
LA MEMORIA DELL'ASSASSINO È A BREVE TERMINE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Knox Goes Away
USCITA ITALIA: 4 luglio 2024
USCITA USA: 15 marzo 2024
REGIA: Michael Keaton
SCENEGGIATURA: Gregory Poirier
CON: Michael Keaton, Al Pacino, Marcia Gay Harden, James Marsden
GENERE: thriller, poliziesco, drammatico
DURATA: 114 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Michael Keaton fa la sua riapparizione dietro la macchina da presa a quindici anni dal suo esordio, e lo fa nel segno di un neo-noir intimistico e idealmente arguto di cui è anche protagonista. Scordatevi però la brillantezza di Hit Man, La memoria dell'assassino (fin dal titolo e dall'insolita quantità di produttori) è un film dal destino segnato. Il mesto e patetico trascinarsi di un attore vanamente carismatico e, insieme, di un’idea di cinema.
Cosa c’è di peggio della demenza (più precisamente, la malattia di Creutzfeldt-Jakob) per un killer professionista? Nel caso di John Knox, il sicario protagonista de La memoria dell’assassino, è senz’ombra di dubbio la sceneggiatura a dir poco scellerata e irresoluta di Gregory Poirier. Già il fatto che sia ricordato più che altro come autore del famigerato Il re leone II - Il regno di Simba dice molto, forse tutto, dell’intreccio che arriva a confezionare per la ventina di produttori che affollano i credits della pellicola.
Tra questi figura, ovviamente, Michael Keaton, che non solo torna in scena (ma non ancora nei panni di Beetlejuice), ma fa pure la sua riapparizione dietro la macchina da presa a quindici anni dall’esordio con l’inedito The Merry Gentleman, la storia di una donna che lascia una relazione violenta e della sua amicizia con un sicario che sta attraversando una fase di crisi emotiva. Dunque un rientro, il suo, sempre nel segno di un thriller soffuso, di un neo-noir intimistico e decisamente antispettacolare, oltre che di un altro sicario tormentato, a fine corsa, chiamato insomma a riscattarsi prima che sia troppo tardi.
Per Knox, nella fattispecie, l’opportunità si presenta qualche ora dopo aver scoperto lo stato velocemente degenerativo della sua mente e averne tragicamente sperimentato i segni sul campo. Ossia quando Miles, il figlio che non vede e con cui non parla da tempo, bussa alla sua porta, richiedendo la sua esperienza in materia per disfarsi del cadavere dell’uomo (un pedofilo e membro della fratellanza ariana) colpevole di aver adescato, violentato e messo incinta sua figlia. Un compito che il nostro killer cercherà di portare a termine, servendosi di un piano (tanto) arzigogolato e complesso (che solo uno sceneggiatore maldestro crederebbe possa effettivamente funzionare), a dispetto della polizia, che ormai gli è alle costole, e il conto alla rovescia della sua malattia si faccia ogni minuto più incessante.

Poniamo, ribadiamo e chiariamo allora la responsabilità di un copione che sembra quasi degenerare parallelamente al suo protagonista, senza avere neppure i requisiti utili a dar vita ad uno scult in piena regola che possa diventare involontariamente comico. Uno che insomma si limita a corrompere un soggetto non certo fresco od originale (ci avevano già pensato J.J. Abrams in A proposito di Henry e, soprattutto, Christopher Nolan con Memento) ma tutto sommato interessante, a suon di dialoghi di plastica, riflessioni su identità e moralità (ma purtroppo non è Hit Man!), filosofia spicciola, appunti femministi, spot anti-vegani. Lo stesso, la prestazione registica di Keaton non restituisce il fascino mancante alla miscela, né tantomeno i caratteri tipici dei passaggi di attori alla cabina di regia o delle virate action/thriller di molti "vecchi del cinema": l’esuberanza, il gusto malsano, l'ipertrofia incontrollata, l’esagerazione smodata.
Anzi, eccezion fatta per un inizio di ottima atmosfera, il suo approccio alla materia è corretto, metodico e ripulito al punto da non lasciar alcuna traccia nella memoria (pardon). Assorbiti dalla fotografia neanche crepuscolare, ma proprio cupa e pressoché intelligibile di Marshall Adams, e rinchiusi negli interni anonimi di William Arnold, i personaggi (e gli attori con loro) si muovono in scena seguendo traiettorie abbastanza palesi, quando non derivative, animati (e scelti), più che per economia filmica o fabbisogno drammaturgico, secondo i loro trascorsi e spettri cinematografici. Perché soltanto di spettri si può parlare nel caso di una pellicola languida ed esangue (di nome e di fatto), di cui portano tutti i segni un Al Pacino e una Marcia Gay Harden ridotti alla stregua di soprammobili divistici, scritturati giusto per avere i loro nomi sul manifesto.
Ciò nondimeno, il grande problema de La memoria dell’assassino, dal punto di vista sia della scrittura sia della regia, è il suo voler essere e credersi addirittura una spiritosa, arguta e consapevole variazione sul tema, quando in realtà è soltanto il mesto e patetico trascinarsi di un attore vanamente carismatico e, insieme, di un’idea di cinema (di serie B, un tempo straight-to-video) analogica, reazionaria e conservatrice, il cui titolo (originale) ne è l'unica intuzione degna di nota.
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