, alle origini, alla sua semplice e viscerale paura dell'ignoto, e sceglie Fede Álvarez per dirigerlo. A metà tra riproduzione e rigenerazione, Alien: Romulus cade velocemente preda di una profonda contraddizione (concettuale ed editoriale) che ne fa il più interessante e insieme il più pigro e confortevole dei reboot.
Nell’affollato panorama audiovisivo contemporaneo, c’è ancora spazio (profondo e vitale) per Alien? Nel mondo di oggi: iperconnesso, ipermediale, in cui l’informazione è controllata, manipolata, alterata; può avere un senso l’esistenza di “una creatura venuta dallo spazio”, da sempre incarnazione eccellente della primigenia paura dell’ignoto?
È lungo le coordinate di questi interrogativi e pensieri che si muove Alien: Romulus, settimo capitolo del franchise sci-fi thriller nato sul finire degli anni ‘70 dalle menti di Dan O'Bannon e Ronald Shusett, poi visualizzato e reso iconico dal design di Hans Ruedi Giger e dalla metodica visceralità regista di uno sbarbato Ridley Scott. Che, dopo l’opera di sovrascrittura ed espansione mitopoietica dei più recenti prequel: i contestati e controversi Prometheus e Alien: Covenant; produce e decide - di concerto con Michael Pruss e Walter Hill - di tornare a quel 1979, ossia alle radici (se non narrative, quantomeno) spirituali e filologiche della serie, individuando in Fede Álvarez il capitano più adatto per questa spedizione. Questi, dal canto suo - memore della simile incursione nell’eredità di un’altra intoccabile istituzione del pantheon horror (il remake de La casa, suo esordio effettivo, benedetto da Sam Raimi) -, si lascia assistere dal fido Rodo Sayagues nella stesura di un soggetto e di un copione volti a rivedere e rispolverare le fondamenta della saga, mantenendo tuttavia un occhio, uno sguardo e una postura sempre molto fedeli e mimetici.
Interposto idealmente fra l’originale di Scott (con cui dialoga in forma esplicita) e il suo seguito (ossia l’Aliens di James Cameron), Romulus è un’opera in tutto e per tutto figlia dei suoi (ergo dei nostri) tempi e - va da sé - dell’ondata nostalgica dalla cui morsa il cinema occidentale e, in primis, Hollywood pare non riescano proprio a liberarsi. Per rispondere dunque ai quesiti in apertura, quella di Álvarez può dirsi un’esperienza in bilico tra il museale e il feticistico. Un tentativo tanto di riproduzione, quanto di rigenerazione e aggiornamento delle due pellicole nel cui intervallo temporale si va a collocare.
Se da un lato infatti ci troviamo di fronte ad una sintesi, un compendio, una coniugazione di relative estetiche e approcci - col thriller di variazione (e suspense) hitchcockiana che si fonde, in maniera sinergica e omogenea, con l’action più spettacolare -, il film si informa anche su un (ri)cambio e collaudo generazionale che solletica, si interseca e compenetra a tal punto col linguaggio, le possibilità sensoriali e interattive, le appropriazioni (indebite) del medium videoludico (nei confronti del cinema, dai long-take alle soggettive), ché lo si può facilmente intendere come crito-remake di Alien: Isolation - avventura survival-horror anch’essa molto legata al primissimo capitolo, fondata precipuamente su una valorizzazione inedita e immersione totale nel tessuto scenico e scenografico della saga, delle sue ambientazioni e del suo ecosistema.

Derivata e riproposta altresì nello scarto fra l’intenzione di un autore (o pseudo-tale) - del quale si comincia a intravedere una cifra, come dimostrano l’operazione di “rilancio & ringiovanimento” di un franchise storico, una descrizione accurata e un uso divertito e divertente di angusti spazi diegetici e, in particolare, una virata weird, da B-movie, sul finale simile a quella del primissimo Man in the Dark - e l’urgenza di una produzione che invece mira e vuole comprensibilmente rivolgersi ad un pubblico il più ampio possibile; ebbene, questa sua doppia natura (editoriale e concettuale) abbandona Alien: Romulus ad un inestricabile vizio di fondo. Ad una profonda contraddizione che lo rende agilmente il più interessante e insieme il più pigro e confortevole degli sforzi.
Curioso, a tratti sofisticato, il film di Álvarez lo è per come - alla stregua di quanto fatto ne La casa con quella di MTV - riplasma il canone e la cosmogonia di Alien ad immagine e somiglianza della generazione di TikTok, la cosiddetta Gen-Z, costretta a pagare gli errori e/o a seguire le orme dei propri padri. Una per cui il futuro è purtroppo già segnato (in questo caso specifico, definito pure drammaturgicamente da un film del passato!). In tal senso, accordati sull’essenza e i ritmi dei protagonisti del loro racconto, gli sceneggiatori amplificano (a costo di peccare di ridondanza) il motivo della discriminazione, sopprimono ed elevano a testo qualsiasi non-detto (fra cui l’implicito reame di simbolismi sessuali), e non si accontentano (del protagonismo) di una mera - per quanto imprescindibile - reincarnazione dell’idolo, dell’immagine, dell’anima precorritrice della Ripley di Sigourney Weaver. In un ruolo significativo più per lei che per lo spettatore, Cailee Spaeny viene così messa arditamente in secondo piano, anzi quasi depotenziata a favore del carismatico (e puramente scottiano) sintetico - quest'ultimo portato in scena da un David Jonsson che dà prova di uno strepitoso diaframma espressivo.
Allo stesso tempo, è anche vero che Romulus ingaggia il passato e il mondo di Alien con una certa inerzia, soffrendo di una sudditanza che è la somma di un chiaro complesso di inferiorità e di una forte ansia da prestazione. E che lo costringe non solo a rispettare lo spirito analogico dell'originale (peraltro abbandonato dell'ultimo Scott), ma soprattutto a ricadere pedissequamente in un’usurata routine narrativa con (perlopiù) le sue solite e prevedibili metamorfosi.
Insomma: una scintilla prometeica che si riduce ad un film “con la mira assistita”. Non certo la creatura perfetta e integra che si spererebbe, ma senz’ombra di dubbio un efficace esercizio di thrilling. Un più che dignitoso viaggio-simulacro nei e dei ricordi di un immaginario del quale nessuno è mai riuscito a scoprire e clonare davvero il codice genetico.
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