
QUATTRO FIGLIE È PIÙ ORIGINALE CHE BELLO
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: Les Filles d'Olfa
USCITA ITALIA: 27 giugno 2024
REGIA: Kaouther Ben Hania
SCENEGGIATURA: Kaouther Ben Hania
CON: Hend Sabri, Olfa Hamrouni, Eya Chikhaoui, Tayssir Chikhaoui, Nour Karoui, Ichraq Matar
GENERE: documentario, drammatico
DURATA: 110 min
Vincitore de L'Œil d'or al Festival di Cannes 2023
VOTO: 6+
RECENSIONE:
Vincitore del premio come miglior documentario al Festival di Cannes 2023, Quattro figlie della tunisina Kaouther Ben Hania è uno dei lavori più interessanti degli ultimi anni. Ciò non significa, tuttavia, che sia pure bello. Se è vero infatti che le sue intuizioni sono molteplici e indubbie, lo è altrettanto il suo abbassarsi a scelte discutibili e a strategie ricattatorie per scaldare d'emozione una confezione troppo programmatica.
Non lo nascondiamo. Teoricamente parlando, Quattro figlie di Kaouther Ben Hania è, senza ombra di dubbio, uno dei lavori documentari (definirlo solo “documentario” sarebbe incorretto) più interessanti degli ultimi anni. Del resto, è molto complessa l’opera di rivisitazione sperimentale che la cineasta fa della struttura, degli snodi e momenti più canonici e liturgici del genere. E lo è al punto tale da trovarsi costretta a spiegarne il funzionamento ai suoi protagonisti (e, in questo modo, agli spettatori).
Al centro della pellicola vi è la storia di Olfa Hamrouni, una madre tunisina entrata nell’occhio del ciclone dei media dopo la decisione delle sue due figlie maggiori - le adolescenti Rahma e Ghofrane - di abbandonare lei e le altre due sorelle, partendo alla volta della Libia per radicalizzarsi in maniera definitiva ed entrare nelle file dello Stato Islamico (ISIS). Quel che più interessa e verso cui indirizza l’occhio indagatore a Ben Hania è allora la profondità umana di tutte e cinque le coinvolte, gli episodi di vita, il processo, i meccanismi familiari, psicologici e socio-culturali che hanno condotto ad una frattura tanto sconvolgente. Ma anche gli strascichi e gli effetti che tale separazione ha avuto su chi è rimasto a casa.
Per fare tutto questo, al di là delle solite interviste (singole o di gruppo), la regista sceglie di rendere Olfa e le due figlie minori - Eya e Tayssir - interpreti della propria storia. Assistita da un terzetto di attrici che impersonano la stessa Olfa, Rahma e Ghofrane, Ben Hania porta ad un livello superiore e dà senso ulteriore ai tipici segmenti di re-enactment. Che, oltre a ricostruzioni dettagliate di quel che è successo, diventano anche e soprattutto dimensioni di riflessione, rievocazione e introspezione dal potere catartico, psicanalitico, addirittura terapeutico. Occasioni in cui, col semplice e insieme difficilissimo atto del ricordare, Olfa, Eya e Tayssir non solo rimettono in scena, ma diventano a tutti gli effetti co-registe e co-autrici (della rappresentazione e trasposizione) dei propri ricordi, guidando le attrici professioniste e preposte ad interpretare chi c’era e non c’è più. Il fine ultimo - va da sé - è quello di documentare e imprimere nelle immagini il massimo grado di realismo; la massima adesione alle loro memorie.
Vedere Quattro figlie, in altre parole, è come assistere ad un flashback in diretta, capace di squarciare e di intromettersi continuamente nel tradizionalismo e nelle convenzioni del documentario, a cui infine si ritornerà, come faranno del resto i soggetti del suo racconto. Ciò nondimeno, questo ritorno avverrà con una scintilla, una consapevolezza nuova, magari latente, prodotta appunto da questa atipica ghost story. Perché di fantasmi si tratta: di mere imitazioni della realtà, di affondi della finzione, di scambi impossibili con cui il mezzo cinematografico cerca invano di riempire quell’incomprensibile vuoto.
Quello di Ben Hania è però anche un film di corpi, sguardi e ferite che non lasciano traccia sulla pelle, ma si scorgono comunque, nella prossemica, nei gesti, nel linguaggio del corpo, nelle lacrime o, più intimamente, nella leggerezza con cui alcuni passaggi e frammenti vengono raccontati e rivelati da Olfa e dalle figlie. Un dettaglio, questo, che permette di capire, in maniera ancora più impressionante, il livello di anestetizzazione e assuefazione al dolore e ai soprusi che le tre hanno raggiunto. E che dice moltissimo pure di un rapporto madre-figlie che, come indica il titolo originale (Les Filles d'Olfa, letteralmente Le Figlie di Olfa), è poi il vero fulcro delle questioni mosse dal film. Un legame complesso, logico e coerente nella sua assurda irrazionalità, in cui molto spesso violenza e odio sono commisurati ad affetto e amore. Uno deciso, sancito e regolato dai dogmi della religione, dai vincoli di una società maschilista e patriarcale, da quella condizione femminile che purtroppo vige tutt’oggi nei paesi arabi (e non solo) e che si è intensificata vertiginosamente dopo i disordini e delle agitazioni della Primavera araba.
Se a lungo andare la complessità diventa, di fatto, una nota di pregio, il vero problema di Quattro figlie sta altrove. Forse in quella dote che lo distingue dalla proposta coeva. In una sperimentazione che diventa spinosa, problematica, respingente quando l’ottenimento di una verità supera il limite e prevale sulla sensibilità, sui modi e sugli espedienti con cui la si ricerca. E ancora, in una teoricità programmatica che presta il fianco a forzature e rigidità nell'esatto istante in cui il racconto vorrebbe scaldarsi di emotività, abbassandosi peraltro a meccanismi alquanto ricattatori. Banalmente, quel che si dice un film “più interessante che bello”.
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