
I DANNATI FUNZIONA PIÙ A DIRSI CHE A VEDERSI
SCHEDA
TITOLO ORIGINALE: The Damned
USCITA ITALIA: 16 maggio 2024
REGIA: Roberto Minervini
SCENEGGIATURA: Roberto Minervini
CON: Jeremiah Knupp, René W. Solomon, Cuyler Ballenger, Noah Carlson
GENERE: storico, drammatico, western
DURATA: 89 min
Premio migliore regia nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes 2024
VOTO: 5
RECENSIONE:
Il documentarista italiano Roberto Minervini firma il suo primo film di finzione, servendosi tuttavia di un piglio, un approccio e un gusto idealmente opposti. I dannati diventa pertanto una sorta di "documentario impossibile" che, nel voler dire qualcosa dell’incorreggibilità, dell’irriducibilità della natura umana, rimane però indeciso sulla maniera e su un'idea di cinema a cui aderire nettamente.
I dannati. Lo anticipa già il titolo quale sarà il destino di una compagnia di volontari dell’esercito nordista che, nell’inverno del 1862, in piena guerra di secessione americana, viene inviata a perlustrare e presidiare le terre ancora inesplorate nel profondo Ovest, in quel Far West che ancora s’ha da fare, da costruire, da immaginare, da mappare per l’appunto. Questa piccola compagine di uomini è protagonista dell’esordio del documentarista italiano Roberto Minervini al cinema di finzione, che egli affronta tuttavia con un piglio, un approccio e un gusto idealmente opposti.
Difatti, come fa ben notare Gabriele Niola, se i suoi documentari paiono talvolta film di finzione, qui si ha quasi l’impressione di star continuamente assistendo a momenti senza una direzione e un canovaccio delineati. Ad immagini trafugate da un occhio registico inconfessato, occultato, da una macchina da presa lasciata accesa all’insaputa degli attori: tutti volti precisi, caratteristici e perlopiù sconosciuti o esordienti, i quali diventano perciò un corpo unico, un tutt'uno con i personaggi che (non) interpretano. Complice di questo effetto anche il particolare metodo di lavorazione e preparazione del progetto, con l’allestimento di un set in Montana, dove gli interpreti hanno convissuto per due mesi, sbarrando il passo ad ogni forzatura di dialoghi e comportamenti. Ogni scambio, ogni riflessione, ogni affermazione personale assume così un senso e segno di confessione, intervista libera, senza domande esplicite e acusmatiche. Ciò nondimeno, raschiando appena appena la superficie, si comprende come tutto questo appartenga al reame della mera percezione e anzi sia abbastanza semplice intravedere la presenza di un’istanza narrante, di un’intenzione e di una cifra registiche molto più forti di quanto sia ammesso dalla forma documentaria.
Pur trattandosi allora - per così dire - di un “documentario impossibile” e muovendosi di conseguenza su un terreno (anche per il regista) nuovo e inesplorato, I dannati ripropone lo sguardo socio-politico che ha caratterizzato il cinema di Minervini fin dagli inizi e porta avanti le sue ossessioni di sempre, continuando insomma il percorso abbracciato già da Stop the Pounding Heart e ponendo - solo in altra maniera - la medesima domanda: che fare quando il mondo è in fiamme?, giusto per citare forse il suo lavoro più rinomato. Molte sono le possibili risposte che avanza questa controstoria sulla nascita di una nazione e su un principio, su un proto-mito della frontiera, dove però nessuna di queste: né la guerra che questi soldati stanno combattendo, né tantomeno un discorso estetico sui codici del western; hanno un minimo di peso, importanza, considerazione.

I dannati, invero, funziona in una dimensione altra, oltre, che si porta dietro, ritrova archetipi secolari (Noah e Giuda), presentando al contempo squarci già futuri (“pensa se iniziassimo a scavare…”) e utopici, futuristici e futuribili. Il cineasta sfrutta l’ambientazione storica e la premessa della guerra civile per estraniare lo spettatore, giocare con le sue aspettative, ma anche per dirci qualcosa dell’incorreggibilità, dell’irriducibilità della natura umana. La quale è spinta suo malgrado, per vizio di forma o intervento (in)conscio di una presenza invisibile (come può essere, nel nostro caso, il regista stesso, dio del proprio piccolo mondo e della propria visione, e la sua mano appunto intangibile, impercettibile), a cercare un cambiamento, a continuare a combattere e ad inventarsi motivi per farlo, a convincersi della propria sopravvivenza, a domandarsi ancora quale possa essere il proprio posto e il proprio ruolo.
Anche se i segni tutt’attorno sono ben più che sintomatici, pure se non c’è più nulla in cui credere e per il quale battersi, è meglio vedere qualcosa o pensare che ci sia qualcuno o qualcosa dietro l’altura, fra gli alberi o dietro le fiamme di pistole e fucili. Insomma, è meglio autosuggestionarsi piuttosto che riconoscere la carcassa spolpata che è diventato il nostro mondo e tutto ciò che, di buono e cattivo, di giusto e sbagliato, contiene. Che vedere il nulla pneumatico alla cui solitudine (dunque cinica e nichilista) siamo ormai relegati, in un dialogo - volutamente ricco di banalità, frasi proverbiali, e tempi morti - fra noi e noi stessi. Ma, al di là di questi discorsi, giunti alla metà del racconto, è chiaro quanto I dannati funzioni meglio a dirsi (e a scriversi) che a vedersi.
Nonostante l’incantevole fotografia di Carlos Alfonso Corral a metà fra Malick, Inarritu e i western di McCarthy, quello di Minervini resta infatti un tentativo molto, fin troppo legato alla teoricità tipica di un documentarismo, in tal senso, irrinunciabile. Il cineasta si bea di un’appannata ibridazione (di un cinema di frontiera), sprecando le potenzialità di luoghi, scenografie, ricostruzione e atmosfere per arrivare a conclusioni abbastanza sciocche, e non riuscendo mai a fare quello sforzo ulteriore, a darsi in una forma filmicamente stimolante, davvero compiuta e un po’ meno pretestuosa.
Ti è piaciuta la nostra recensione? Se sì, lascia un like e condividi l’articolo con chi vuoi.
In più, per non perdere nessun’altra pubblicazione, assicurati di seguirci sulle nostre pagine social e di iscriverti alla nostra newsletter.





