
LA STANZA DEGLI OMICIDI, L'ARTE CHE IMITA L'ARTE
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Kill Room
USCITA ITALIA: 6 giugno 2024
USCITA USA: 28 settembre 2023
REGIA: Nicol Paone
SCENEGGIATURA: Jonathan Jacobson
CON: Uma Thurman, Samuel L. Jackson, Joe Manganiello, Maya Hawke
GENERE: thriller, commedia
DURATA: 98 min
VOTO: 5
RECENSIONE:
Per il suo secondo lungometraggio da regista, Nicol Paone propende per un sogno bagnato cinefilo, riunendo due dei volti iconici di Pulp Fiction col pretesto di una black comedy che imiti lo stile tarantiniano. Il risultato è un racconto preda di numerosi difetti: da una verbosità priva di gusto ai monocordi tappeti sonori, fino alla recitazione talora fin troppo eccessiva della stessa Uma Thurman.
Non c’è arte che imita la vita, né vita che imita l’arte ne La stanza degli omicidi di Nicol Paone (al suo secondo tentativo dietro la macchina da presa), ma soltanto un blando omaggio e l’imitazione approssimativa di un’intera tranche di cinema, dal capostipite agli innumerevoli epigoni, più o meno brillanti. Quale sia è presto detto dalla pellicola stessa, che sceglie di riunire Uma Thurman e Samuel L. Jackson per aderire quanto più pigramente - a forza di anfetamina (lei) e di “motherf*cker” distintivi (lui) - allo stereotipo e allo spettro dei loro iconici personaggi in Pulp Fiction.
Ecco allora cos’è di base La stanza degli omicidi: un modaiolo e intorpidito "wet dream"nerd e cinefilo. Allo stesso tempo, però, quello di Paone e del soggettista e sceneggiatore Jonathan Jacobson è il più chiaro esempio di idea e incipit effettivamente intriganti che cadono vittima dell’anonimato per via di un’impronta registica e produttiva debole, indecisa, poco caratterizzata. È comunque molto probabile che qualcuno possa addirittura credere alla presunta genialità della storia ed essere ammaliato dal fascino di Patrice e del suo muoversi nel mondo dell’arte contemporanea.
Lo spettatore segue infatti le orme di una gallerista e mercante d’arte con una leggera dipendenza da stupefacenti, ma che, dopo una serie di scelte sbagliate, non guadagna più un soldo bucato. Arrivano in suo aiuto Reggie e Gordon, rispettivamente un sicario e il suo capo, che decidono di far passare il proprio denaro sporco attraverso le maglie fiscali del suo atelier. Un piano apparentemente perfetto, soprattutto perché - come si suol dire - l’arte non ha prezzo. Basta che ogni settimana il killer si impegni a produrre un quadro (con lo pseudonimo di Bagman), che la mercante valuti quest’ultimo molto di più, e via con la finta transazione! I problemi sorgono immancabilmente nel momento in cui sulle riviste più rinomate iniziano ad essere pubblicati articoli su questo misterioso artista. Pezzi che alimentano a tal punto l’hype, la curiosità, la fame di informazioni, ché alcuni noti collezionisti ed esperti d’arte cominciano a richiedere con sempre maggior insistenza i lavori di questa giovane promessa…

Il mondo della malavita si intreccia pertanto con quello dell’arte (e viceversa), fino a che l’uno non diventa il riflesso dell’altro. Di fondo, d'altronde, vi è sempre la perversione del modello e del sentimento capitalista; l’estrema conseguenza di un mecenatismo sfrenato e inconsapevole; l'idea che tutto si può comprare, sia esso la vita di una persona o due schizzi senza senso(?) su una tela bianca. L’importante è che vi sia un mercato, uno o più offerenti, e altrettanti possibili acquirenti che facciano a gara per avere qualcosa di unico, raro, esclusivo.
Tutti ragionamenti e spunti, questi, che potrebbero fare de La stanza degli omicidi una pellicola brillante e arguta, che, nel pieno della tradizione postmoderna inaugurata dal papà di Pulp Fiction, prevede inevitabilmente ricadute metatestuali. Del resto, il cinema è (era?) l’industria artistica per eccellenza. Ciò nondimeno, giusto le interpretazioni svagate di un cast comunque ben assemblato portano, seppur soltanto a tratti, la giusta dose di estro e vivacità ad un racconto che si perde nel dedalo di filoni e forme che accumula (acuta dark comedy, gangster movie sui generis, altresì detto tarantiniano, per terminare su note da heist movie), senza mai fare davvero satira o ironia beffarda sulla vacuità e futilità di un mondo ai limiti del grottesco e del mostruoso e sui suoi discorsi totalmente pretestuosi e astratti.
Come sopra, la pellicola non riesce quindi ad eludere gli stereotipi dell’impressione che vorrebbe restituire di sé, né tantomeno a fornire alcuno specifico ad una sceneggiatura verbosa e meccanica, sgangherata e bizzarra, talora più indecifrabile di ciò che Patrice ha appeso nella sua galleria, o magari più adatta per un cortometraggio; una che spesso pare girare a vuoto e di cui il prodotto finito subisce ogni rigo. Pure una durata contenuta (giusto 95 minuti) finisce per essere estenuante, ulteriormente appesantita da monocordi tappeti sonori e motivi grunge, nonché dalla recitazione casualmente sopra le righe di Thurman. “L'arte è una menzogna che ci consente di riconoscere la verità”, diceva qualcuno. Lo stesso vale per Paone e il suo ready-made duchampiano. Solo non nel senso che vorrebbe, se così fosse.
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